Parole forti! – Komorebi

木漏れ日
KOMOREBI
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Una delle mie parole preferite in assoluto è questa, komorebi, la luce che filtra tra le foglie degli alberi. C’è qualcosa di assolutamente poetico, quasi magico, in una cultura che crea una parola apposta per un concetto del genere.

Ma la meraviglia di questa parola non è limitata al suo significato. Sia come vocabolo in sé, sia dal punto di vista dei kanji, è una parola davvero molto interessante. Cominciamo a chiederci… Da dove viene?

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Miti – La magia di “Nankurunaisa”

Nankurunaisa è una bella espressione, ma non è la parola magica che internet vorrebbe farvi credere. Poche parole, infatti, sono più fraintese (o mitizzate, a seconda dei punti di vista) di questa “nankurunaisa”. Sono andato su google.it e ho verificato quali tra i primi risultati riportassero una giusta definizione e quali, evidentemente, erano scritti da gente che non sa nulla di giapponese… Ecco cosa ho scoperto

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Miti da sfatare – Crisi come opportunità

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L’idea alla base del mito di oggi è che “una crisi è anche un’opportunità”. Su che basi è possibile dire una cosa del genere? Eeeh… Perché… perché “i saggi orientali” hanno deciso di usare certi caratteri nello scrivere la parola “crisi”. Sarebbe una giustificazione tirata anche se fosse vera, e invece per di più è campata in aria… Vi risparmio l’ormai classica carrellata di facepalm, tanto ci siamo capiti.

Prima di addentrarci fino al cuore del mito di oggi, voglio confessarvi che non è un’esagerazione dire che è proprio questo mito che mi ha fatto sentire la necessità di iniziare la rubrica dei “Miti da sfatare”. Perché? Perché è un mito davvero interessante, che unisce storia, società e scrittura. Perché è un mito, per così dire, “su più livelli”. E perché la confusione che si è creata attorno a questo mito è talmente tanta… ((;゚Д゚)))

Ma andiamo con ordine!

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Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (4a parte)

Da qualche tempo stiamo affrontando il tema della “maschera sociale” in Giappone. Abbiamo visto i primi tre punti qui sotto:

  1. 配慮 hairyo, la considerazione per gli altri
  2. La vergogna, la faccia e le apparenze
  3. La buona educazione
  4. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Oggi vedremo l’ultimo punto, affrontando il quale tratteremo anche (forse ne avete già sentito parlare) i concetti di honne e tatemae …ma non solo! C’è un grande escluso poco citato di solito, che invece non è il caso di trascurare perché è il cuore vero del discorso: l’ 本心 honshin 😉

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Parole forti! – Omoidashiwarai

omoidashiwarai

思い出し笑い
OMOIDASHIWARAI

lett. riso del ricordo – Il sorridere o ridere da soli, di solito “sotto i baffi”, quando ci torna alla mente qualcosa di divertente, qualcosa di bello, che ci ha fatto piacere, ecc.

Insomma, qualcosa che capita a tutti, no? Eppure finora non sapevamo come chiamare quel qualcosa… ma ecco che il giapponese ci viene incontro! ^_^

Vediamo alcuni esempi dell’uso di questa parola.

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Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (3a parte)

In questa rubrica stiamo parlando, da alcuni post, di “(indossare una) maschera sociale”, tema che abbiamo associato a una “terza regola della società giapponese“. Abbiamo visto i primi due punti qui sotto

  1. 配慮 hairyo, la considerazione per gli altri
  2. La vergogna, la faccia e le apparenze
  3. La buona educazione
  4. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Oggi affrontiamo il successivo, davvero molto interessante, specie perché tutti hanno sentito dire che i giapponesi sono molto educati, ma pochi sanno che non è sempre stato così e forse ancora meno persone sanno fin dove si può arrivare (a quali estremi!) con l’educazione e le buone maniere.

Buona lettura!

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Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (2a parte)

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La volta scorsa nell’articolo Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese abbiamo iniziato a parlare di “maschera sociale” e abbiamo detto che farlo richiede di considerare almeno quattro punti:

  1. 配慮 hairyo, la considerazione per gli altri
  2. La vergogna, la faccia e le apparenze
  3. La buona educazione
  4. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Abbiamo visto nel dettaglio il punto A, per cui è il momento di proseguire e vedere i punti successivi.

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Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese

Maschere tragedia greca

L’articolo di oggi ovvero La terza regola della società giapponese riguarda la cosiddetta “maschera sociale”, il fatto che sia imperativo indossarne una e il paradosso per cui, per evitare di indossarla, si è costretti a ricorrere ad una maschera vera e propria… ma procediamo con calma.

Se vi foste persi gli articoli precedenti, andateli a leggere o il rischio è che non ci capiamo…

…in particolare l’ultimo articolo è necessario, perché ciò di cui parleremo oggi riguarda ovviamente i rapporti con l’altro. Se non vi siete persi niente, perfetto, continuate pure 😉

3. Terza regola: Indossare una maschera sociale

Inserirsi nella società giapponese richiede di indossare una maschera sociale, cioè rapportarsi agli altri membri della società, non così come siamo, ma presentando un’altra versione di noi stessi, che, anche se controvoglia, tiene in grande considerazione gli altri, come e più di sé stesso. In una certa misura ciò avviene in molte società, in Giappone però è una caratteristica spesso esasperata (e esasperante).

Parlare di “maschera sociale” richiede di considerare almeno quattro punti:

  1. 配慮 hairyo, la considerazione per gli altri
  2. La vergogna, la faccia e le apparenze
  3. La buona educazione
  4. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Oggi cominciamo con il vedere il punto A.

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Parole forti! – Ishindenshin

ishindenshin

以心伝心
ISHINDENSHIN

lett.: Trasmettere al cuore , tramite  il cuore 心 – Indica la capacità di intendere ciò che qualcun altro prova o pensa – o di fargli capire ciò che proviamo o pensiamo – senza bisogno di parole, in modo naturale, con l’atteggiamento, uno sguardo, ecc. o semplicemente perché tra i due c’è una tale sintonia che le parole sono superflue (non a caso si usa anche per gli innamorati).

以心伝心 è in effetti uno yojijukugo, come ne abbiamo visti altri. È un detto di origine buddista (come una gran parte degli yojijukugo) e in quanto tale è facile immaginare che in origine non avesse nulla a che fare con gli innamorati…

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