Miti – Come si dice “Ciao” in giapponese?

C’è moltissima confusione sul modo di dire “ciao” in giapponese, più che altro dovuta ai testi inglesi, che traducono “konnichiwa” con “hello” e quindi ci portano a credere che “konnichiwa” significhi “ciao”… inutile dire che si tratta di un mito (in buona parte, perlomeno), perché a voler esser precisi precisi “ciao” in giapponese non esiste! ( ゚Д゚) Oppure esiste…? (╯°□°)╯︵ ┻━┻

Insomma “ciao” in giapponese è un po’ come il gatto di Schrodinger.

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I treni giapponesi: al confine tra verità e leggenda

Oggi parliamo di “treni e Giappone”, come avrete capito, con un nuovo articolo della rubrica “Lo sapevate?” (la trovate nel link, al punto 2). Vanta pochi articoli per ora, ma è una rubrica che sta particolarmente a cuore sia a me (ovvio) che a molti di voi: per capirlo basta pensare all’enorme successo avuto da alcuni suoi articoli, come Il Sole giapponese: rosso e cattivo! o Il sistema scolastico giapponese.

Ma torniamo ai treni… A fine articolo vi darò dei consigli utili se doveste fare un viaggio in Giappone, ma per il resto parleremo dell’aura leggendaria che ammanta le ferrovie giapponesi. E qualcuno dirà: Non se n’è già parlato abbastanza…?

Sono d’accordo con voi, se n’è parlato molto, ma evidentemente nel modo sbagliato se su Facebook girano ancora, stracondivise, immagini del genere

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Miti – La magia di “Nankurunaisa”

Nankurunaisa è una bella espressione, ma non è la parola magica che internet vorrebbe farvi credere. Poche parole, infatti, sono più fraintese (o mitizzate, a seconda dei punti di vista) di questa “nankurunaisa”. Sono andato su google.it e ho verificato quali tra i primi risultati riportassero una giusta definizione e quali, evidentemente, erano scritti da gente che non sa nulla di giapponese… Ecco cosa ho scoperto

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Miti da sfatare – Crisi come opportunità

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L’idea alla base del mito di oggi è che “una crisi è anche un’opportunità”. Su che basi è possibile dire una cosa del genere? Eeeh… Perché… perché “i saggi orientali” hanno deciso di usare certi caratteri nello scrivere la parola “crisi”. Sarebbe una giustificazione tirata anche se fosse vera, e invece per di più è campata in aria… Vi risparmio l’ormai classica carrellata di facepalm, tanto ci siamo capiti.

Prima di addentrarci fino al cuore del mito di oggi, voglio confessarvi che non è un’esagerazione dire che è proprio questo mito che mi ha fatto sentire la necessità di iniziare la rubrica dei “Miti da sfatare”. Perché? Perché è un mito davvero interessante, che unisce storia, società e scrittura. Perché è un mito, per così dire, “su più livelli”. E perché la confusione che si è creata attorno a questo mito è talmente tanta… ((;゚Д゚)))

Ma andiamo con ordine!

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Espressioni – Non costa niente dire “per favore”

non costa niente dire per favore distinguere kudasai e onegai shimasu

E no, carissimi, eccome se costa! Perché qui si tratta di usare correttamente le espressioni giapponesi che significano “per favore”, お願いします onegai shimasu e ください kudasai, e non è poi cosi facile!

Le avete già sentite, vero? Ma scommetto che non siete tranquillissimi su come usarle. Questo perché vi hanno mentito tutti finora… apposta per farvi sbagliare! …maledetti!

Ok, improperi a parte, niente paura, basta un articolo di SdG e potrete fare subito chiarezza sull’annosa questione:

Quando uso onegai shimasu e quando uso kudasai per dire “per favore”?

…e ovviamente scoprirete anche su cosa vi hanno mentito! Vi pare poco? No? Allora cominciamo!

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Errori comuni (2) – Tra il sì e il no c’è di mezzo il boh!

