Lavorare stanca (terza parte)

hatarakeInutile dire che prima di leggere questa terza e ultima parte è opportuno che leggiate Lavorare stanca (prima parte) e Lavorare stanca (seconda parte).

La volta scorsa abbiamo parlato dei termini tsutomeru e hataraku e di come essi significhino, a livello etimologico, essenzialmente “(lavorare e) prestare attenzione ai minuti dettagli” e “muoversi” o “muovere qualcosa”… Tra parentesi la stessa parola hataraku deriva da hatameku, verbo che viene dall’onomatopea hatahata, il rumore di qualcosa, ad esempio una bandiera (旗 hata) che garrisce al vento (cioè che, agitata dal vento, fa un rumore particolare, identificato dai giapponesi con l’onomatopea hatahata).
Per la precisione si riferisce a qualcosa che prima non si muoveva e che comincia a muoversi. Quindi in sostanza il kanji e la parola per hataraku presentano la stessa origine, legata al movimento.

Insomma, nessun segno di fatica o sofferenza nel modo di esprimere il lavoro per i giapponesi… a differenza di quanto avviene in italiano e altre lingue europee (come abbiamo detto invece nella prima parte di questo articolo).

Il terzo termine che vediamo è…

3. 仕事 shigoto

Una prima particolarità sta nella pronuncia, che non è shiji (unione nelle due on’yomi, pronunce d’origine cinese) né tanto meno tsukaegoto (unione nelle due kun’yomi, pronunce d’origine giapponese). Questo “mix” di pronunce è un fatto abbastanza raro, ma non poi così raro, in particolare se si tratta del kanji 仕 (altri esempi sono 仕組み shikumi, 仕掛け shikake…). Per approfondire leggete Miti – Le ON con le ON e le kun da sole.

La parola shigoto significa semplicemente “cose da fare”. Questo perché 事 koto significa “cosa”, mentre quello “shi” viene in effetti dal verbo suru (為る), cioè “fare”, che durante l’epoca Edo era spesso scritto 仕る, con il kanji in questione.

Per capire meglio il kanji 仕 e la parola shigoto, possiamo fare due cose. La prima è guardare l’altra pronuncia di questo kanji, ovvero “tsukaeru”, la seconda è vederne l’etimologia.

Notiamo subito qualcosa di molto interessante, a mio parere. Tsukaeru significa servire (un padrone), attendere ai bisogni di qualcuno (e quindi, in ultima analisi, lavorare per qualcuno) e regge la posposizione “ni”.

二君に仕えずがぼくの主義だ。
nikun ni tsukaezu ga boku no shugi.
È mio fermo principio il non servire due padroni.

Se da quanto detto potreste pensare a questo verbo come ad un termine usato in riferimento a camerieri e maggiordomi, ci tengo a fermarvi. Sì, non siete andati lontani dall’indovinare, ma, primo, non è un termine che usereste per nessuno al giorno d’oggi; secondo, si può riferire ai samurai, che servivano il proprio 大名 daimyou (letteralmente “grande nome”, noi lo tradurremmo con “il proprio Signore” o “un Signore locale”, poiché i giapponesi pure avendo un sistema feudale non avevano certo conti, duchi e marchesi).

Guarda caso (be’, ovviamente non è affatto casuale) l’etimologia del kanji di tsukaeru è quella di un uomo 亻affiancato da un altro uomo, 士, che sta però ad indicare, non una persona qualunque, ma un uomo coi piedi piantati a terra. È un riferimento ad un atteggiamento che vuole identificare un certo tipo di persona. Non la faccio lunga, considerate che 士 si trova in parole come 武士 bushi, guerriero, 力士 rikishi, lottatore di sumo, e nel più moderno 弁護士 bengoshi, avvocato, insomma, persone forti o autorevoli.

Questo kanji si lega direttamente al quarto termine di cui vorrei parlarvi…

 

4. 侍 samurai

La parola samurai è data da un prefisso sa- e dal termine 守らふ (morafu), che possiamo legare al termine 守る mamoru (/moru), con i suoi due significati, difendere, proteggere, e accudire, prendersi cura di.

