Miti dello studio – Studiare o no i radicali dei kanji?

Quando si affronta seriamente lo studio dei kanji, ci si scontra con il concetto di “radicale” e si leggono commenti (apparentemente) molto ragionevoli e fermissimi nell’affermarne l’importanza per lo studio dei caratteri giapponesi… fino alla fatidica frase “Devi imparare il radicale (ufficiale) di ogni kanji”, che per me è lì a fianco a “È necessario imparare il giusto ordine dei tratti di (kana e) kanji” sul podio delle boiate (nell’insegnamento del giapponese).

Il fatto è che certi “dogmi” vengono tramandati dai professori universitari ai loro studenti, che poi scrivono su internet e, in virtù della faticaccia che devono fare a scuola, si sentono adatti a pontificare sul tema. I giapponesi stessi la pensano allo stesso modo, ma hanno una tradizione in quanto a “non mettere in discussione il sistema” (scolastico o no).

E allora? Chi sei tu per dire che tutti gli altri hanno torto? …direte ragionevolmente voi.

Non che non capisca l’obiezione, ma lasciatemi dire solo un’altra cosa prima di tacciarmi di presunzione. Nessuno, né prof né studenti né i vostri amici giapponesi, NESSUNO dice mai perché tutto ciò sarebbe importantissimo.

Dell’ordine dei tratti nello scrivere i kanji ho già parlato nell’articolo La forma dei kanji: calligrafia, ordine e numero dei tratti, dei radicali parleremo oggi ovviamente, cercando di spiegare qual’è la verità alla base della leggenda… ovvero cosa è importante e cosa no. Ma andiamo con ordine e partiamo da cosa sono in effetti questi “radicali”.

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Miti dello studio – Imparare con le app

Una delle domande che più spesso leggo nei commenti o via mail è se sia possibile o no imparare una lingua con un’app. C’è chi segnala app in particolare (Babbel, Busuu, DuoLingo, Obenkyo, JA sensei ecc.) e chi invece vuole solo sapere se vale la pena mettercisi… Oggi proveremo a dare una risposta a questi dubbi.

“Ci sono decine e decine di app!” “No, sono solo due (o tre)”

Tutti vi sarete accorti della tendenza di Hollywood negli ultimi anni a fare remake, prendere storie già scritte (spesso fumetti) e ripresentarle condite di effetti speciali. A volte i risultati sono interessanti, ma non sono quasi mai “storie nuove”, questo è innegabile.

Cosa c’entra Hollywood con le app? C’entra, c’entra. La stessa hollywoodiana tendenza si ritrova in un mare di campi diversi. Perché darsi la pena di inventare o perlmeno prefezionare se si può copiare spudoratamente? Ne ho parlato anche citando “il metodo Heisig” di Remembering the kanji, che è ben più antico di Heisig. Un altro esempio illuminante è il “metodo AJATT”, all japanese all the time, che non è altro che una full-immersion e, inutile dirlo, non ha niente di nuovo.

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Miti – “Bere un bicchier d’acqua” non è facile!

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Di qualcosa facile e banale si dice che è “come bere un bicchier d’acqua” …ma mi spiace deludervi, oggi vedremo che bere dell’acqua… in giapponese non è per niente facile. Sicuramente molti tra voi già sapranno che “acqua” si dice “mizu” e “bere” si dice “nomu”… sono vocaboli semplici e molto chiari agli studenti di giapponese. Bene. E se vi dicessi che “mizu” non vuol dire “acqua” e “nomu” non vuol dire “bere”?

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Miti – Chi non ha la forma in -te iru e chi ha solo quella (prima parte)

sekai wa kotoba de dekite iru

Un mito che certi testi propinano agli studenti è che certi verbi abbiano esclusivamente la forma in -te iru …O viceversa non si possano trovare mai alla forma in -te iru… Ok, non è del tutto un mito, c’è il suo bel fondamento di verità, ma non è nemmeno del tutto vero, quindi non si dovrebbe scrivere cose come “知る shiru non si usa mai così, si usa solo nella forma 知っている shitte iru” oppure “できる dekiru si usa solo così, mai alla forma in -te iru”. Dunque oggi prenderemo in esame proprio questo fatto e tre verbi importantissimi e spesso maltrattati, cercando di capirli un po’ meglio.

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Miti – Davvero “ga” e “ma” sono la stessa cosa? (3)

kotowaru

Siamo all’ultima parte dell’articolo “Davvero ga e ma sono la stessa cosa?”, tutti i miei complimenti a chi è arrivato fin qui senza buttare la spugna… ma prima le mie scuse: negli ultimi giorni sono stato malato e non sono riuscito a scrivere niente, a parte qualche risposta ai sempre numerosi commenti ^__^

Nelle precedenti due parti di questo articolo, vi ricorderete, abbiamo visto perché non sempre posso tradurre il “ma” italiano con “ga” e perché viceversa il “ga” giapponese non si può sempre tradurre con il nostro “ma”. Oggi invece vediamo quei casi in cui vogliamo effettivamente dire “ma”, però il “ga” non va usato o comunque è sostituibile con altre espressioni, a seconda del contesto e delle diverse situazioni.

