Alcune delle tante facce del Giappone (terza parte)

Il dualismo akogare-amae e il rapporto senpai-kouhai

maria-sama ga miteruVi ricordo che questo discorso nasce dal caso Minami Minegishi (articolo di Karusama) ed è parte di una mia riflessione che da lì ha preso spunto per poi trattare alcuni aspetti della cultura giapponese e, come premessa al post di oggi, il tema del kawaii e del suo “strapotere” nell’odierna società giapponese.

Dunque riprendo il discorso dove l’avevamo lasciato, ma questa volta ci chiederemo anche perché i fan arrivano ad essere ossessionati dalle idol e da quello che ho definito il “mito della ragazzina così carina, giovane e pura”.

Esistono, nella società giapponese, due fenomeni intimamente legati: akogare e amae. Vediamoli un secondo e poi cerchiamo di capire come “agiscono”.

 憧れ Akogare

Il secondo fattore (dopo “il fattore kawaii” di cui abbiamo parlato l’altra volta) che dobbiamo considerato è quel che ho chiamato akogare, cioè in sostanza qualcosa a metà tra l’ammirazione e l’adorazione.

Avrete certamente notato come in molti anime si parli dell’ “idolo della scuola”, maschile o femminile, o anche di qualche クールビューティー (kuuru byuutii), “bellezza cool”… dove il termine, cool, è inteso in modo un po’ diverso dall’inglese; il riferimento è infatti a una bellezza algida, una personalità un po’ fredda, distaccata, quasi la persona emanasse un’aura di “composta superiorità”, oltre ad essere effettivamente (in genere) brava in tutto (negli sport, nello studio, in cucina…).

Personaggi del genere sono in genere 先輩 senpai, cioè “compagni più anziani” (è un termine che vale a scuola come a lavoro e si riferisce, almeno nel caso del lavoro, all’esperienza più che all’età).

Maria-sama ga mite’ru, della cui versione drama ho postato un’immagine all’inizio, è un perfetto esempio in cui ritrovo simili personaggi.
Chi non conosce bene la cultura giapponese potrebbe restare un po’ sorpreso. Perché a scuola chi ha semplicemente uno o due anni di più è, non solo rispettato (i senpai vanno sempre salutati rispettosamente, anche se non li si conosce di persona), ma a volte addirittura adorato, in un certo senso?

Sul rispetto non c’è nulla d’eccepibile: con i senpai va usato il 敬語 keigo, il linguaggio rispettoso del giapponese. La forma cortese, se siete a scuola, e spesso forme ancor più complesse e rispettose se vi trovate a lavoro.

La questione “adorazione” però è molto probabilmente abbastanza forzata.Gli anime evidenziano situazioni in cui il personaggio è “messo su un piedistallo”, irraggiungibile alle persone comune: può essere adorato da tutti, ma non deve essere raggiunto da nessuno, nessuno deve “averlo per sé”. A seconda della trama possono nascere perfino degli episodi di bullismo nei confronti di chi “si avvicina troppo” o dà troppa confidenza all’“idolo” in questione.

Gli anime forse esagerano (anche se vi stupirebbe sapere quante cose sono in realtà ritratte in modo realistico!^^), tuttavia è vero che i senpai vengono presi continuamente a modello, sono un costante punto di riferimento per i loro 後輩 kouhai (i compagni più giovani), nonostante un anno di differenza non sia nulla (nei manga sportivi notiamo che il capitano del club è un senpai che spesso decide allenamenti, incoraggia e sgrida i compagni, affibbia allenamenti extra e obbliga i kouhai, o meglio, “i primini”, a sistemare le attrezzature a fine giornata (non li obbliga coltello alla gola, è ovvio che sia il ruolo degli ultimi arrivati)…
Se foste in una squadra, voi accettereste qualcosa del genere? Ubbidireste così a qualcuno che non sia l’allenatore, ma un semplice compagno di squadra?

