Miti – La magia di “Nankurunaisa”

Nankurunaisa è per noi una bella espressione, ma non è la parola magica che internet vorrebbe farvi credere. Poche parole, infatti, sono più fraintese, più mitizzate, di questa “nankurunaisa”. Sono andato su google.it e ho verificato quali tra i primi risultati riportassero una giusta definizione e quali, evidentemente, erano scritti da gente che non sa nulla di giapponese… Ecco cosa ho scoperto

espressioni-nankurunaisa-01

A colori diversi corrispondono errori diversi. La prima pagina di google riportava SOLO cavolate.

Vi assicuro che davvero raramente ho visto un tale assortimento di sciocchezze! In questo post vedremo che:

  1. Non esiste la parola “nankurunaisa”, perché è una frase: nankuru nai sa.
  2. Nankuru nai sa non è (proprio) giapponese!
  3. Nankuru nai sa non si scrive in kanji, solo in hiragana: なんくるないさ. Cerchiamo la sua origine nel giapponese antico e scopriamone il vero significato.
  4. Nankuru nai sa è in realtà la seconda parte (la meno importante!) di una frase e neanche i giapponesi lo sanno!
  5. Un riassunto dei punti essenziali: cosa vuol dire e come si scrive “nankurunaisa”?!

Saltate al punto che preferite per capire come stanno davvero le cose a proposito di una delle parole più miticizzate e mistificate su internet.

1. Nankurunaisa non è una parola!

Tanto per cominciare nankurunaisa non è una parola, è una frase: nankuru nai sa. Vuol dire più o meno “Be’, in qualche modo andrà”. Ma sul suo significato torneremo a breve per chiarire.

2. Non è giapponese!

Nankuru nai sa non è nemmeno un’espressione giapponese; è in realtà “dialetto” di Okinawa.

E vabbe’, dialetto o no, sempre giapponese è! – potrebbe dire qualcuno. Potrebbe, certo, ma si sbaglierebbe. Il dialetto di Okinawa non è un dialetto come lo immaginiamo noi, è uno strano incrocio di due lingue. Il regno delle Isole Ryuukyuu, di cui Okinawa faceva parte, era uno stato indipendente (sotto la protezione della Cina), con una sua cultura e una sua lingua, fino quando venne conquistato dai giapponesi nel corso del 19° secolo. Il dialetto di Okinawa è più una fusione tra la lingua indigena e il giapponese, che non una variante regionale del giapponese, come invece sono gli altri dialetti dell’arcipelago.

Va detto però che nankuru nai sa è diventata un’espressione molto popolare, usata in serie televisive, anime, canzoni… e quindi è ormai largamente conosciuta.

espressioni-nankurunaisa-02

ikite’ru dake de nankuru nai sa
Finché c’è vita c’è speranza
(lett.) Grazie al solo fatto di esser vivi, in qualche modo le cose andranno bene.

Questa è la locandina di una serie, quella sotto è una canzone molto famosa

Oggigiorno “nankuru” viene inteso dai giapponesi (compresi molti abitanti di Okinawa) come “nantoka”, cioè “in qualche modo”. L’ultima parte invece “nai sa” equivale a “naru sa”, cioè quell’ “andrà (bene)” della traduzione data più su.

Dunque

Nankuru nai sa per i giapponesi è come dire nantoka naru sa, cioè “In qualche modo andrà (bene)”

Ma questa espressione ha davvero un significato positivo in Giappone? Chi ha fretta salti al punto 5 …ma poi non mi venga a chiedere “Come si scrive in kanji?”, ok? (¯―¯٥)

3. Non ha kanji!

A differenza di quanto visto nella schermata di google più su, quest’espressione non può essere scritta con i kanji. Come molto spesso capita con le parole del dialetto di Okinawa, di solito le si scrive in hiragana se non addirittura in katakana, a meno che ci sia una precisa corrispondenza di senso e allora si usa il kanji, e eventualmente si varia la pronuncia. Per esempio un’espressione che vedremo più giù usa due kanji: 宝, che si legge takara in tutte e due le lingue, e 命 che si legge inochi in giapponese e nuchi nella lingua di Okinawa.

Nell’immagine in kanji vista più su troviamo l’abominio: 難来る無いさ …leggibile come nankurunaisa, certo, ma privo di senso. Tanto per cominciare il “nai” finale qui sopra significa “non (esserci)”, mentre il “nai” in questione in realtà non è un’espressione negativa; basta guardare al senso della frase, che non contiene nulla che sia in forma negativa: il “nai” di nankuru nai sa è la corruzione del giapponese 成る “naru”, diventare, non è 無い (non esserci) e chi lo dice VI HA PRESO IN GIRO, facendo finta di sapere di cosa stava parlando!

