Miti dello studio – Imparare con le app

Una delle domande che più spesso leggo nei commenti o via mail è se sia possibile o no imparare una lingua con un’app. C’è chi segnala app in particolare (Babbel, Busuu, DuoLingo, Obenkyo, JA sensei ecc.) e chi invece vuole solo sapere se vale la pena mettercisi… Oggi proveremo a dare una risposta a questi dubbi.

“Ci sono decine e decine di app!” “No, sono solo due (o tre)”

Tutti vi sarete accorti della tendenza di Hollywood negli ultimi anni a fare remake, prendere storie già scritte (spesso fumetti) e ripresentarle condite di effetti speciali. A volte i risultati sono interessanti, ma non sono quasi mai “storie nuove”, questo è innegabile.

Cosa c’entra Hollywood con le app? C’entra, c’entra. La stessa hollywoodiana tendenza si ritrova in un mare di campi diversi. Perché darsi la pena di inventare o perlmeno prefezionare se si può copiare spudoratamente? Ne ho parlato anche citando “il metodo Heisig” di Remembering the kanji, che è ben più antico di Heisig. Un altro esempio illuminante è il “metodo AJATT”, all japanese all the time, che non è altro che una full-immersion e, inutile dirlo, non ha niente di nuovo.

Le prime tre app che abbiamo citato più su, Babbel, DuoLingo e Busuu hanno fatto la stessa identica cosa, hanno preso il metodo Rosetta Stone e lo hanno pubblicizzato come proprio, quando l’unica loro particolarità (per nulla trascurabile visto il prezzo assurdo dei prodotti RosettaStone) è di essere gratuite per l’utente (trovano i loro fondi in altri modi, anche diversi tra loro).

Non sono le uniche app a funzionare così, anche perché a livello di realizzazione app del genere possono essere replicate in un sacco di lingue con grande facilità: una volta tradotto il database di vocaboli e frasi la macchina fa il resto, perché la struttura è la stessa (immagini, grafica, opzioni, schermate, ecc.). È facile immaginare quindi che un simile sistema faccia gola e che molte app dello stesso tipo possano nascere.

Il secondo metodo a cui si ispirano tutte le altre app è quello di Anki, o meglio quello degli SRS, eventualmente “addolcito” dalla scelta multipla, ma andiamo con ordine.

Il metodo Rosetta Stone

Sostanzialmente si tratta di associare un termine aimparare giappoense con le app duolingo babbel obenkyo busuu ja sensei 02 un’immagine, prima per tentantivi, p.e. 男の子 otoko no ko, viene associato, dopo un paio di errori magari, all’immagine di un “ragazzo”. Da lì in poi sappiamo cosa vuol dire e continuando a sentirlo pronunciare varie volte, cerchiamo di memorizzarlo, scartandolo quando ci viene proposta l’immagine di una ragazza, scegliendolo quando vediamo l’immagine di un ragazzo che beve e l’app ci vuole insegnare come dire “il ragazzo beve” e ancora riusandolo per comporre la stessa frase, “il ragazzo beve”, scegliendo da una lista in ordine sparso con alcune parole giapponesi, solo i giusti termini nel giusto ordine.

Funziona? Sì e no. Per ora rimandiamo il discorso però.

Il metodo Anki

Il metodo Anki invece è quello degli Spaced Repetition System (SRS o, in italiano, sistema di ripetizione dilazionata).Si tratta di riproporre al momento opportuno un vocabolo già studiato per evitare che venga dimenticato. La volta successiva, se il vocabolo è stato ricordato correttamente, verrà riproposto dopo un intervallo di tempo più lungo, e così via. Così facendo il vocabolo in questione viene spostato dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine (non sono “due tipi di memoria” c’è in realtà uno “spettro graduato” tra loro).

Insomma, un modo tecnico/elegante di dire quello che vi ho detto altre volte: se il nostro cervello si convince che una cosa è importante e ci interessa, allora se la ricorderà. Quindi se mostriamo spesso al nostro cervello quel qualcosa, se la ricorderà… niente di strano. Il punto del metodo in questione è cercare di ricordarla, vedendola il minor numero possibile di volte, per non perder tempo insomma. Richiamarla alla mente solo poco prima che venga dimenticata. Anki fa proprio questo e visto che è opensource e nemmeno l’unico progetto del genere, è chiaro perché altre app lo copino.