Il fatto che chi ha appena uno o due anni in meno parli in modo rispettoso a un senpai, lo prenda a modello spontaneamente (per convenzione sociale in realtà), ne accetti consigli e rimproveri… be’, direi che a un occhio esterno sembrerà ammirazione, se non proprio adorazione, vi pare?

 甘え Amae

L’amae è l’altra faccia della medaglia.

Se il senpai gode, in misura maggiore o minore, di tanta ammirazione, d’altra parte dovrà anche far qualcosa per “essere all’altezza delle aspettative”. Non si tratta però di ottenere chissà quali risultati (es. vincere un campionato), no, si tratta di “prendersi cura” del suo “compagno più giovane”, del suo kouhai.
Nei club ad esempio, ma anche sul lavoro, i senpai sono come dei “tutor”, ma poiché questo ruolo non è dichiarato, a mio parere risulta molto più efficace, perché non si tratta di un compito, una mansione che uno svolge.
Un senpai è sempre un senpai, mentre un tutor può essere tutor per tre, due pomeriggi a settimana, ad esempio… Così il senpai deve costantemente essere una guida e un modello per i suoi kouhai che tanto lo rispettano e i suoi kouhai faranno altrettanto quando cresceranno (poiché un kouhai diventerà senpai di qualcun altro e vorrà essere all’altezza del proprio senpai, da cui ha imparato come comportarsi…).

Il rapporto che si viene così a creare tra senpai e kouhai, “generazione dopo generazione”, si può dire sia alla base della società giapponese (e del suo successo), molto più che non il cosiddetto “modello collettivista” di società spesso lodato e sempre contrapposto al nostro “modello individualistico”.

E l’amae? 甘え amae viene dal verbo amaeru, farsi coccolare/viziare. L’opposto, quello che in un certo senso fa (o meglio, “rischia di fare”) il senpai si dice 甘やかす amayakasu.

In pratica crescendo entro questo modello si finisce a volte per creare un rapporto di eccessiva dipendenza (in effetti è codipendenza poiché anche il senpai ne ricava qualcosa) e chi è “kouhai nell’animo” finisce per ricercare questo tipo di rapporti anche altrove (invece di “evolversi” e diventare presto senpai di qualcun altro).

La categoria più “vulnerabile” rispetto miga questo fenomeno sono le ragazze. D’altronde crescono in una società che, prima che essere sessista, ha un’altra caratteristica: un fortissimo senso del “ruolo”, di quello che è il proprio posto all’interno della società (ricordate? Si parlava di modello collettivista… la società è un sistema unico e tutti abbiamo un nostro ruolo da svolgere).

Poiché il ruolo della donna (così come quello dell’uomo) è così fortemente stabilito ed è di dipendenza (perlomeno economica) dall’uomo, il risultato è che certe donne possono tendere a cercare questa dipendenza… con ansia addirittura! D’altronde sono cresciute con modelli e messaggi sbagliati, quindi è normale per loro “proseguire nel solco tracciato dai genitori” e in cui chiunque gli è attorno sembra muoversi.
Per farvi un esempio, ricordo il pezzo di un giornalista che parlava con una ragazza che continuava a dire di volersi sposare prima di compiere XX anni… senza curarsi di trovare “la persona giusta”, solo con l’idea fissa di sposarsi.

In questo quadro di “dipendenza voluta” le ragazze mettono in atto (più o meno consciamente) tutta una serie di tecniche (che possono funzionare o meno a seconda del partner, eh…) con un fattore comune: cercano di ispirare un istinto di protezione quasi genitoriale… si comportano cioè come bambine (vedi foto sopra).

