Due parole sul terribile のです no desu (1)

“Non è che non riesco a sposarmi, è che non intendo farlo!”

Oggi ho deciso di parlarvi del のです no desu (spesso んです ndesu), prendendo spunto da un post di romishpi su Nihongo no Kuni (il sito in cui tutti gli utenti di studiaregiapponese.com possono liberamente domandare o postare quel che vogliono sul giapponese e il Giappone).

Mi lamento spesso, lo so, della qualità dei libri di giapponese in circolazione. Secondo certe teorie in circolazione (che io chiamo teoria degli autori scansafatiche) per insegnare una lingua bisogna dire il meno possibile, lasciare che sia lo studente a intuire (per magia?!) come stanno le cose in realtà. Inutile dire che ciò non avviene. Mai. E gli studenti si tengono i loro dubbi e comprano speranzosi il libro successivo… che qualcuno faccia cartello?

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Miti – Chi non ha la forma in -te iru e chi ha solo quella (prima parte)

sekai wa kotoba de dekite iru

Un mito che certi testi propinano agli studenti è che certi verbi abbiano esclusivamente la forma in -te iru …O viceversa non si possano trovare mai alla forma in -te iru… Ok, non è del tutto un mito, c’è il suo bel fondamento di verità, ma non è nemmeno del tutto vero, quindi non si dovrebbe scrivere cose come “知る shiru non si usa mai così, si usa solo nella forma 知っている shitte iru” oppure “できる dekiru si usa solo così, mai alla forma in -te iru”. Dunque oggi prenderemo in esame proprio questo fatto e tre verbi importantissimi e spesso maltrattati, cercando di capirli un po’ meglio.

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Miti – Davvero “ga” e “ma” sono la stessa cosa? (3)

kotowaru

Siamo all’ultima parte dell’articolo “Davvero ga e ma sono la stessa cosa?”, tutti i miei complimenti a chi è arrivato fin qui senza buttare la spugna… ma prima le mie scuse: negli ultimi giorni sono stato malato e non sono riuscito a scrivere niente, a parte qualche risposta ai sempre numerosi commenti ^__^

Nelle precedenti due parti di questo articolo, vi ricorderete, abbiamo visto perché non sempre posso tradurre il “ma” italiano con “ga” e perché viceversa il “ga” giapponese non si può sempre tradurre con il nostro “ma”. Oggi invece vediamo quei casi in cui vogliamo effettivamente dire “ma”, però il “ga” non va usato o comunque è sostituibile con altre espressioni, a seconda del contesto e delle diverse situazioni.

Dunque, se siete pronti, cominciamo…

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Miti – Davvero “ga” e “ma” sono la stessa cosa? (2)

sakamoto desu ga

Sakamoto desu ga, (nani ka?) – Sono Sakamoto, perché?/Che vuole?

La volta scorsa abbiamo affrontato il tema del perché il “ma” italiano non si può sempre tradurre in giapponese con la congiunzione “ga”, questa volta passiamo al secondo punto che avevamo preannunciato…

2. Il “ga” che unisce due frasi non equivale sempre a “ma” in italiano

Il “ga” giapponese che fa da congiunzione non è sempre avversativo (anzi potremmo dire che spesso non lo è!). La sua traduzione, a parte i casi (più o meno) avversativi in cui si può tradurre con “ma” (come ben sappiamo), sarà una semplice “e” …oppure non lo si traduce proprio, mettendo una virgola o un punto.

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Miti – Davvero “ga” e “ma” sono la stessa cosa? (1)

kanojo ga hoshii n desu ga

“Entro Natale vorrei una ragazza…” – un tipico esempio in cui “ga” non significa “ma”

Un altro mito che si incontra parlando con tanti studenti di giapponesi è l’idea che il “ga” usato come congiunzione (non intendo ovviamente quello che indica il soggetto) equivalga alla congiunzione avversativa “ma”. Sì, spesso “ga” = “ma”, però le cose non stanno sempre così…

  1. Non tutti i “ma” dell’italiano si possono tradurre con “ga” in giapponese
  2. Non sempre il “ga” che unisce due frasi si può tradurre con “ma” in italiano
  3. Ci sono altre espressioni che significano “ma”!