Si tratta, tra l’altro, anche del “metodo Pimsleur” che si rifà alla teoria degli SRS, ma stabilisce intervalli prefissati di tempo per riproporre una stessa informazione… questa mancanza di flessibilità rispetto ad Anki mi ha convinto a parlarvi di “metodo Anki” e ignorare il più famoso Pimsleur.

La variante del metodo Anki è quella che include la scelta multipla, tipo Obenkyo (se non ricordo male). Elimino subito questo metodo perché non è valido. L’ho provato per varie lingue, che conoscevo e che non conoscevo. Troppo spesso risolvevo l’esercizio per esclusione o comunque avevo troppi indizi per “trovare la risposta giusta” senza effettivamente conoscerla… mi spiace, ma non è così che si impara, nella conversazione reale non abbiamo scelte multiple che possono metterci sulla buona strada.

Gli interessanti pregi di un’app

Veniamo ora ai pregi di un’app rispetto ai metodi “più classici”. Anzi, al pregio, con la “o”, singolare. Le app sono più divertenti. Tutto qui. Non richiedono carta e penna, né libri di testo. Gli stessi creatori poi parlano spesso di gamification (i.e. “trasformazione in videogioco”).

“Giocando si impara” era il motto di una nota ditta di giocattoli educativi, ma, ehi, chi lo diceva era di parte. Difatti queste app sembrano efficaci, ma il punto è questo: sembrano efficaci. Non entro però nel merito, rimando ancora il giudizio.

Gli insuperabili difetti

Il metodo Rosetta Stone

Il metodo Rosetta Stone si avvicina per certi versi alla variante semplificata del metodo Anki perché troppo spesso permette di cavarsela andando per esclusione. Non solo, la “gamificazione” trasforma il tutto in un gioco contro il tempo (forse anche perché riascoltare lo stesso tipo di domande varie volte può essere molto frustrante), quindi vedo la parola clicco l’immagine senza nemmeno finire di ascoltare l’audio… è un grosso rischio.

Detto sinceramente, non conosco nessuno che abbia imparato davvero con questo metodo e basta.Ho letto su The Guardian di un giornalista che nell’ambito di un’iniziativa del giornale per promuovere l’apprendimento delle lingue aveva accettato la sfida di provare a imparare lo spagnolo solo con il suo smartphone, documentando i progressi nei suoi articoli. Alla fine del tempo previsto (un mese) scriveva che doveva riconoscere di non avercela fatta e che rimpiangeva di non aver potuto utlizare carta e penna e tabelle dei verbi. Se foste interessati agli articoli…

Io stesso mi sono applicato allo studio del cinese come prova. Ho usato un’app particolarmente quotata e ho completato il livello principiante. Inutile dire che non riuscivo a conversare… ma nemmeno a spiccicare parola in una semplice conversazione con mia moglie che provava a dirmi frasi semplicissime di vita quotidiana.

Forse non sono stato diligente io? O semplicemente non sono abbastanza bravo?

Ho reinstallato l’app a distanza di tempo e… magia, risolvevo ancora fantasticamente bene i vari quiz, solo che non sapevo comunque una beneamata di cinese. Metodo bocciato.

Il metodo Anki

Il metodo Anki è un metodo validissimo… per la memorizzazione di vocaboli. Applicarlo all’apprendimento di una lingua nel suo complesso è un’altra storia. Non solo! Richiede comunque costanza e, soprattutto, che non lo si smetta mai: se si smette si dimentica e questo è ovviamente il suo più grande difetto.

In realtà scoprire un vocabolo in una conversazione e possibilmente riutilizzarlo è mille volte più efficace (ma è ovvio che non sia sempre possibile questo approccio). Esempio. Quando ero arrivato da poco in Giappone, la mia futura moglie, all’epoca semplice amica, mi insegnò il termine 上映 jouei, cioè proiezione (di un film). Si parlava di andare al cinema uno di quei giorni. Indovinate un po’: non ho dimenticato più quel termine, anche se prima di riusarlo sono passati mesi e anche se da quella prima volta lo avrò usato sì e no tre volte in tre anni.

L’annoso problema comune ad app e materiale gratuito online

Tutto il materiale japanese-related che trovate gratuitamente online (e di sicuro anche qualche app a pagamento) ha un grosso problema di fondo: il suo database.