Tanti aspetti considerati kawaii hanno a che fare con comportamenti infantili (ricordate la definizione che ho dato? Qualcosa è kawaii se è “carino perché fa tenerezza”).
Una voce dal tono più alto del normale (quasi un falsetto, diciamo), gesti, il trucco (che fa gli occhi più grandi nell’ovale del viso), sguardi e movenze (testa inclinata e sguardo dal basso verso l’alto), spesso perfino dei gesti maldestri… Si usa il termine ドジっ子, (letteralmente “bambina/o maldestra/o”) ed indica sempre un “personaggio positivo”. Ma non solo, perfino il fare un po’ di capricci e intestardirsi possono essere apprezzati: ho giusto in testa un paio di canzoni che parlano proprio di questi aspetti in modo positivo… ad esempio Yuu Takahashi dice “soregurai choudo ii”, che è come dire che quelle caratteristiche “in quella quantità, sono proprio quel che ci vuole”.
Anche nel sito da cui ho preso la foto sopra, tra l’altro, si riporta il termine “kawaii wagamama”, carina e capricciosa, e cito “il modo di farsi coccolare/viziare (甘え方 amaekata) che fa felici gli uomini” e, poco sotto, che “il modo di farsi coccolare/viziare che fa aumentare la loro tensione” (che per chiarezza significa “li eccita”).

Non facciamo però il passo più lungo della gamba, non veniamoci a dire che “i giapponesi sono malati!” o cose del genere. Spesso i rapporti umani funzionano così, “siamo malati tutti allo stesso modo”, solo che non ce ne accorgiamo e quando ce lo fanno notare additiamo l’anomalia… che però è normalità se anche gli altri sono “malati” (anche se di qualcosa appena un po’ diverso).

Per provarlo prendiamo per un secondo il modello di “belloccio” di alcuni paesi. L’uomo bello in Italia è uno tipo Corona: palestrato, possibilmente con la tartaruga, abbronzato (look da criminale, aggiungerei io… E poi ci si stupisce se tanti lo sono davvero, anche tra le mura domestiche -__-”).

Ad ogni modo, notiamo a questo punto due cose. Gli uomini modificano se stessi per incontrare il gusto femminile (anche qui ho codipendenza!), ma cosa più importante per noi, questo “modello” di uomo non è lo stesso di altri paesi. Non lo è per Giappone, Cina e Corea… dove un uomo bello è generalmente efebico, non molto muscoloso, con tratti delicati. E non lo è nemmeno nel Nord Europa, dove un bell’uomo è alto, spalle larghe, ma non è eccessivamente muscoloso, né (ovviamente) abbronzato… potrebbe ricordare più il fisico del nuotatore che non quello di un pugile, per capirci.

Perché da noi vale un certo modello è abbastanza ovvio… In primis le donne cercano la forza in un uomo perché avvertono un bisogno di protezione, sentono cioè anche loro un bisogno di “aggrapparsi a qualcosa” (sarà la crisi? XD) e quindi hanno una forma di “dipendenza”, sebbene questa abbia origini ben diverse da quella che ritroviamo in molte/certe giapponesi.

Ah, per favore, sia ben chiaro… parlo sempre di “media”, eh… nessuna si senta chiamata in causa. Inoltre è ovvio che nel formarsi del “modello di uomo” (e di donna) che piace, anche altri fattori hanno un ruolo, compreso il continuo pungolo della pubblicità, con i suoi tanti messaggi negativi.

Tirando le somme, una relazione utile e sana, come quella senpai-kouhai, se “estremizzata” e/o portata in altri campi, può presentare degli inconvenienti se non dei veri e propri danni… un esempio tipico è la violenza sulle donne. Perché le omesse denunce? A parte le legittime, ovvie, ragioni (paura di ritorsioni, di non esser credute ecc.) c’è un’altra componente… la dipendenza. Una volta che ci si è posti e “fossilizzati” in una data realtà cambiare appare impossibile, rompere il rapporto di dipendenza è un salto nel buio inaccettabile (ripeto, è solo uno dei fattori in gioco e da caso a caso può pesare molto o per nulla).

