Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (2a parte)

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La volta scorsa nell’articolo Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese abbiamo iniziato a parlare di “maschera sociale” e abbiamo detto che farlo richiede di considerare almeno quattro punti:

  1. 配慮 hairyo, la considerazione per gli altri
  2. La vergogna, la faccia e le apparenze
  3. La buona educazione
  4. I proverbiali(?) tre cuori dei giapponesi

Abbiamo visto nel dettaglio il punto A, per cui è il momento di proseguire e vedere i punti successivi.

B. La vergogna, la faccia e le apparenze

Un concetto di importanza capitale nella società giapponese, insieme a quelli di gruppo e armonia, è quello di “vergogna”, o meglio 恥 haji, in tutte e due le sue accezioni di “imbarazzo” e “disonore”.

In Occidente sono (o sono stati) il senso del “peccato” e “la paura di andare all’Inferno” a trattenere molti dal fare qualcosa di male. In Giappone, che con il cristianesimo ha poco a che fare, la funzione sociale del “peccato” è ricoperta dalla vergogna, mentre la punizione non è l’Inferno ma l’esclusione dal gruppo (e ricordiamoci che l’individuo ha senso solo all’interno del gruppo).

Per esempio se un uomo è sospettato di essere un 痴漢 chikan, uno di quei pervertiti che molestano le donne sui treni, in molti casi viene immediatamente lasciato dalla moglie e licenziato (quindi “escluso dal gruppo”)… Prima di gridare “E mi pare giusto!” considerate che ci sono stati casi in cui si è scoperto che la “vittima” aveva accusato una persona a caso per gioco o per noia.

In una società in cui scappatelle e tradimenti non portano automaticamente alla rottura di un matrimonio, pare strano che per un sospetto di molestie si venga scaricati senza diritto di replica. Non che non sia un reato grave, ma se facciamo paragoni con la nostra cronaca nera… (non mi va di parlarne, ma un caso a cui guardare per un esempio è quello di Yara).

Dov’è, per una donna, la differenza emotiva tra 不倫 furin (storia extraconiugale) e 痴漢 chikan (molestia)? Perché perdonare la prima e non la seconda? Perché la seconda è pubblica. È una vergogna sotto “gli occhi di tutti”.

Questa è un’altra espressione importantissima: 人の目/人目 hito no me/hitome, lett. “gli occhi delle persone”. Quando la colpa è sotto “gli occhi della gente” la vergogna diventa insostenibile e prendere le distanze da chi se ne è macchiato è naturale.

Penso che sia del tutto evidente se si guarda all’immagine di apertura, il manga sulla sinistra. Varie mani additano la ragazza al centro dell’immagine. Su ogni mano c’è il kanji di “haji”, vergogna. La ragazza si ritrova quindi: al centro dell’attenzione (目立つ medatsu, saltare agli occhi, è già di per sé qualcosa di indesiderabile e negativo), sotto gli occhi di tutti (hito no me), che di sicuro la giudicano e la guardano male (白い目で見る shiroi me de miru, la guardano con occhi bianchi), ricordandole la sua vergogna (haji)… la pressione, l’avere “la sua vergogna” così, allo scoperto, visibile a tutti, è tale da spingerla al suicidio.

Un altro tema importante che tutto ciò ci ricorda è quello delle “apparenze”, anch’esse così importanti che ritroviamo varie traduzioni possibili in giapponese: 世間体 sekentei, 体裁 teisai, 体面 taimen, 格好 kakkou. Qualcuno avrà anche sentito dire kakkoii e kakkowarui, cioè “figo” e “sfigato”, ecco, sono dei vocaboli che vengono proprio da questo termine “kakkou”, che indica l’aspetto esteriore di qualcuno (in un’accezione particolare equivale ai vestiti).

Ma non è finita qui perché l’universo che circonda il senso di vergogna è davvero vasto. Possiamo preoccuparci delle apparenze perché qualcuno a noi vicino si è macchiato di un qualcosa di vergognoso, o possiamo essere stati svergognati, in prima persona, da qualcuno… Uhm, va detto che oggigiorno “svergognato” suona come “sbugiardato” o poco di più, ma c’è pur sempre il significato di “venir disonorato” (che avrete sentito se avete visto un dramma ambientato nel Sud Italia).

L’idea di disonorare qualcuno, o meglio “svergognare/far vergognare” è ben resa da 恥をかかせる haji wo kakaseru, ma è solo un’espressione causativa che deriva da un’espressione ben più interessante: 恥をかく haji wo kaku. Il verbo “kaku” (in kanji sarebbe 掻く) può indicare il “far uscire in superficie qualcosa di indesiderabile”… si usa per esempio per 汗をかく ase wo kaku, cioè “sudare”. La vergogna quindi è un po’ come il sudore, viene in superficie dall’interno …ed è solo quando la vergogna è in superficie, sotto gli occhi di tutti, che diviene un problema.

Parlando di vergogna, non si può non parlare di “faccia”. Proprio come in italiano, dove si usano espressioni come “perdere la faccia” (che troviamo identica in giapponese: 面目を失う menboku wo ushinau) o “sfacciato” (per qualcuno che è “senza vergogna”, nelle sue affermazioni o per le sue pretese), così anche in giapponese sono molte le espressioni che legano i concetti di “vergogna” e di “faccia”… ma cambia il numero di termini usati.