Esiste infatti un database che contiene le definizioni di un gran numero di vocaboli (EDICT), un altro per i kanji (kanjidic) e un altro per le frasi (tatoeba). Sono tre progetti opensource (e quindi benemeriti) più o meno correlati. Il punto però è che non sono nati per insegnare qualcosa, sono nati come materiale di riferimento. Sono a stento utili come dizionari, ma in un’app tipo Anki che punta alla memorizzazione? Sono addirittura dannosi a volte!

Ad esempio per il kanji 姉 ane, SHI (sorella maggiore) il database riporta anche la pronuncia HAHA (cioè “mamma”), che è ovviamente impensabile (è nel database per ragioni storico-letterarie che a noi non interessano); viceversa non segnala che si usi questo kanji nella parola お姉さん oneesan.

Per il kanji 気 (spirito) poi troviamo le pronunce: iki, KI, KE. Peccato che iki non sia assolutamente da imparare. Per il kanji di cento, 百, troviamo hyaku (giusta), byaku (rarissima), momo (assolutamente inutile).

E questi sono kanji basilari… I problemi aumentano con vocaboli di livello alto. Cito da un mio vecchio commento: Tempo fa ho provato a usare Obenkyo, pensando di ripassare per l’N1, è così che ne ho visto pregi e difetti. Apro il test vocaboli e mi esce 伝言 pronunce segnalate: dengon e tsutegoto …ma la seconda di queste non si usa affatto! Un giapponese non la conoscerà di sicuro!

Altro esempio significativo: per 商人 si ritrova in ordine:  “akiudo”, “akyuudo” e “akibito” …tutte pronunce più che antiquate. Va saputa solo “shounin” e al più la pronuncia più letteraria “akindo”. Le altre pronunce non solo sono sconosciute a un madrelingua, ma non figurano nemmeno in un dizionario monolingua famoso come lo 新明解 shinmeikai, per capirci.

Nessuna delle parole che presentano simili “rischi” è stata controllata da qualcuno che conoscesse il giapponese: l’app è stata realizzata (come SEMPRE accade per app e software) da qualcuno che sa programmare, senza nessuna supervisione sul materiale didattico da parte di un esperto di giapponese. Non vi pare un difetto “fatale”?

Morale? Volete usare Anki, ottimo, ma usate il materiale preparato da me (punti 1 e 4 della pagina sui kanji).

Una parola definitiva

Sono una persona sostanzialmente umile e schiva: a volte devo sforzarmi di “vantarmi” perché so che il mondo va così. Non posso però fare a meno di chiedermi cosa debba convincervi a credere a me e non a un altro. Specie quando dall’altro lato c’è una famosa e quotata azienda e qualcuno che vi promette il Sacro Graal dell’apprendimento linguistico (imparare una lingua senza sforzo).

E allora mi sono detto, bene, lasciamo la parola ai fondatori di queste aziende. Sì, perché se da un lato abbiamo il sito di DuoLingo che riporta “An independent study found that DuoLingo trumps university-level language learning.” (uno studio indipendente ha scoperto che DuoLingo batte di gran lunga l’apprendimento di una lingua a livello universitario), dall’altro abbiamo l’intervista del fondatore dell’azienda, Von Ahn che alla domanda «Crede sia possibile imparare una lingua usando solo “strumenti online”?» risponde:

“It depends what you mean by learn a language. You can learn to the point where you can navigate and have relatively simple conversations but you probably won’t be writing any great works of literature.”
Dipende da cosa si intende per “imparare una lingua”. Si può arrivare a riuscire a navigare ed avere una conversazione relativamente semplice, ma non si diventerà capaci di scrivere letteratura di un certo livello.

Il vicepresidente di Rosetta Stone per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, Donavan Whyte, pensa poi che la tecnologia può aiutare ma non eliminerà il bisogno di essere davvero motivati ad imparare (l’unico campo in cui le app sembravano aiutare era quello della motivazione, poiché un “gioco” è meno noioso di un libro di testo, si suppone). Per la precisione ha dichiarato al The Guardian:

“I think it is possible to learn a language on your own via some tech-based platform, but I think it would take you a long, long time and you would need to be very disciplined.”
Penso sia possibile imparare una lingua da soli con una qualche piattaforma tecnologica, ma penso anche che richiederebbe molto, molto tempo e che uno dovrebbe essere davvero disciplinato (nel suo studio).