Dunque, se siete pronti, cominciamo…

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Miti – Davvero “ga” e “ma” sono la stessa cosa? (2)

sakamoto desu ga

Sakamoto desu ga, (nani ka?) – Sono Sakamoto, perché?/Che vuole?

La volta scorsa abbiamo affrontato il tema del perché il “ma” italiano non si può sempre tradurre in giapponese con la congiunzione “ga”, questa volta passiamo al secondo punto che avevamo preannunciato…

2. Il “ga” che unisce due frasi non equivale sempre a “ma” in italiano

Il “ga” giapponese che fa da congiunzione non è sempre avversativo (anzi potremmo dire che spesso non lo è!). La sua traduzione, a parte i casi (più o meno) avversativi in cui si può tradurre con “ma” (come ben sappiamo), sarà una semplice “e” …oppure non lo si traduce proprio, mettendo una virgola o un punto.

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Miti – Davvero “ga” e “ma” sono la stessa cosa? (1)

kanojo ga hoshii n desu ga

“Entro Natale vorrei una ragazza…” – un tipico esempio in cui “ga” non significa “ma”

Un altro mito che si incontra parlando con tanti studenti di giapponesi è l’idea che il “ga” usato come congiunzione (non intendo ovviamente quello che indica il soggetto) equivalga alla congiunzione avversativa “ma”. Sì, spesso “ga” = “ma”, però le cose non stanno sempre così…

  1. Non tutti i “ma” dell’italiano si possono tradurre con “ga” in giapponese
  2. Non sempre il “ga” che unisce due frasi si può tradurre con “ma” in italiano
  3. Ci sono altre espressioni che significano “ma”!

L’argomento è ampio e non si esaurirà oggi. A dire il vero potremmo essere un po’ più sintetici, ma si tratta di un tema che deve necessariamente presentare vari esempi per cercare di darvi un’idea precisa di questo argomento …di solito colpevolmente tralasciato nei libri di testi che non dicono nulla di chiaro e definitivo in proposito. Andiamo dunque con ordine.

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Miti dello studio – L’insegnante madrelingua

kyuuryou nihongo gakkou nihongo kyoushi

Oggi parleremo di un “mito” di molti studenti di giapponese: l’insegnante madrelingua. L’ultima volta che ho trattato di miti dello studio abbiamo parlato della laurea. Ebbene, i non iscritti – ovviamente, direi – tendono a incappare in questo mito, ma è un grosso pericolo anche per gli iscritti a una laurea. Per loro infatti sono tante le “occasioni” per cadere nella trappola: hanno almeno una prof. madrelingua, forse si rivolgono a qualcuno di esterno per migliorare (ci sono sempre, in bacheca o in giro, dei bigliettini di madrelingua che si offrono per ripetizioni) e, infine, spesso desiderano buttarsi in un viaggio studio in Giappone, con insegnanti, ovviamente, madrelingua.

Oggi vedremo pro e contro dell’insegnante madrelingua e cercheremo di capire perché può essere un’idea controproducente. Temo che molti salteranno sulla sedia, come avessero sentito una bestemmia… Fidatevi, però, le cose stanno come dico. Cercherò di fornire quanti più esempi possibile. È ovvio, un esempio è un solo caso e quindi per sua natura parziale, potete solo concedermi la vostra fiducia e credermi quando vi dico che queste cose si sentono continuamente (tanto nella vita reale in Giappone quanto nelle serie tv, anime o drama che siano).

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Miti dello studio – La laurea

laurea, nihongo classPiù volte su questo blog ho detto che una laurea in lingua “non serve”… ma sia chiaro che quando l’ho fatto  – e anche oggi con questo post – denigrare le fatiche di laureati o laureandi non era e non è assolutamente mia intenzione. Quando ho detto che “non serve” l’ho fatto parlandone in base agli obiettivi della persona che mi scriveva.

Oggi voglio esaminare il tema nel complesso, spero in modo chiaro e “definitivo” ^^;; Attenzione però, non si tratterà semplicemente di pesare pro e contro di una laurea in Giapponese e decidere se una laurea è una cosa positiva o no. Una laurea non è utile o inutile di per sé, quindi vedremo piuttosto se è opportuna per voi, dividendo il nostro discorso in due punti: a chi serve una laurea in giapponese e a chi no?

In fondo ciascuno ha una sua natura e dei suoi obiettivi, è ovvio scegliere cosa fare considerando questi punti, no?

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