JLPT livello N5 – Grammatica – “Tipi” di coppie jidoushi/tadoushi

Chiarito (la volta scorsa) che il giapponese presenta coppie di verbi jidoushi/tadoushi (che condividono lo stesso kanji, ma terminano diversamente ed hanno dei significati “correlati”), vediamo ora come questi verbi sono resi in italiano e come li possiamo “catalogare” in base alla traduzione italiana.

Sia chiaro che non si tratta di una qualche “regola da imparare”. Si tratta piuttosto di una serie di trucchi per evitare (quando imparerete dei verbi durante lo studio dei kanji) di studiare “ciecamente” a memoria quel che trovate.

Ricordandovi di studiare nell’ordine corretto (intransitivo/transitivo …o meglio, “jidoushi/tadoushi”) la coppia in questione e ricordando queste regole potrete scegliere tra le tante traduzioni due significati generici e affini che ben corrispondono ai verbi in questione. Come vedrete in questo articolo, è più facile ricordarsi queste coppie di verbi se gli attribuite mentalmente significati affini e ben ragionati. Ad esempio, prendiamo un attimo la coppia nokoru/nokosu. Il primo si usa ad esempio quando si parla di restare in un posto, l’altro si può usare parlando di avanzare un cibo. Se però devo ricordarmi restare/avanzare significa che devo memorizzare due termini molto diversi… ma “avanzare” è solo una traduzione possibile, relativa a un particolare caso. Se decido (sapendo che i verbi tadoushi che finiscono in -su sono spesso causativi) di ricordarmi una coppia tipo “restare/far restare” è come se dovessi memorizzare un solo verbo perché conosco la regola sui tadoushi terminanti in -su.

Ovviamente questo è solo un esempio (e probabilmente al momento avrete molte difficoltà a capirlo), ma nel seguito del post vedremo meglio in dettaglio i vari casi e sono sicuro che vi diventerà tutto più chiaro (o lo sarà al momento opportuno, quando studierete i kanji e i loro significati e inizierete a incontrare queste coppie).

Nel caso di hajimaru/hajimeru (e in vari altri) la traduzione italiana corrisponde allo stesso verbo (incominciare), usato come intransitivo (hajimaru) o transitivo (hajimeru).

C’è poi il caso abbastanza comune esemplificato da aku/akeru, cioè il caso in cui la traduzione italiana di questi due verbi usa la forma riflessiva e quella attiva di uno stesso verbo; aku/akeru si traducono “aprirsi/aprire”. Come detto rende bene la questione centrale per noi: jidoushi vs tadoushi. Perché? Cosa hanno di diverso?
Si distinguono perché “io apro” (akeru) vuole (disperatamente!) un complemento oggetto, perché così la frase non sta, non funziona proprio! Al contrario “la porta si apre” (aku) sta perfettamente bene così, non dà problemi, non “suscita domande” in chi ascolta, è completa così com’è.
Attenzione: non è un obbligo usare sempre la forma riflessiva in italiano, è solo un modo intelligente di ricordare questa coppia di verbi, se andiamo a guardare bene vediamo che posso dire “la biblioteca apre alle 9” (toshokan wa kyuuji ni aku), userò ancora “aku”, ma non tradurrò certo “la biblioteca si apre alle 9″. NON sentitevi costretti da traduzioni che sono solo traduzioni più probabili e/o comode in italiano, perché il giapponese è una lingua a sé e anche molto lontana dalla nostra: trovare traduzioni perfettamente corrispondenti è praticamente impossibile.

In casi come quello di tsukamaru/tsukamaeru, invece, la traduzione italiana corrisponde (almeno apparentemente) a due forme dello stesso verbo: la forma passiva (per tsukamaru) e quella attiva (per tsukamaeru) del verbo “prendere”.
Così “tsukamaru/tsukamaeru” si possono rendere come “essere preso/prendere”, ma è bene ricordarsi che il verbo jidoushi in giapponese, qui “tsukamaru”, NON è una forma passiva (è solo la traduzione italiana che fa pensare a un verbo al passivo).

Un altro tipico caso è esemplificato dalla coppia “mieru/miru”, che in italiano possiamo rendere come “essere visibile/vedere”. Sembra simile al caso precedente, ma non è così: “essere visibile” e “essere visto” sono cose diverse. “Essere visibile” ha una sfumatura di verbo potenziale. Un esempio tipico è “Fujisan ga mieru”, cioè “Si vede il Monte Fuji” (oppure, se vogliamo attenerci alla traduzione letterale, “È visibile il Monte Fuji!”).