Whyte e Kevin Chen, amministratore delegato di iTalki, concordano poi che gli strumenti online risultano davvero efficaci solo se usati insieme ad altri strumenti didattici (più classici).

“Education should come from as many different sources as possible. Education will be personalised for the student, so that they can learn in the most efficient way for them. For italki, we’re just one piece of this ecosystem.”
L’educazione dovrebbe essere disponibile in quante più forme possibili. (Un giorno) l’educazione sarà personalizzata per lo studente cosicché possa imparare nel modo più efficiente per lui. Per quanto riguarda italki noi siamo solo una parte di questo “ecosistema”.

…e considerate che queste sono le voci di gente, quantomeno DI PARTE. Sono amministratori e fondatori di queste aziende che di certo non vorrebbero sminuirne l’importanza, anzi. Possiamo aspettarci che la realtà sia un po’ più dura di come ce la dipingono in pubblicità?

Non solo, cosa vuol dire “è utile, ma servono anche i soliti metodi”? Sembra di leggere le avvertenze di certi metodi dimagranti. Tipo “questo prodotto è miracoloso, ma va usato conducendo una vita sana (=facendo sport) e attenendosi a un regime ipocalorico”. Che poi è come dire: se usi questo prodotto, fai sport e stai a dieta, dimagrirai! Ma ehi, indovina un po’, quello che non dicono è che se fai sport e stai a dieta, dimagrirai anche se non usi questo prodotto miracoloso!

Cosa fare allora con queste app?

Usatele pure! Usatele e divertitevi. Se vi piace la sfida e vi aiuta a restare motivati, ben venga. Ma attenzione, non pensate possano sostituire tutto il resto, tutte quelle cose che dovrete fare comunque per imparare una lingua… lo dicono gli stessi presidenti e/o fondatori delle aziende che hanno realizzato questa app.

Non confondete il fatto che vi vengano facili e l’efficacia! Completare gli obiettivi richiesti non significa che state davvero imparando, non significa che completato il livello “beginner” avrete una conoscenza della lingua da “beginner”. Se fosse possibile sostituire 12 anni di scuola con un’app completabile in poche ore, l’insegnamento sarebbe già radicalmente cambiato e in un mese saremmo tutti dei geni.

Il solo fatto che vengano così facili è un indizio. Alla fin fine sono dei prodotti. Un insegnante mira ad insegnare, un app mira a “vendere” o ad “essere scaricata”, se preferite. Per far ciò deve mirare alla soddisfazione del cliente che – a sua insaputa – non è data dall’imparare ma dal vedersi dire continuamente “Congratulazioni!” o “Hai guadagnato 50 punti!” e via così. È un istinto naturale essere felici quando si viene lodati, non c’è nulla di male. Il male sta nel contare fin troppo su questa nostra umana caratteristica. E anche sulla nostra passione per “i social” sfruttata da queste aziende perché sia l’utente a far loro pubblicità senza dover sborsare una lira.

Le app ci danno quello che vogliamo: una parvenza di efficacia (grazie ai tanti “congratulazioni!”, scritte su fondo verde, e ai suoni di trombe), l’idea che stiamo imparando qualcosa senza sforzo. Ma cosa stiamo imparando? Non una lingua, non una lingua nel suo complesso.

Alla fine della fiera, mi duole dirvelo, you get what you pay for (si ottiene ciò per cui si è pagato) …e queste app sono gratis.

14 pensieri su “Miti dello studio – Imparare con le app

  1. Ciao
    Ottime argomentazioni come sempre. ^_^
    Ho provato da usare anki ma dopo un pò diventa noioso anche perche io preferirei studiare le parole senza soffermarmi sul significato specifico di ogni singolo kanji (ho un limitato tempo a disposizione e secondo me conoscere le parole è piu utile nell’immediato). Oltre a questo la singola parola presa a se stante è difficile da memorizzare, meglio sarebbe studiarla dentro un contesto che può essere una frase di esempio o similari. Da questo punto di vista c’è del materiale che ritieni valido da consigliare? Purtroppo ho notato anche io che il dizionario EDICT è abbastanza confusionario ma al momento è l’unica fonte che c’è, alternative in formato digitale, anche a pagamento, non ce ne sono che io sappia…
    Saluti

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  2. Bell’articolo, come sempre aggiungerei.