Nemmeno il kuru in nankuru ha dei kanji. Corrisponde al suono “kara” del giapponese… come vedremo il dialetto di Okinawa abbonda con le “u”, quindi kara → kuru. Il “nan” iniziale invece potrebbe anche essere scritto in kanji, ma si tratterebbe al più del kanji 汝, non di 難 né di 何 come invece ho trovato spesso scritto da chi pensa “sì checcefrega, tanto chissenaccorge!” e/o mira a fregarvi.

In effetti in giapponese antico abbiamo na(re) kara, cioè jibun kara o mizukara, “da sè” o di shizen to, “naturalmente”. Dal giapponese antico narekara è derivato il dialettale “nankuru”: na(re)kara → nankara → nankuru. L’ultima parte dell’espressione è “naru sa” in giapponese, che in dialetto diventa “nai sa”. Il verbo naru significa (letteralmente) che (qualcosa) “diventa, evolve, va” (in qualche modo). Il “sa” finale, che non cambia, è una particella che fa poco più che dare un tono alla frase… come il nostro Sai?“, “Be’, dai/sai…” ecc.

Forzandoci la mano potremmo dunque scrivere in kanji 汝から成るさ, giusto per avere un’espressione in kanji che sia perlomeno “ragionevole”, ma dovremmo leggerla “na(re) kara naru sa” …perché se le vogliamo mettere i kanji “a forza”, la dobbiamo giapponesizzare; d’altronde 成い nai, ad esempio, non esiste in giapponese e quindi dobbiamo giapponesizzarlo in 成る naru, ma, ripeto, è una forzatura: nankuru nai sa non ha dei kanji e si scrive sempre なんくるないさ (al limite in katakana se si vuole sottolinearne la sua natura dialettale, ナンクルナイサ). Anche nell’espressione giapponese moderna, che di solito si considera equivalente (なんとかなるさ nantoka naru sa) i kanji non servono.

4. È solo l’ultima parte di una frase!

Traducendo dal dialetto di Okinawa in giapponese, gli stessi giapponesi fraintendono il senso di questa espressione. In giapponese viene intesa come “nantoka naru sa” e molti credono che la si usi in tutti i casi in cui si usa “nantoka naru” o l’espressione, molto simile, “dounika naru”. Ragion per cui finiscono per usarla anche nel senso di “Ma sì, dai, in qualche modo andrà bene” con sottinteso “quindi non serve essere troppo precisi!/non serve preoccuparsi!”, o cose simili.

Ci sono perfino dei giapponesi di Okinawa, convinti di poterla usare sempre allo stesso modo di nantoka naru (immagino non sia strano, se io non so il milanese pur essendo di Milano…). Tuttavia in rete si trovano articoli di Okinawani doc, decisi a eliminare ogni fraintendimento perché l’atteggiamento in questione è sentito un po’ come irresponsabile in Giappone (certo, non da tutti ovviamente).

L’idea di fondo di nankuru nai sa invece è “Tu comportati come si deve e in qualche modo andrà (bene)”, se vogliamo essere ottimisti, o “Tu comportati come si deve e poi andrà come andrà”, se siamo più realisti (vedi la spiegazione della frase completa). Richiama dunque nel contempo i nostri detti “Finché c’è vita c’è speranza” e “Non può piovere per sempre”.

なんくるないさ nankuru nai sa è un’espressione che si lega bene, a quanto pare, a un altro detto 命どぅ宝 nuchi du takara (in giapponese 命こそ宝 inochi koso takara), cioè “È la vita il (vero) tesoro”. Insomma, qualcosa di simile al nostro “L’importante è la salute” o anche qui “Finché c’è vita c’è speranza”.

Per la precisione la frase completa che contiene nankuru nai sa nel dialetto di Okinawa è

真そーけーなんくるないさ
makutu sookee nankuru nai sa

La prima parte viene chiaramente dal giapponese 真/誠 “makoto” (ma il dialetto di Okinawa ama le “u” e quindi la trasforma in makutu, così come si è arrivati a kuru da kara; vd. punto 3), e il kanji di makoto indica qualcosa di vero, buono, giusto. Così in pratica l’espressione giapponese completa sarebbe

真(のこと)をすればなんとかなるさ
Makoto (no koto) wo sureba nantoka naru sa
“Fai del bene/Comportati bene e poi in qualche modo andrà (bene)”

…e quindi è in parte simile anche ad un altro nostro detto: “Aiutati che il ciel t’aiuta” (senza la sfumatura opportunistica che a volte gli si dà). Difatti viene spesso associato al detto giapponese 人事を尽くして天命を待つ jinji wo tsukushite tenmei wo matsu (“Fare tutto quel che è umanamente possibile e aspettare il volere divino” ovvero, “L’uomo propone ma Dio dispone”).

