Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (4a parte)

Capire il Giappone La terza regola della societa giapponese honne tatemae honshin 2

Da qualche tempo stiamo affrontando il tema della “maschera sociale” in Giappone. Abbiamo visto i primi tre punti qui sotto:

  1. 配慮 hairyo, la considerazione per gli altri
  2. La vergogna, la faccia e le apparenze
  3. La buona educazione
  4. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Oggi vedremo l’ultimo punto, affrontando il quale tratteremo anche (forse ne avete già sentito parlare) i concetti di honne e tatemae …ma non solo! C’è un grande escluso poco citato di solito, che invece non è il caso di trascurare perché è il cuore vero del discorso: l’ 本心 honshin 😉

D. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Uno dei tanti miti sul Giappone che si trovano su internet è che esista un proverbio giapponese che reciterebbe così: “I giapponesi hanno sei facce e tre cuori”. Un proverbio quantomeno comodo quando si tratta di parlare di “maschera sociale” e dei comportamenti del tutto diversi che i giapponesi hanno in situazioni diverse (peccato che i giapponesi non abbiano bisogno di spiegarseli con un proverbio).

Questo modo di fare è del tutto naturale per loro (fa parte delle regole del gioco), anche se in occidente un simile modo di fare può essere visto come “falso”, di comodo o perfino indegno. Si dice ad esempio “Forte coi deboli e debole con i forti”, con un certo sdegno, ma in una società fortemente gerarchica come quella giapponese normalmente ci si aspetta un modo di fare del genere (questo non vuol dire che tutti si comportino così e che non possa essere apprezzato un comportamento diverso).

Per quanto intrigante, e comodo nell’affrontare questo tipo di discorsi, il proverbio in questione non esiste. Tutto nasce dal libro Shogun (1975), in cui l’autore, James Clavell, scrive:

The Japanese have six faces and three hearts. A deceitful heart in their mouth to show in public; another heart in their chest that only friends and family get to know; and at last their real heart that nobody knows and that remains hidden in an undisclosed location.

I giapponesi hanno sei facce e tre cuori. Un cuore ingannatore in bocca, da mostrare in pubblico; un altro nel petto, che solo amici e familiari arrivano a conoscere; e infine il loro vero cuore, che nessuno conosce e rimane nascosto in un luogo ignoto.

Clavell si esprime così nel suo romanzo, e fa bene visto la presa che ha avuto su molta gente. Ma lo fa in un romanzo. Non è un saggio e non c’è scritto da nessuna parte “Caro lettore, esiste davvero un proverbio giapponese che dice…” e in effetti tale proverbio non esiste, checché ne dicano in giro per la rete, facebook o tumblr o che so io.

Ciò a cui Clavell si ispira quando parla di tre cuori sono probabilmente tre parole, due delle quali ben note a chi ha studiato un po’ di cultura giapponese. Stiamo parlando di tatemae e honne …ma non solo, come vi dicevo.

Il “cuore ingannatore da mostrare in pubblico” è quel che i giapponesi definiscono 建前 tatemae, ovvero “facciata”. Un’espressione certamente molto meno poetica e quasi identica a quel che diciamo in italiano in situazioni simili (es.: “Il suo interessamento è solo di facciata“), ma perlomeno è un’espressione che esiste davvero. Indica semplicemente il comportamento tenuto in pubblico., che come ci ricorda il kanji 建 (costruire, erigere) è qualcosa di “costruito”. Può indicare il comportamento che si deve tenere in pubblico, ma non solo. Può essere usato in senso più o meno negativo, come quando noi diciamo “la sua è solo una facciata” (i.e. non è quel che pensa davvero).

Forse gli studenti universitari e i più appassionati tra i miei lettori sapranno già che quel che fa da contraltare al 建前 tatemae è l’ 本音 honne. Il termine honne si scrive con i kanji di “originale” (e quindi reale, vero) e di “suono” …kanji che può essere riferito anche all’idea di parola, visto che ha la stessa origine del kanji 言 (dire; parola). Insomma, l’honne, “il cuore che solo amici e familiari arrivano a conoscere”, è ciò che uno vuole veramente dire. In presenza di amici e familiari ci si può lasciare andare e dire quel che si vuole, quello che si pensa.

Questi honne e tatemae sono dunque due concetti spesso citati quando si parla del comportamento e di come si esprime una persona in pubblico (tatemae) e in privato (honne)ma purtroppo il discorso finisce lì!