    All’inizio prima di arrivare qua ero finito anch’io sul sito di rosetta stone ma, oltre al prezzo, quel metodo per imparare una lingua in toto m’ha sempre lasciato perplesso.
    Sarà che ben o male tutti impariamo sia la nostra lingua madre, che solitamente almeno l’inglese, col metodo classico: libri, quaderni, analisi del testo… quindi onestamente quel metodo mi sa anche di meno “serio”.
    Poi è ovvio che l’automazione in sé porti grandi vantaggi, ANKI per studiare i kanji automatizza quello che dovresti fare te a mano facendoti risparmiare x tempo e quindi ben venga, ed ovviamente per questo scopo lo suggerisci pure te!

    L’unico appunto che farei, più per pignoleria che altro non fraintendermi, è l’utilizzo un po’ generico di “app”, rivolto pure a chi ti fa tali domande ovviamente! (Difatti giustamente tu parli più di metodi che app in sé)
    Per capirci io potrei prendere tutte le tue lezioni sui kana, aggiungerci magari qualche immaginetta per farla più bella, le pronuncie che schifo non fanno e fare l’app “Impara i Kana con Kaze”!
    Ma avendoli studiati, ed imparati, qua sopra direi che in questo caso sarebbe un’app più che utile e valida no? 😀

    Di mio, aggiungo, che più che per studiare uso varie app/giochetti per ripassare ed in questo sì le trovo più divertenti, e perché no anche motivanti se a fine quiz/livello ti parte pure la musichetta se hai fatto il 100%, e quindi a volte proprio ti invogliano a fare! Ma io sono giocherellone di mio quindi di parte hehehe.

    P.s.
    HAHA concordo appieno con il racconto di jouei, per un motivo o l’altro ste cose succedono sempre, credo che la prima cosa che abbia mai imparato in giapponese (escludendo i vari termini che usi senza nemmeno pensarci sushi, etc.) sia imananji per colpa delle babymetal! 😀

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    • Uhn… Metodo rosettastone a parte, il mio appunto era sulle app che usano pronunce prese da database. Se uno usa quelle che trova qui o le controlla e crea un suo database, ben venga. Il fatto è che non ho mai visto una app del genere, e ne ho scaricate decine e decine (di gratuite).

      Se uno studia e poi ripassa con l’app, no problem, anzi è quel che intendevo consigliare con l’articolo…
      D’altronde quelle stile rosettastone non permettono grossi progressi né una vera memorizzazione, né di sviluppare capacità di utilizzo della lingua, quindi sono buone solo per il ripasso.
      Quelle stile Anki richiedono che tu abbia già studiato qualcosa… O ti ritrovi a “passare” (skippare?) ogni carta che vedi per la prima volta.
      Dunque a mio parere usarle per un ripasso “non pesante”, che non ti uccida la motivazione, è l’unico vero utilizzo.

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  3. Be, si è già detto tutto. Comunque aggiungo anch’io la mia. 🙂

    Ho provato anch’io un paio di app gratuite (che poi sono gratuite solo all’inizio), ma credo che chiunque inizi a studiare seriamente il giapponese si rende conto che non si va molto lontano. Però ho imparato un termine che non conoscevo: namabiiru. XD

    Le app le ho trovate utili, affiancate allo studio classico, per imparare i kana, quello sì.

    Ora sto usando anki per lo studio/ripasso dei kanji e devo dire che mi trovo bene. Le carte le creo io man mano. Sarà che son tarello ma ultimamente sto classificando tutte le carte come “difficili”, perché altrimenti poi passa troppo tempo e magari mi dimentico. In ogni caso lo trovo molto utile. Quando non hai voglia è comunque più facile aprire anki che un libro. Quantomeno tengo ripassato.