5. “Ma insomma, che vuol dire e come si usa?”

L’espressione nankuru nai sa (sono tre parole non una!) si scrive なんくるないさ in hiragana …a volte si può preferire la scrittura in katakana (ナンクルナイサ) ma non si scrive MAI in kanji!

La sua vera traduzione letterale è “andrà da sé” o “andrà naturalmente” (una via di mezzo tra “le cose andranno spontaneamente a posto” e “sarà quel che sarà”)

Nessun riferimento al tempo che guarisce ferite, né al sopravvivere all’oggi per l’amore di domani, sono CAVOLATE, ma, piuttosto… il suo significato è davvero così bello e positivo come ci sembra?

I giapponesi lo traducono con nantoka naru sa, cioè “in qualche modo andrà” e lo usano proprio come “nantoka naru sa”:

Nankuru nai sa è inteso nel senso di “(Ma sì, ma sì, non stare a preoccuparti/Non serve essere precisi/Non serve badare ai dettagli perché tanto) in qualche modo andrà ( = in qualche modo le cose andranno bene)”. Insomma per i giapponesi oggigiorno è un’espressione che invita a prendere le cose alla leggera.

Ricordate però che Italia e Giappone sono paesi con culture molto diverse:

in Giappone l’atteggiamento del nankuru nai sa è visto da molti giapponesi come UN ATTEGGIAMENTO PO’ IRRESPONSABILE!

…anche se al tempo stesso è visto anche (probabilmente), con un po’ di invidia (poiché è un atteggiamento che al tipico salaryman di Tokyo, soffocato da impegni e responsabilità, non riuscirebbe mai e poi mai).

In base a quanto ho letto poi su internet, chi è originario di Okinawa e ricorda l’uso che i suoi nonni facevano di questa frase, si sente un po’ offeso dall’idea che i giapponesi se ne sono fatti e dice che il punto non è tanto spingere a prendere le cose alla leggera: l’espressione è ormai tronca e quella che si è persa è la parte più significativa. Il detto completo sarebbe

Comportati come si deve e (vedrai che prima o poi) in qualche modo le cose andranno (bene)

Ok, ho sviscerato in tutti i modi possibili l’argomento, spero che ora sia ben chiara l’origine di questo detto e il suo strano destino di fraintendimenti. Nankuru nai sa un’espressione che invitava ad essere responsabili, ma è stata fraintesa dai giapponesi che la usano per dire in modo ottimista (troppo ottimista e irresponsabile per alcuni) che le cose in qualche modo si aggiusteranno da sole, senza bisogno di fare niente. Un’espressione che infine è arrivata da noi, scambiata per una parola magica che invita a sopravvivere oggi per l’amore di domani…?!?! (╯°□°)╯︵ ┻━┻

43 pensieri su “Miti – La magia di “Nankurunaisa”

    • Il primo è giapponese, il secondo è dialetto di Okinawa. Il primo sarebbe la traduzione del secondo.
      Il però secondo è solo parte di un’espressione e quindi, a quanto pare, era inteso diversamente dal primo e sarebbe quindi meno leggero di quanto la sua traduzione giapponese lascia a intendere.

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  1. Occhio che c’è un errore. La teoria prevede che
    a→a
    e/i→i
    o/u→u
    Ovviamente con le dovute eccezioni (e lunga si legge e e non i, o lunga si legge o e non u). Detto questo non so manco io da che deriva il kuru, perché 来るin uchinaguchi si dice chun! XD

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    • Gli errori si sa scappano, ma… Stai parlando del dialetto di Okinawa, nel qual caso dov’è l’errore, non lo dici(!) o stai spiegando (in modo a dir poco confuso) gli allungamenti del normale giapponese? (peraltro a uno che ha scritto un intero libro sui kana… vd. colonna di destra e info sull’autore).
      Ti riferisci alla frase 真そーけーなんくるないさ dove scrivo sookee. Non essendo giapponese strettamente parlando ho trattato la parola come fosse straniera, mentre la scrittura in hiragana era così sul sito da dove l’ho presa, scritta da un Okinawano

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  2. non conosco il giapponese, nè vari dialetti….ma il tuo è davvero un post molto esaustivo e ben fatto! riesce a fugare i vari dubbi e fake news che ormai il web ci ha sommersi. Vivi complimenti!

    A.M.

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