Kanji – Storia della scrittura cinese (parte 4)

5. Sviluppi post-Han della scrittura

La forma standard della scrittura chiamata kăishū che è ancora in uso attualmente cominciò a prendere forma durante l’ultima parte della dinastia Han. Kăishū rappresenta un’ulteriore evoluzione verso una forma di scrittura più regolare e comoda, nella quale i caratteri ondulati della scrittura dei cancellieri si trasformano in linee dritte e con angoli più acuti. Nella sua evoluzione fu senza dubbio influenzata da nuove tecniche di scritture sviluppatesi congiuntamente alle forme corsive. Le forme di transizione tra la scrittura dei cancellieri classica e la nuova scrittura standard si possono trovare già in alcune fonti tardo Han, ma un kăishū pienamente maturo non appare che al tempo del famoso calligrafo della dinastia dei Jin Orientali Wáng Xīzhī (321-379). Al tempo della Dinastia del Sud e del Nord, il kăishū emerge come la forma standard della scrittura cinese e sostituisce la scrittura dei cancellieri per tutti gli usi ordinari. È questa forma di scrittura che ha avuto un uso ininterrotto fin da quel tempo, e che crea la base di tutte le forme moderne di scrittura in Cina.

Le forme corsive della scrittura cinese (căoshū) cominciarono a svilupparsi, come già accennato, nel 3° secolo a.C. Queste prime forme di corsivo erano strettamente associate con la scrittura dei cancellieri in evoluzione, e nella loro forma matura vennero ad essere conosciute più tardi come zhāngcăo “scrittura delle erbe”. Nel secolo successivo alla caduta degli Han Orientali, insieme alla nuova scrittura standard kăishū si stava sviluppando la forma classica della scrittura corsiva (il cosiddetto jīncăo “corsivo moderno”). In questa forma corsiva furono eliminati elementi più vecchi che ricordavano la scrittura dei cancellieri e furono adottate ulteriori semplificazioni e abbreviazioni e a un certo numero di caratteri furono date forme grafiche totalmente differenti; in generale, jīncăo ha più tratti collegati che le forme corsive più vecchie, assumendo così un’apparenza più fluente. L’estrema semplificazione di questa scrittura la rese difficile da leggere e in questo modo ridusse la sua praticità. Indubbiamente questa è la ragione per la quale divenne popolare un’altra forma si scrittura, intermedia tra căoshū e kăishū. Questa scrittura, chiamata xíngshū “scrittura corrente”, adotta molte delle caratteristiche della scrittura corsiva ma nei suoi elementi fondamentali rimane molto più vicino al kăishū, rendendolo molto più utile alla persona media come mezzo per la stesura di documenti e nella scrittura di lettere personali. Forme di scrittura molto vicine nello spirito alla scrittura corrente possono essere già viste in materiali risalenti all’ultimo periodo della dinastia degli Han Orientali e sembra che si siano formate in tandem con il kăishū. Comparandolo con kăishū e căoshū, xíngshū è molto meno codificato; nelle mani di alcuni scrittori esso diventa simile al căoshū, mentre per altri rimane molto più vicino alle forme standard.
Nel periodo della dinastia Tang kăishū e xíngshū erano diventati le due scritture prevalenti; se le scritture del piccolo sigillo e dei cancellieri sopravvissero fu come forma di conoscenza storica specializzata. Esempi dei vari tipi di scrittura discussi in queste sezioni sono mostrati nella tabella 4.

6. Il numero dei caratteri cinesi

Dopo la dinastia Han, con il diffondersi della scrittura il numero complessivo di caratteri cinesi proliferò abbondantemente. Le ragioni furono diverse. Nelle prime forme della scrittura era piuttosto comune usare lo stesso carattere per rappresentare due o più parole che, sebbene frequentemente vicine sia nella pronuncia che nel significato, avevano possibilità di confusione. Presto tali parole cominciarono ad essere differenziate, generalmente per mezzo dell’aggiunta di un componente semantico o fonetico. Alcuni esempi di questo processo sono stati già dati. Nei secoli seguenti l’unificazione sotto la dinastia Qin, venne creato un numero sempre maggiore di caratteri, sulla base del principio che richiedeva che ogni parola avesse una propria rappresentazione grafica. È stato stimato che alla fine della dinastia Shang ci fossero, in uso comune, tra i 4000 e i 5000 caratteri diversi; il Shuōwén jiězì (nel periodo degli Han Orientali) conteneva 9.353 caratteri differenti; il rimario Jíyùn, del periodo della dinastia dei Song Settentrionali (960-1127), arrivò a 53,525 caratteri. Come si può spiegare questo incredibile aumento del numero di caratteri? I fattori furono diversi. Una ragione importante della moltiplicazione del numero di caratteri fu la natura cumulativa della tradizione letteraria cinese: i caratteri usati per scrivere testi antichi venivano sempre conservati e inclusi nei dizionari anche se le parole che rappresentavano da tempo non erano più in uso. In questo modo, all’aumento del corpus della letteratura cinese seguì quello del numero dei caratteri; alcune di queste parole provenivano dal linguaggio dialettale; in altri casi parole dialettali e perfino straniere furono incorporate nella lingua. Anche nuovi nomi propri, sia toponimi che di persona, arricchirono progressivamente l’inventario dei caratteri. Un altro fattore importante nella proliferazione dei caratteri fu la nascita di varianti nella scrittura della stessa parola; queste varianti (talvolta chiamate allografi) spesso coesistevano e furono spesso usate per lunghi periodi di tempo a causa della mancanza di una politica di standardizzazione. Un’idea del numero di caratteri cinesi trovati in dizionari rappresentativi in periodi differenti può essere visto nella tabella 5.

