Etimologia dei kanji

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In questa pagina parleremo di…

  1. Cos’è l’etimologia e qual è il suo scopo
  2. Elenco degli articoli di etimologia
  3. Cosa significa studiare l’origine dei kanji (e delle parole)
  4. Materiale utile (in inglese) per studiare etimologia dei kanji

1. Cos’è l’etimologia e qual è il suo scopo

L’etimologia è lo studio dell’origine delle parole. Considerando il giapponese la si può “allargare” allo studio dell’origine dei kanji. Va considerato però che i kanji vengono dalla Cina* e quindi tutto quel che i i kanji ci raccontano riguarda la Cina, il suo popolo, la sua storia, le sue usanze, la sua cultura.

Lo so, vi sembrerà un’esagerazione, penserete “ci sta solo vendendo questa rubrica e stop”… e vi sbagliereste. Ci sono kanji che raccontano come l’uomo del tempo vedeva il ruolo della donna, com’erano trattati i servi, le punizioni che subivano i nemici e le torture subite dai criminali… ma non solo, ci descrivono anche i riti per inaugurare una strada e perfino le capigliature in voga, gli ornamenti più belli, ci permettono poi di venire a sapere che le conchiglie si usavano come denaro e i gusci di tartaruga per fare predizioni… e così via, migliaia di altri fatti interessantissimi.

Certo, tutto molto intrigante – direte voi – ma riguarda la Cina e a me interessa il Giappone. Vero, ma considerando come la Cina influenzava i paesi vicini (per l’epoca molto lontani), che importavano beni, ma anche mode (in ogni senso, sia nel vestire che nel governare, per capirci), nonché la stessa scrittura in kanji e non di rado il cinese come lingua colta, non si può negare che imparare quanto i kanji hanno da dire, significa anche imparare qualcosa sul Giappone.

Ma non è l’unico motivo per guardare all’etimologia dei kanji. Interessarsi all’evoluzione di un kanji significa anche fissare in mente, in modo quasi involontario, una storia complessa che ci ricorderà per sempre il significato del kanji (a volte i significati, plurale).

Quindi l’etimologia può diventare un trucco molto utile per memorizzare i kanji, (per approfondire leggete Il metodo Heisig e Remebering the Kanji: sì o no? Che alternative?) però non è solo questo. Spero che leggendomi vi rendiate conto che scoprire cosa i kanji significavano un tempo e come sono cambiati può essere anche un’avventura dannatamente interessante.

* Quasi tutti i kanji vengono dalla Cina, a dire il vero. Esistono infatti anche i cosiddetti kokuji, ovvero dei kanji “Made in Japan”, tra cui alcuni (pochi) molto comuni comee 込.

2. Elenco degli articoli sull’origine dei kanji

Per non spostarlo troppo verso il fondo, introduciamo ora direttamente l’elenco degli articoli che ho scritto a proposito dell’origine di vari kanji (e parole). Tuttavia vi chiedo di non ignorare l’ultimo punto di questa pagina, “Cosa significa studiare l’origine dei kanji (e delle parole)”, dove cercherò di trasmettervi cosa significa e come si può studiare e parlare di etimologia (con tutti i limiti e le difficoltà che ci si presentano).

E ora concludiamo con una necessaria “premessa”…

3. Cosa significa studiare l’origine dei kanji (e delle parole)

Parlare di etimologia in giapponese significa due cose: (1) considerare l’origine dei kanji, la loro evoluzione fino ad oggi e (2) considerare l’origine delle parole, quelle proprie del giapponese parlato, che esistevano a prescindere dalla scrittura.

Tutte e due i punti possono essere MOLTO difficili. Il secondo punto perché senza scrittura non si tramanda nulla, quindi l’evoluzione di una parola come era usata nel parlato può essere molto difficile da scoprire. Il primo punto sarà altrettanto difficile perché seguire l’evoluzione di un kanji non ha nulla di lineare… Mi spiego meglio.

Poniamo che il kanji X per la prima volta sia stato scritto 4000 anni fa. Nel tempo, per varie ragioni possibili, si sarà trasformato, questo è certo, ma le sue forme non saranno solo la forma A seguita dalla forma B, dalla C e così via.

warui, aphorism
Qui sopra c’è una antica forma del kanji …cliccate qui per vedere alcune altre forme!

In tempi e luoghi diversi o ad opera di scrittori diversi ci saranno state semplificazioni, complicazioni e interpretazioni del simbolo originale. Quindi oggigiorno noi vediamo un solo kanji in giapponese… ma duemila anni fa non esisteva un’unica forma per indicare quello stesso concetto.

Non si può pensare solo al tempo, trattando l’evoluzione di un kanji. Bisogna pensare anche allo spazio e alle persone. La gente di luoghi diversi per lunghi periodi della storia non aveva modo di comunicare, quindi la scrittura (e la lingua) non aveva modo di diffondersi e di uniformarsi (ecco perché mandarino e cantonese sono praticamente lingue diverse).