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  4. Ciao! Bell’articolo, come sempre, e anche ben documentato.
    Io il grosso dello studio lo sto facendo grazie al tuo sito, però ho anche varie app sul cellulare (alcune si avviano verso la disinstallazione a dire il vero), che uso come “contorno”, magari per abituare la vista a kanji che non ho ancora studiato, così poi non sono del tutto sconosciuti, o se un giorno non ho tempo di studiare trovo comunque almeno dieci minuti per “vedere” del giapponese.
    Ja Sensei: ci ho imparato i kana, perché permette di disegnarli, per i kanji la uso molto di rado però. Ogni tanto ci guardo le sezioni con aggettivi e verbi coniugati. Però mi era piaciuto l’aggiornamento con l’ascolto (ma gratis ne è disponibile solo uno)
    Obenkyo: la parte di grammatica è basata su quella di Tae Kim, quindi sono andata direttamente alla fonte.
    Kanji Senpai: non ha la grammatica, solo parole da riconoscere a scelta multipla, e mi sono annoiata abbastanza presto.
    JLPT Words: l’ho scaricata per cominciare a memorizzare qualche termine per l’N5. Ha un dizionarietto che uso in situazioni del tipo: sono in giro, vedo un gatto e controllo come si dice in giapponese. (Perché le parole che cerco “per curiosità” sono quelle che rimangono fisse più facilmente nel mio cervellino)
    JLPT Verbs: sorella dell’app di prima. Anche questa la uso per il microdizionario, perché ci sono i verbi coniugati.

    La mia versione del “jouei” è “asatte”: è stata la seconda parola di giapponese che ho imparato consapevolmente e non ho più dimenticato (è il titolo del file audio registrato dai doppiatori di InuYasha a conclusione della serie ) (la prima parola ovviamente fu “inu”)

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    • Un altro motivo per cui non sono troppo favorevole allo studio con le app è che uno si trova installarne tante, le prova le lascia, le riprende le disinstalla e passa alla successiva. Non riesco a immaginare che possa far bene questo spreco di energie. Carta e penna non sono altrettanto colorate e alla moda, ma secondo me si va più lontano e si fa prima… Poi per carità mi sembra che la tua situazione sia già diversa, fai un uso consapevole e limitato di ciascuna, per cui penso tu stia andando bene, volevo solo dire una cosa che mi è venuta in mente leggendo e che potrebbe essere utile ad altri.

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  5. “Carta e penna non sono altrettanto colorate e alla moda, ma secondo me si va più lontano e si fa prima…” veramente carta e penna sono colorate e alla moda eccome: ora ho di nuovo la scusa per far man bassa nel reparto cancelleria, e scrivo con i colori a spirito, i diversi colori sono un’aiuto per la memoria visiva.
    Alla fine per me la comodità dell’app sta nel fatto che non occupa spazio in più in borsa e per strada non mi devo mettere a sfogliare un dizionario, però in treno già è diverso, mi porto libro e quaderno. Lo sapevate che si attirano strani sguardi a fare le paginette di kanji? 😛

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  6. […] In fondo quel che vi serve principalmente è aprire bocca, emettere suoni, sentirli in associazione ad altre parole, immagini, contesto… Certe app (quelle in stile Rosetta Stone) vi offrono qualcosa del genere, ma da soli (e gratis) potete fare molto di più (anche se nessuno vieta di usare anche un’app agli inizi per cercare di ampliare il vocabolario di base; vd. anche Miti dello studio – Imparare con le app). […]

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  7. Hai perfettamente ragione! Io, ad esempio, ho provato più e più volte alcune app agli inizi del mio studio (obenkyo, JA Sensei e altri)… non mi servono a niente… li ho scaricati solo perché sono gratuiti, ma io non riesco nemmeno a ripetere, anche perché molti sono in inglese e i significati non sempre mi sembrano corretti in italiano. BOCCIO a priori le app nel mio studio, trovo più bello e stimolante crearsi dei giochi con carta e penne colorate piuttosto (io imparo così i kanji, creandomi dei giochi anche col PC).
    Tra l’altro ho provato DuoLingo in estate e…. app più inutile non esiste secondo me. A cosa serve imparare a dire “La mamma è la mamma” se poi non sai come e perché vengono legate le parole per dare il senso alla frase. Con quest’app avevo provato anche a studiare russo… ma ti avesse fatto una lezione introduttiva per insegnarti l’alfabeto!!!! Con lingue che non usano l’alfabeto latino non ti mette in condizione nemmeno di esercitare la lettura… No… per me carissimi libri, quaderni e penne 4ever XD, come dice il detto “gallina vecchia fa buon brodo”.
    Credo che bisogni mantenere il contatto con la carta quando si impara qualunque cosa, la tecnologia non potrà mai sostituirla. Il mio consiglio è quello di non abbandonare le vecchie abitudini.
    Anki, al contrario, se usato nel modo giusto è utile, forse l’unica che merita davvero secondo me. Come dici tu, usato per imparare i vocaboli regna sovrano. Lo utilizzo spesso per testare la mia memoria con ottimi risultati.

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