Tra le prime parole che si imparano studiando una lingua, ci sono certamente i modi di dire “sì” e “no”… ma il giapponese non è una lingua qualsiasi ed è facilissimo perdersi tra un sì e un no, tra un sì che vuol dire no e un no che vuol dire sì… Oggi cercheremo di mettere ordine nel mare di confusione che circonda queste apparentemente semplici paroline.

Punto primo: avrete sentito dire che “sì” si dice “hai” e “no” si dice “iie”… bene, dimenticatevelo.

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Miti dello studio – Studiare o no i radicali dei kanji?

Quando si affronta seriamente lo studio dei kanji, ci si scontra con il concetto di “radicale” e si leggono commenti (apparentemente) molto ragionevoli e fermissimi nell’affermarne l’importanza per lo studio dei caratteri giapponesi… fino alla fatidica frase “Devi imparare il radicale (ufficiale) di ogni kanji”, che per me è lì a fianco a “È necessario imparare il giusto ordine dei tratti di (kana e) kanji” sul podio delle boiate (nell’insegnamento del giapponese).

Il fatto è che certi “dogmi” vengono tramandati dai professori universitari ai loro studenti, che poi scrivono su internet e, in virtù della faticaccia che devono fare a scuola, si sentono adatti a pontificare sul tema. I giapponesi stessi la pensano allo stesso modo, ma hanno una tradizione in quanto a “non mettere in discussione il sistema” (scolastico o no).

E allora? Chi sei tu per dire che tutti gli altri hanno torto? …direte ragionevolmente voi.

Non che non capisca l’obiezione, ma lasciatemi dire solo un’altra cosa prima di tacciarmi di presunzione. Nessuno, né prof né studenti né i vostri amici giapponesi, NESSUNO dice mai perché tutto ciò sarebbe importantissimo.

Dell’ordine dei tratti nello scrivere i kanji ho già parlato nell’articolo La forma dei kanji: calligrafia, ordine e numero dei tratti, dei radicali parleremo oggi ovviamente, cercando di spiegare qual’è la verità alla base della leggenda… ovvero cosa è importante e cosa no. Ma andiamo con ordine e partiamo da cosa sono in effetti questi “radicali”.

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Miti dello studio – Imparare con le app

Una delle domande che più spesso leggo nei commenti o via mail è se sia possibile o no imparare una lingua con un’app. C’è chi segnala app in particolare (Babbel, Busuu, DuoLingo, Obenkyo, JA sensei ecc.) e chi invece vuole solo sapere se vale la pena mettercisi… Oggi proveremo a dare una risposta a questi dubbi.

“Ci sono decine e decine di app!” “No, sono solo due (o tre)”

Tutti vi sarete accorti della tendenza di Hollywood negli ultimi anni a fare remake, prendere storie già scritte (spesso fumetti) e ripresentarle condite di effetti speciali. A volte i risultati sono interessanti, ma non sono quasi mai “storie nuove”, questo è innegabile.

Cosa c’entra Hollywood con le app? C’entra, c’entra. La stessa hollywoodiana tendenza si ritrova in un mare di campi diversi. Perché darsi la pena di inventare o perlmeno prefezionare se si può copiare spudoratamente? Ne ho parlato anche citando “il metodo Heisig” di Remembering the kanji, che è ben più antico di Heisig. Un altro esempio illuminante è il “metodo AJATT”, all japanese all the time, che non è altro che una full-immersion e, inutile dirlo, non ha niente di nuovo.

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Miti – “Bere un bicchier d’acqua” non è facile!

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Di qualcosa facile e banale si dice che è “come bere un bicchier d’acqua” …ma mi spiace deludervi, oggi vedremo che bere dell’acqua… in giapponese non è per niente facile. Sicuramente molti tra voi già sapranno che “acqua” si dice “mizu” e “bere” si dice “nomu”… sono vocaboli semplici e molto chiari agli studenti di giapponese. Bene. E se vi dicessi che “mizu” non vuol dire “acqua” e “nomu” non vuol dire “bere”?

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