Persone diverse, in luoghi lontani (senza i trasporti di oggigiorno la Cina doveva essere qualcosa di semplicemente immenso), avranno avuto idee diverse su come variare un kanji, semplificandolo o complicandolo, avranno semplicemente commesso degli errori, capita a tutti, no? Non solo, come ovvio, chi scriveva aveva, naturalmente, una sua “calligrafia” …e quella di qualcuno sarà stata di difficile interpretazione o fraintendibile (e quindi in seguito fraintesa). E ancora, non è detto che chi scriveva in un certo luogo e in una certa epoca sapesse che per esprimere un dato concetto esisteva già un simbolo inventato chissà dove da chissà chi chissà quando… quindi a sua volta il nostro scriba si inventava un simbolo, che probabilmente non aveva lo stesso suono di quello già esistente, ma lo stesso significato.

A tutto ciò dobbiamo aggiungere che il “testo sacro” dell’etimologia dei kanji (parliamo di 1800 anni fa) è pieno di interpretazioni libere e fantasiose che nulla hanno a che fare con la reale etimologia del kanji… Ma questo fatto si è scoperto solo di recente e così le interpretazioni presenti in questo libro sono state a lungo considerate realistiche e inserite in molti testi didattici (ancora in stampa), finché recentissimi studi archeologici non le hanno sconfessate.

Il risultato è una confusione incredibile che si somma al fatto che la materia già di per sé è complicatissima, poiché esistono quasi sempre decine e decine di forme riconducibili a un singolo kanji oggi in uso… e queste non si possono mettere in linea una dopo l’altra esaminando l’evoluzione del kanji, possiamo solo dividerle per periodo (si individuano tre-quattro grandi periodi di norma) e sceglierne alcune, una per periodo, per dare un’apparenza di senso al tutto, fingere che ci sia stata un’evoluzione lineare e comprensibile.

È proprio quello che proverò a fare anch’io nei miei articoli, cercando di rendere comprensibile a tutti una materia di enorme difficoltà interpretativa, ma tenete sempre presente che un disegno di un paio di “ceppi” (le antiche “manette” per i prigionieri) e un disegno di una persona prima in piedi, poi a terra colpita in testa da qualcosa, sono alla base dello stesso kanji… il kanji 幸 di “fortuna”. E dicendo così, spero sia chiaro cosa intendo.

4. Materiale utile (in inglese) per studiare etimologia dei kanji

Il materiale italiano per studiare etimologia dei kanji è sostanzialmente inesistente. Il materiale in inglese è poco e limitato. Ogni testo ha i suoi difetti, ma vediamo cosa possiamo dire in proposito…

Ecco i libri che mi sento di consigliare:

  • Key to Kanji: A Visual History of 1100 Characters di Noriko Kurosawa Williams.
    Pregi: il libro segue teorie accreditate, come quelle del compianto Shizuka Shirakawa. Molto utile l’introduzione, specie la sezione di spiegazione dei radicali principali.
    Difetti: l’etimologia è spiegata con alcuni disegni molto sintetici e poche righe. Comprende solo i primi 1100 kanji. Tuttavia questi due punti potrebbero anche essere dei pregi (vd. oltre). L’ordine dei kanji è alfabetico (in base alla pronuncia ON). Questo lo rende un po’ meno adatto per lo studio come testo, ma più semplice da consultare.
  • Guide to Remembering Japanese Characters di Kenneth G. Henshall (vecchia edizione)
    Pregi: le etimologie dei kanji sono spiegate più in dettaglio, inoltre troviamo dei suggerimenti per la memorizzazione (a la Heisig). Sono presenti 1945 kanji. Ne è in programma una nuova edizione. I kanji sono divisi per anno scolastico di studio nelle scuole giapponesi (quindi all’inizio trovate i più facili e elementari). Questo lo rende più adatto come testo per lo studio dei kanji, ma un po’ più scomodo come testo da consultare.
    Difetti: 1945 kanji sono molti, ma i jouyou kanji ufficiali sono 2136. Le etimologie sono meno affidabili di quelle del testo precedente. Non è chiaro se la nuova edizione presenterà teorie più moderne e corrette; inoltre le spiegazioni per ogni singolo kanji sembrano essere diventate molto più brevi nella nuova edizione.
  • The Complete Guide to Japanese Kanji: Remembering and Understanding the 2,136 Standard Characters di Christopher Seely, Kenneth G. Henshall, Jiageng Fan (“nuova edizione” del precedente)
    Pregi: sono presenti tutti i 2136 kanji ufficiali e le etimologie sono state aggiornate secondo le teorie più recenti. L’approccio nel complesso è più serio e scientifico.
    Difetti: le definizioni si sono abbreviate (o almeno così pare a me), è diventato un testo un po’ più simile a quelli per “addetti ai lavori”.

Ho presentato i primi due testi nell’articolo Il metodo Heisig e Remebering the Kanji: sì o no? Che alternative?, il terzo è il perfezionamento del secondo per quanto riguarda le definizioni, per cui vale quanto detto per il secondo (ma vd. pregi e difetti più su).

Se qualcuno volesse il mio parere su quale prendere… be’, dipende. Suggerirei il primo, perché usa teorie valide e perché la brevità delle definizioni e del testo può rivelarsi un pregio SE l’obiettivo è quello di studiare i kanji (diventa tutto inutile se veniamo scoraggiati dalla lunghezza di un testo o dall’approccio “troppo serio”). Tuttavia potete optare per il terzo, se siete più alla ricerca di un testo da consultare per vostro interesse e non di un testo da usare per studiare i kanji, uno dopo l’altro. O potreste anche prendere il secondo, se preferite una specie di via di mezzo.