Tatemae (“facciata”) non è per forza una “brutta cosa”!

Quel che non si dice spesso è che non è (solo) questione di “mentire o meno” o “di pensare alle apparenze” (N.B. abbiamo parlato di apparenze nella 2ª parte de La terza regola della società giapponese).

Ci sono cose che in Giappone si possono dire in pubblico e cose che non si possono dire. Non solo, si parte dal presupposto di non potersi esprimere in modo diretto in certi contesti, perché potrebbe essere sconveniente, ad esempio, potrebbe mettere in imbarazzo l’altra persona o un presente ecc. In questi casi è naturale presentare una “facciata”: non c’entra nulla che tipo di persona uno è, non è questione di mentire… è l’unico comportamento ragionevole!

Posso presentare una facciata in pubblico, perché sono obbligato, punto e basta, ma aspettarmi comunque di essere compreso. Sta cioè a chi mi ascolta il compito di 察する sassuru, “capire dove voglio andare a parare”, indovinare, interpretare ciò che intendo davvero, scoprire qual’è l’honne dietro il tatemae… perché è lì! Perché non ho mentito! Sì, ho presentato una facciata pensando alle apparenze, ma non si tratta di una bugia detta per ingannare, per nascondere la verità, anzi! Il suo scopo è mantenere le apparenze come si conviene, come è decoroso, ma nel contempo lasciare a intendere… sempre che l’altro ne sia in grado. Così facendo in un colpo solo si salvano le apparenze, l’armonia del gruppo… e si riesce comunque a comunicare perché chi ascolta capisce le “regole del gioco”.

Viceversa possiamo metterci nei panni dell’ascoltatore: saremmo perfettamente in grado di interpretare un messaggio, di vedere oltre il tatemae, ma l’interlocutore (magari un giovane impiegato, come nell’immagine a inizio articolo) ci dice ciò che pensa davvero, senza curarsi delle apparenze… mettendoci in difficoltà (cosa evidente nell’immagine iniziale, nella parte sullo sfondo).

Spesso sentire da qualcuno delle parole che ci suonano come “tatemae” non dà fastidio in quanto ci appaiono come una bugia o perché riusciamo (o no) a intuire l’honne dietro la facciata, danno semmai fastidio perché l’altra persona non ci reputa abbastanza vicini a lei da condividere l’honne senza preoccuparsi delle apparenze… Come dice il gatto in quest’immagine!

Tatemae wa ii kara, honne wo hanashina yo!
“Basta pensare alle apparenze, parla chiaro!”

Mi rendo conto che honne e tatemae, a spiegarli davvero, sono concetti difficili, ma spero che fin qui sia tutto chiaro… e sennò chiedete nei commenti! ^_^

Manca un cuore all’appello, giusto?

Verissimo! Abbiamo lasciato indietro uno dei tre cuori citati da Clavell! Il “cuore” meno noto, che non penso abbiate sentito citare (anche perché confuso con honne, anche dagli stessi giapponesi) è 本心 honshin. Ironia della sorte è l’unico termine che contiene davvero il kanji di “cuore” (心).

Per estensione il kanji 心 di “cuore” indica anche i sentimenti e le intenzioni. Ad esempio la parola 下心 shitagokoro (lett. “cuore di sotto”) significa “secondo/i fine/i”, cioè il fatto che uno abbia delle reali intenzioni che non rivela, ingannando o tacendo agli altri questo fatto finge di agire per altri motivi più “positivi”. Viceversa la parola 真心 magokoro (o shinshin) indica la “sincerità”, per estensione la devozione e la lealtà di qualcuno (che quindi non avrà certo secondi fini). Ma se magokoro è un “cuore onesto”, honshin indica il “cuore originale”, quello vero. È quindi questo il termine che ci interessa davvero perché honshin non è necessariamente un qualcosa di positivo: se è espresso, la persona non mente, certo, se però l’honshin è nascosto…

本心 honshin, il “cuore originale”, è insomma ciò che uno prova davvero, ed è secondo me il terzo e ultimo cuore di cui parla Clavell (l’unico cuore, se si guardano i kanji), cioè quello “vero, che nessuno conosce e rimane nascosto in un luogo ignoto”.