L’etimologia del kanji però è assai interessante, poiché ci presenta un uomo, 亻, vicino a un tempio, 寺 tera. Un tempio è, anche in italiano, un luogo di servizio (al Signore, ai poveri…) e difatti in cinese questo kanji significa solo “servire”, ed è questo che i samurai facevano, servivano il proprio Signore (大名, daimyou).

Un po’ di cinese…

Il termine “lavorare” in cinese è reso con 工作 (gong-zuo), che usa due kanji riferiti, potremmo dire, al “costruire”. Il primo è un kanji che in giapponese usiamo per 大工 daiku, carpentiere, 工場 koujou, fabbrica, 工事 kouji, cantiere, 工学 kougaku, ingegneria. Il secondo è il kanji di 作る tsukuru, costruire, realizzare, fabbricare, ma è anche il kanji che unito a quello di “muoversi” ci dà 動作 dousa, azione.
Insomma, il primo kanji è più legato a un lavoro di fatica, al realizzare qualcosa, specie se grande, in genere con un progetto. Il secondo kanji invece è più prossimo alla semplice azione del realizzare qualcosa, anche un piccolo oggetto, ma qualcosa che prima non esisteva, in genere mettendola insieme da altri elementi (mentre il kanji precedente è più sul “lavorare” qualcosa, come scalpellando il legno o la pietra o scavando per terra).
Possiamo anche dire che di solito, rispetto a 工, il kanji 作 ha un maggior numero di possibili usi. Ad esempio posso dire 晩ご飯を作る bangohan wo tsukuru, preparare la cena, 友達を作る tomodachi wo ー., farsi degli amici, 彼女を作る kanojo wo ー, trovarsi la fidanzata/ragazza, 子供を作る kodomo wo ー, fare un bambino, 会社を作る kaisha wo ー, fondare una azienda, 麦を作る mugi wo ー, coltivare l’orzo… e vari altri casi.

…e concludiamo con il giapponese

Infine torniamo un secondo al giapponese, per cercare le altre due accezioni europee del termine lavoro (lo sforzo, la fatica, e la sofferenza, specie del parto). Sono termini legati da un kanji, quello del termine per chiedere scusa, ごめん gomen.

Questo “men”, 免, è oggi legato all’idea di permesso, concessione, ma si è arrivati a quest’idea dall’idea di “sforzo”, di qualcosa “ottenuto con fatica”, e a questo stesso concetto si è arrivati da un altro… quello di “parto”, poiché il kanji raffigurava proprio questo, un bambino che usciva a fatica dalla pancia – sì, è un eufemismo – della madre (mah, tanto la sofferenza che la fatica penso siano più che altro della madre, ma non posso esprimermi con certezza: non ho ricordi di allora, non so voi).

Cosa c’entra però questo kanji con il lavoro…? Nulla. Come volevasi dimostrare, quindi. Lavorare NON stanca i giapponesi (e i cinesi) – proprio come avevamo sempre sospettato.

Uhm, cosa dite?

Ma sì, sì… NON li stanca linguisticamente parlando. Siamo sul pignolo oggi, eh… 😛

4 pensieri su “Lavorare stanca (terza parte)

  1. Davvero interessante, a quanto pare davvero dietro a ogni parola e kanji c’è un significato molto più ampio, l’etimologia è una scienza molto affascinante! 🙂
    Come volevasi dimostrare le parole lavoro nascono da due concezioni diverse xD E’ proprio vero che le lingue europee e quelle orientali hanno poco e niente di comune! 🙂

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    • Che dire, hai decisamente ragione, sono lingue lontane. A volte, si avvicinano su certi punti. Ad esempio italiano e giapponese hanno le stesse vocali e la maggior parte dei suoni giapponesi sono presenti in italiano… inoltre l’uso di wa e ga si può “riprodurre” in italiano (ma non in inglese…), ma sono sinceramente rari.

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