L’argomento è ampio e non si esaurirà oggi. A dire il vero potremmo essere un po’ più sintetici, ma si tratta di un tema che deve necessariamente presentare vari esempi per cercare di darvi un’idea precisa di questo argomento …di solito colpevolmente tralasciato nei libri di testi che non dicono nulla di chiaro e definitivo in proposito. Andiamo dunque con ordine.

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Anomalie temporali (2) – 前に mae ni

L’espressione 前に “mae ni” significa “prima (che/di)” ed è una congiunzione che ci permette quindi di creare frasi temporali che cominciano, appunto, con “prima che” o “prima di”. A sinistra di 前に “mae ni” si usa sempre la forma piana presente, qualunque sia il tempo del verbo della frase principale!

ルームメートが10時に寝る前に、私はテレビを見ます。
Ruumumeeto ga juu-ji ni neru mae ni, watashi wa terebi wo mimasu.
Prima che il mio compagno di stanza vada a dormire alle dieci, guardo la tv.

I tempi verbali di questa frase non ci creano nessun problema, è tutto molto naturale. Ho due verbi al presente in italiano e due verbi al presente in giapponese: i conti tornano.

Se però guardiamo la frase successiva, il discorso cambia e i più attenti si accorgeranno di certo che qualcosa non torna…

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Le forme imperative – Il VERO imperativo

ganbare nihon

In tanti conoscono la forma “imperativa” in -te+kudasai (o senza il kudasai), ne abbiamo anche parlato nell’articolo La forma in -te usata come imperativo. Oggi però vediamo quella che potremmo definire la VERA forma imperativa, cioè quella che si trova nel “paradigma” dei verbi giapponesi, nascosto tra le terrificanti basi dei verbi.

Per i verbi godan la forma imperativa equivale alla base che termina con il suono E (la meireikei, da meirei, ordine, e -kei, forma).

がんば ganbaru → がんば ganbare

kaeru → 帰 kaere

Suona scortese, o perlomeno brusca… anche se tutto dipende dal contesto: un atleta viene incitato con “ganbare!” …senza ovviamente che risulti scortese!

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Miti – La coordinazione degli aggettivi

Ci sono due grandi miti sulla coordinazione degli aggettivi:

  1. che unire due aggettivi richieda sempre di coordinarli con la forma in -te
  2. che coordinando due aggettivi, il loro ordine non conti affatto

Inutile dire, giunti a questo punto, che si tratta di due “miti”, se non addirittura di vere e proprie furfollerie!

No, non stateci a pensare, ho inventato io la parola “furfollerie”.

Insomma, a volte gli aggettivi si possono coordinare senza la forma in -te o con una forma alternativa (in -ku). Altre volte invece bisogna addirittura evitare di usare la forma in -te. Inoltre ci sono casi in cui l’ordine degli aggettivi non importa e casi in cui è fondamentale.

Bene, se vi sentite pronti… cominciamo!

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Anomalie temporali

とき toki generalmente è tradotto con “quando”, se è usato per “creare una frase temporale”. Sfortunatamente non c’è nulla di più fuorviante: se diamo retta all’istinto e lo traduciamo sempre con “quando” finiamo per creare alcune frasi davvero senza senso.

Sì, toki si può tradurre “quando”… effettivamente è la traduzione più indicata in certi casi

日本に行くとき、ガイドを買う。 Nihon ni iku toki, gaido wo kau.
Quando andrò in Giappone, comprerò una guida.

日本に行ったとき、ガイドを買った。Nihon ni itta toki, gaido wo katta.
Quando sono andato in Giappone, ho comprato una guida.

…ma per star tranquilli e tradurre nelle situazioni più complesse è il caso di tenere a mente che possiamo tradurlo anche con “al momento di/che…”. Diversamente tradurre le frasi seguenti diventa una vera impresa…

日本に行ったとき、ガイドを買う。 Nihon ni itta toki, gaido wo kau.

日本に行くとき、ガイドを買った。Nihon ni iku toki, gaido wo katta.

Riuscite a tradurle?

Se non vi riesce con facilità… è il caso di continuare a leggere questa lezione.

Per capire poi l’uso di toki, solo in apparenza semplice, bisogna ricordare due regole fondamentali.

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