Tabella 5 – Numero dei caratteri nei dizionari cinesi

Data Dinastia o periodo Nome del dizionario N. caratteri
100 Han Orientali Shuowen jiezi 9.353
VI sec. Liang Yupian 12.158
601 Sui Qieyun 16.917
1011 Song Settentrionali Guangyun 26.194
1039 Song Settentrionali Jiyun 53.525
1615 Ming Zihui 33.179
1716 Qing Kangxi zidian 47.035
1916 Minguo Zhonghua da zidian 48.000

Fino ai tempi moderni il dizionario con il più grande numero di caratteri è stato il Jíyùn, compilato da Dīng Dù (990-1053) e un gruppo di studiosi durante la dinastia Song. È molto chiaro, nel caso di questo dizionario, che la ragione di questo straordinario numero di caratteri è l’inclusione di un alto numero di modi differenti nello scrivere la stessa parola. Nonostante ciò è comunque innegabile che il numero totale di caratteri cinesi in esistenza è sbalorditivo. Di fronte a questi numeri è naturale chiedersi quanti caratteri siano in uso ordinariamente. Sicuramente nessuno potrebbe ricordare decine di migliaia di caratteri differenti, come nessuno avrebbe bisogno di un così grande numero per documentare un qualsiasi stadio immaginabile della lingua. Come sottolineato all’inizio di questo capitolo, un carattere cinese generalmente rappresenta un singolo morfema; sebbene il numero di parole in una lingua con una letteratura ben sviluppata sia piuttosto grande, arrivando in alcuni casi alle centinaia di migliaia, il numero di morfemi (soprattutto nativi, non presi in prestito) è molto più piccolo, arrivando generalmente alle migliaia. Questo suggerirebbe che il numero di caratteri necessario per scrivere una qualsiasi fase sincronica del cinese dovrebbe ammontare ad alcune migliaia piuttosto che alcune decine di migliaia; e infatti è questo il caso. Ciò è sostenuto da diversi studi statistici.
I Tredici Classici Confuciani (Shísān jīng), che coprono un periodo di quasi un millennio dalla dinastia Zhou fino all’inizio degli Han, contengono un totale di 6,544 caratteri differenti (Qian 1980); questo numero è, a dire il vero, piuttosto alto, poiché il periodo durante il quale i Tredici Classici furono scritti è molto lungo, e inoltre uno dei lavori contenuti nella collezione è lo Ěryă, un dizionario che contiene un alto numero di caratteri strani e poco usati. Il Shuōwén jiězì, come già indicato, contiene quasi 10.000 caratteri, ma è dubbio che tutte le parole che esso contiene fossero ancora in uso comune al tempo della sua compilazione. Studi moderni ci portano più vicini al numero reale di caratteri necessari a una normale persona istruita. In uno studio fatto dall’Istituto di Psicologa dell’Accademia delle Scienze negli anni ’60, fu determinato che una normale persona con istruzione a livello universitario che non sia esperta nei campi della letteratura cinese e della storia cinese conosce tra i 3500 e i 4000 caratteri. Uno studio sull’edizione in quattro volumi delle opere di Mao Zedong ha trovato un totale di 2,981 caratteri. Si stima che una tipografia abbia mediamente un assortimento di circa 6.000 caratteri differenti.
Un altro modo per avvicinarsi a questo problema sarebbe quello di esaminare quanti caratteri si trovano in uno specifico numero di composti. Guan e Tian, in un’indagine preliminare di questo tipo hanno trovato che nel Xiàndài hànyŭ cídiăn, si trovano 1.972 caratteri in cinque o più combinazioni, e che 1.094 si trovano in 2-4 combinazioni, per un totale di 3.066. Questo si avvicina a rappresentare il numero di caratteri che un lettore medio dovrebbe conoscere per leggere la maggior parte della prosa moderna. Alcuni caratteri per i morfemi grammaticali, i toponimi e i nomi di persona, e parole colloquiali di alta frequenza ma che di per sé non entrano in combinazioni lessicali dovrebbe venire aggiunte a questo numero per arrivare a una stima più realistica. Tutte queste statistiche suggeriscono che una normale persona cinese istruita conosce e usa tra i 3000 e i 4000 caratteri. Specialisti in letteratura classica e in storia ovviamente ne conosceranno di più, poiché tratteranno regolarmente con testi antichi contenenti numerosi caratteri non più in uso nel cinese moderno; ma anche nel caso di tali persone, è dubbio che il loro vocabolario attivo superi i 5000 o 6000 caratteri.

da tuttocina.it – Frammenti d’Oriente, dicembre 2004

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