Un altro caso ancora, sempre in riferimento alla traduzione italiana, è reso bene dall’esempio di “naoru/naosu” (a seconda del kanji usato ha a che fare con il guarire o con l’aggiustare qualcosa). Possiamo tradurre in italiano come “guarire/far guarire”… O con lo stesso verbo “guarire” alla forma intransitiva/transitiva (come nel caso di hajimaru/meru), ma sarebbe molto meno interessante per noi. Diciamo che posso dire che “una ferita guarisce” (la ferita è soggetto) e posso “far guarire una ferita” (la ferita è complemento oggetto). In casi come questo la traduzione italiana è uno stesso verbo prima alla forma intransitiva e poi a quella causativa (la forma causativa si ottiene usando il verbo “fare” prima del verbo in questione (es. far andare, far guarire, far girare, ecc.).
Un altro buon esempio è essere la coppia fueru/fuyasu (aumentare/far aumentare), ma anche nokoru/nokosu (restare/far restare) e okiru/okosu (svegliarsi/far svegliare). Spesso possiamo trovare una traduzione italiana alternativa* (es. svegliarsi/svegliare ci rimanda a una coppia tipo aku/akeru), ma la desinenza in -su (o a volte “-seru”) del verbo tadoushi indica quasi sempre un verbo con sfumatura causativa, quindi quando scelgo un significato generico con cui ricordare un kanji, cerco di associare quel kanji a una forma causativa anche in italiano.

*Breve nota: ovviamente vale per tutti i “casi” visti fin qui. Ad esempio nieru/niru posso renderlo come “cuocersi/cuocere” oppure come “essere bollito/bollire” (visto che “bollirsi” non ha proprio molto senso^^).

Ci sono poi coppie di verbi, come ukaru/ukeru che ci obbligano ad usare due verbi decisamente diversi, in questo caso posso tradurre il primo come “passare, esser promosso” e il secondo come “ricevere” (con uno sforzo di fantasia possiamo tradurre “essere preso/prendere”, ma ci allontaniamo dal reale significato: prendere e ricevere sono cose diverse). Un altro bell’esempio lo vediamo con il prossimo gruppo.

Quest’ultimo gruppo è incentrato sulla “forma” del verbo. Perché con questo verbo cambia anche la pronuncia del kanji, quindi a volte non si parla di una vera coppia… come nel caso di deru/dasu (uscire/tirar fuori) dove il kanji 出 cambia pronuncia da “de.ru” a “da.su”. Tuttavia, se invece di tradurre “deru” con “uscire”, lo traduciamo (con un piccolo sforzo) come “venir fuori” ecco che possiamo creare una evidente coppia anche in italiano: “venir fuori/tirar fuori”… non proprio da manuale, ma funziona.

Infine, e questo è un discorso un po’ a parte, dobbiamo prestare attenzione a tutti quei verbi più o meno simili, es. azukaru/azukeru, sazukaru/sazukeru ecc. che sembrano delle coppie jidoushi/tadoushi, ma non lo sono perché sono entrambi transitivi (anche se i loro significati restano in qualche modo affini. Ad esempio sazukaru/sazukeru si usano per ricevere/conferire un premio, ad esempio. Un’altra coppia di questo tipo (due transitivi) e che fa anche cambiare pronuncia al kanji (come deru/dasu) è una delle mie coppie preferite: 教わる osowaru/oshieru 教える . Come vedete il kanji varia, in un caso è letto oso-, nell’altro è oshi- …ma dettagli a parte, è il significato che mi piace molto: imparare/insegnare… però, appunto, come in italiano, sono entrambi dei verbi transitivi, come le altre due coppie appena viste.

A dirla tutta anche “deru” si può usare transitivamente, ma l’uso transitivo è assai ridotto (si usa solo per lasciare (un posto, una città, la scuola…), quindi ho pensato di sorvolare), però fate attenzione, come deru altri verbi hanno di queste sorprese: quando studiate una nuova coppia cercate sempre di guardare le frasi d’esempio sul vocabolario (o usate siti come jisho.org, in inglese, oppure tatoeba.org che è anche in italiano). Così se trovate una frase con を saprete che quel verbo regge un complemento oggetto e non vi lascerete prendere in contropiede al momento meno opportuno… per esempio, ovviamente speriamo non vi succeda mai, durante un esame! (°_°)

Alla prossima! ^__^

7 pensieri su “JLPT livello N5 – Grammatica – “Tipi” di coppie jidoushi/tadoushi

    • Oggi ho il compito di spegnere entusiasmi, temo… Non puoi “costruirla” a partire dall’altra. Certi “schemi” si ripresentano, ma nulla è regolare.
      Per esempio se sai che nokoru e nokosu sono una coppia ji-tadoushi, puoi dedurre che okoru e okosu sono una coppia simile e lo stesso vale per nigoru e nigosu, ma ci sono casi in cui si viene stupiti.
      Ad ogni modo, se ho citato alcune coppie e regole di questo tipo nelle lezioni, è anche vero che regole fisse non si possono dare e questi verbi vanno imparati come qualunque altro vocabolo.
      D’altronde, e faccio un esempio VAGAMENTE simile… se a uno studente inglese dico che “open” in italiano è “aprire”, lui non può indovinare che “close” in italiano è “chiudere”, no?

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      • Rispondo anche al mio io del passato ^^
        Le forme jidoushi/ tadoushi bisogna impararle diciamo singolarmente e con un po’ d’occhio si riescono a riconoscere e imparare anche grazie l’ uso della particella che viene utilizzata

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        • Sebbene sembri ovvio perché i jidoushi sono intransitivi e i tadoushi sono intransitivi, attenzione perché non è detto che la presenza di wo indichi che hai un verbo tadoushi. seki wo tatsu, ie wo deru, furusato wo hanareru, kouen wo tooru, sora wo tobu, ecc ecc. sono tutti verbi jidoushi usati con la particella wo

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