L’honshin, spero si capisca, è quindi leggermente diverso dall’honne concettualmente. A volte le due cose coincidono, ma non sempre. L’honne è quel che uno vuol veramente dire e in pubblico non può dire. Ma non è detto che uno sia disposto a dire ciò che prova a chicchessia…e qui entra in gioco l’honshin.

D’altronde a volte capita che uno non sia nemmeno consapevole di ciò che prova davvero, come potrebbe dirlo in questo caso? Ecco quindi la differenza tra honne e honshin …e dunque l’idea di Clavell di parlare di ben tre cuori.

In tutto ciò resta senza risposta la domanda che ora ronzerà nella mente di tutti…

…e le sei facce?

Nessuno lo sa! I giapponesi parlano di avere una “doppia faccia” delle volte. Vengono anche usate le espressioni 表の顔 omote no kao e 裏の顔 ura no kao (rispettivamente “la faccia davanti” e “la faccia di dietro”), con il senso che potete immaginare di pensiero reale e falso, di comportamento normale e inaspettato …ma non ci sono mai riferimenti a sei facce da nessuna parte.

Capire il Giappone La terza regola della società giapponese honne tatemae honshin ura no kao 1

Un famoso ladro (“trasformista”) della letteratura giapponese è detto 二十面相 nijuumensou, cioè “a venti facce”. Inoltre, visto che il termine “faccia” indica il modo di rapportarsi agli altri tanto in giapponese quanto in italiano (faccia tosta, faccia di bronzo, faccia da schiaffi ecc.), l’espressione in questione (le sei facce) va sicuramente a indicare molti modi di rapportarsi agli altri, a seconda delle situazioni (eventualmente ingannandoli, come il ladro scaturito dall’immaginazione di Edogawa Ranpo).

Capire il Giappone La terza regola della società giapponese honne tatemae honshin ura no kao 3

Tuttavia il numero “sei” non si accosta di norma all’idea giapponese di “molti” (in questo caso “molti modi”). È piuttosto il numero “otto” a richiamare un’idea del genere. Non a caso si dice che in Giappone ci sono “otto milioni di divinità” (in realtà si intende semplicemente “infinite divinità” o “una moltitudine di divinità”): il numero otto è da sempre un numero pensato come grande e… fortunato come scritto nell’articolo Numeri fortunati in giapponese.

7 pensieri su “Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (4a parte)

  1. mi viene in mente il povero Ranma 1/2 per cui era un problema enorme trasformarsi in donna, ma lo faceva volontariamente per andare a mangiare i gelati alla frutta nei locali ‘da ragazze’, come uomo non l’avrebbe mai fatto 恥ずかしいです。

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  2. Molto chiaro! Mi immagino una situazione di questo tipo: nell’azienda PincoPallo è convenzione uscire, nell’unico giorno libero, con i colleghi. L’impiegata G. dice “di facciata” che va bene (anche se fa sottintendere che non è proprio così). Agli amici, G. confessa di non sopportare queste uscite e vorrebbe fare altro. Dentro di lei desidererebbe solo veder cadere una meteorite sui colleghi e sul suo datore di lavoro.

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  3. Questi articoli sul modo di comportarsi in società sono stati interessantissimi ed educativi! Grazie mille e ottimo lavoro come sempre! Purtroppo cose simili non si possono davvero comprendere finché non si provano sulla propria pelle. Come quando studi bene un periodo storico e cerchi di immedesimarti in una persona vissuta in quel tempo, ma puoi farlo solo in parte perché semplicemente non ci vivi e non puoi cogliere quelle piccolezze che non si possono spiegare. Quindi per capirlo al 100% bisogna andare per forza in Giappone e far parte del “gioco” ^-^

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    • Direi che si può capire quasi tutto anche da qui, leggendo, ma quello che non puoi capire fino in fondo è… te stesso/a. Nel mio caso sono andato in Giappone dopo anni di studio, sapevo esattamente cosa aspettarmi, capivo in una data situazione perché qualcuno faceva o diceva una certa cosa, a volte prevedevo perfino la reazione… ma in certi casi non riuscivo a fare a meno di sentirmi infastidito da certe cose. Ecco, questo mi ha stupito davvero, che pur sapendo esattamente cosa e perché stava succedendo qualcosa, mi sarei comunque sentito ferito, irritato, risentito… a seconda dei casi.
      E’ stata una grossa sorpresa, ma anche un fatto molto interessante sotto molti aspetti… improvvisamente in un colpo solo si capisce qualcosa di più sul Giappone e su sé stessi.

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