Dal banale 顔 kao, faccia (anche in senso generico), a 面目 menboku, faccia, a メンツ/面子 mentsu, faccia, fino a… 看板 kanban, che vuol dire “insegna” in effetti e si usa quando a “perdere la faccia” è un’attività commerciale. Le espressioni usate sono spesso forti: 店の看板に傷をつける mise no kanban ni kizu wo tsukeru, ferire l’insegna del negozio o anche 店の看板に泥を塗る mise no kanban ni doro wo nuru, spargere/gettare fango sull’insegna del negozio. Le stesse espressioni, tra l’altro, usate per le persone: 体面に傷をつける/体面を傷つける taimen ni kizu wo tsukeru/taimen wo kizutsukeru, ferire le apparenze, o, simile, 体面を損なう taimen wo sokonau, danneggiare le apparenze (la “faccia pubblica” di qualcuno), o ancora 顔に泥を塗る kao ni doro wo nuru, spargere/gettare fango sulla faccia (di qualcuno).

Un’altra espressione simile è 顔をつぶす kao wo tsubusu, (lett.) schiacciare la faccia. Quest’ultima espressione ha anche un corrispettivo dal significato opposto: 顔を直す kao wo naosu, (lett.) aggiustare la faccia.

Ancora altre espressioni permettono di rendere la stessa cosa. Ad esempio 顔を立てる kao wo tateru, lett. “innalzare la faccia (di qc.uno)”, usato nel senso di “permettere a qualcuno di salvare la faccia”; detto in italiano suona forse un po’ eccessivo, perché può anche esser riferito al semplice agire in modo che qualcuno non si trovi in imbarazzo (e difatti è assimilabile all’espressione 気をつかう ki wo tsukau, abbreviabile in 気づかう, kizukau, già vista nell’articolo sulla considerazione per gli altri), ma bisogna tener presente la cultura giapponese e capire che spesso quel che ci sembra di poco conto è in realtà di grande importanza… Per esempio, “La mia presentazione è andata bene, così sono riuscito a salvare la faccia come capo-progetto”, è una frase che stride un po’ in italiano, lascia credere che in ballo ci fosse chissà che cosa (p.e. il posto di lavoro), non una semplice presentazione, eppure tradotta in giapponese funziona benissimo.

Non a caso parole come faccia (kao, menboku…) e apparenze (taimen) possono essere spesso sostituite con 名誉 meiyo, onore (anche noi parliamo di “salvare l’onore” come di “salvare la faccia”, anche se in contesti un po’ diversi). Ad esempio 体面に傷をつける taimen ni kizu wo tsukeru, ferire le apparenze, equivale a 名誉に傷をつける meiyo ni kizu wo tsukeru, ferire l’onore, 面目を失う menboku wo ushinau, perdere la faccia, equivale a 名誉を失う meiyo wo ushinau, perdere l’onore.

Quando invece non serve l’intervento altrui per salvarsi la faccia, troviamo per esempio 顔/面目/面子が立つ kao/menboku/mentsu ga tatsu, salvare la faccia, spiegato sul vocabolario come 世間に対して面目が保たれるようにする seken ni taishite menboku ga motareru you ni suru, lett. “fare in modo che la faccia venga conservata di fronte alla società …ed è impossibile non notare il riferimento a la società, la gente, che viene inserito non a caso.

Tra l’altro con il verbo 保つ tamotsu, mantenere, conservare (“salvare”), usato sopra al passivo, possiamo usare tutte le espressioni che vogliamo o quasi, 面目/面子/体面/体裁/名誉を保つ menboku/mentsu/taimen/teisai/meiyo wo tamotsu, salvare la faccia/le apparenze/l’onore. L’unica che non possiamo usare è l’espressione con “kao”, perché si usa in situazioni più… “mondane”, come “mantenere un viso bellissimo” (美しい顔を保つ utsukushii kao wo tamotsu).

10 pensieri su “Capire il Giappone – La terza regola della società giapponese (2a parte)

  1. Ancora, ancora…Queste sono le cose che tanto vado cercando in giro, Grazie Kaze, gli anime, i drama, la grammatica, tutte cose importantisime ma se poi non sai come comportarti davanti una persona del posto, che fai, gli racconti l’uso della particella?
    pillole di Giappone vero sono utilissime, chiunque vada a visitare quel mondo così diverso dal nostro che è l’Asia in genere ha bisogno di conoscere qualcosa che lo aiuti a non fare la solita figura del “cavolo”, lo straniero Stupido che non sa come comportarsi.
    Attendo il prossimo articolo, Grazie per questi, nel frattempo,

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    • Non è contro i cinesi 😃 Quei due kanji significano “instupidito” (sai quando uno ha l’aria da scemo e resta lì con la bocca aperta…), più che stupido, e “uomo”, non solo “cinese”. Difatti kan ha anche la pronuncia otoko, per quanto si tratti di una pronuncia irregolare. Hai presente gli italiani del sud che tendono a dire cristiani al posto di uomini…? Ecco, è un po’ la stessa cosa.

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