Tristemente questo fenomeno (e questa sua parziale spiegazione) accomuna il Giappone e l’Italia, visto che in entrambi i paesi la violenza domestica, spesso non denunciata, è un fenomeno preoccupante.
Dell’Italia, già sapete, mentre a proposito del Giappone ricordo un manifesto nella metro che ammoniva i mariti violenti: “avevo bevuto troppo” non è una buona ragione. Notate che anche il manifesto sbaglia, poiché scritto da qualcuno cresciuto in una logica errata: usa il termine “ragione”, riyuu 理由, e non “scusa”, iiwake 言い訳 …vi pare che esistano buone ragioni per picchiare una donna?
Sono troppo pignolo io? Sarà, ma capite il punto di vista di uno che è cresciuto sentendo dire (quando si è bambini puà capitare di litigare con una compagna, no?) che “una donna non si picchia neanche con un fiore”… a casa e a scuola allo stesso modo.
Sbaglio o non si sente più dire?

Conclusioni

Chiudiamo la lunga parentesi e tiriamo le somme tornando al tema da cui eravamo partiti: i fan e la loro ossessione per le idol.

Si osserva anche qui una distorsione del “modello sano” basato su akogare e amae… e quando si ha una distorsione di un modello stabile e consolidato le cose non possono che andare male, imho.
Quale sia la distorsione è presto detto: chi viene adorato/ammirato, è di tutti e quindi non monopolizzabile da nessuno? L’idol.
Ma l’idol è una figura simile al senpai? No, vive di amae. Tutti i gesti che fa, il modo in cui parla, i vestiti, il trucco… TUTTO è pervaso di amae.

La relazione è così a senso unico. Il fan ammira (adora) e protegge …o meglio, vede “stimolato” il suo istinto di protezione di qualcuna che è o si atteggia a bambina.

Esagero? Ci sono dei fanclub che si chiamamo 守り会 “mamori-kai”. Lo staff dell’anime Kobato (dove la protagonista era intrisa di amae) si era dato il nome こばと。を守る会 Kobato wo mamoru kai. Cioè, in pratica, il gruppo di protezione di Kobato.

Altro esempio? Ricordo bene un video con “protagonista” un certo ヲタ先生 wota sensei (cioè “maestro otaku di idol”). Il programma mirava a far ridere, ma lui spiegava con la massima serietà quale fosse il punto della sua passione per le Morningi Musume o le Bravo, ora non ricordo… Alla domanda cruciale che chiedeva in pratica, in modo più cortese/sottile di così, “come puoi stare dietro a queste ragazzine che vanno alle medie o al liceo?”, lui rispose che il punto era 成長を楽しめる seichou wo tanoshimeru, cioè “godersi la loro crescita (come cantanti)”. È qualcosa che potrebbe fare un padre, non pensate? Guardare la figlia con occhio paterno mentre matura, migliora, cresce… Non che questo lo renda meno strano per noi, ma resta qualcosa di diverso di norma da quel che potevamo pensare.

Partendo da questi fatti direi che simili fan, hanno sì, dei problemi, ma per cominciare non andrebbero definiti pervertiti e pensati come pedofili (no, non mi sto difendendo, non sono un fan di idol, se ricordo tre gruppi, due facce e un nome su tutto il panorama musicale è già tanto). Certo, ciò non toglie che ci siano episodi dettati da pura perversione sessuale (li citavo un paio di post fa, verso fine articolo), ma non definiscono questo strano fenomeno che spero di essere riuscito a presentarvi al meglio… insieme a tanti altri aspetti della società giapponese che mi auguro abbiano colto la vostra attenzione.

Stavolta è davvero tutto. Alla prossima! ^___^

9 pensieri su “Alcune delle tante facce del Giappone (terza parte)

  1. Bell’articolo anche questa volta. Il rapporto senpai-kouhai, che deriva in modo evidente dai valori della pietà filiale confuciana, non è un male in sé, ma più il vedere il senpai come qualcosa di perfetto, e vedere se stessi come un kouhai eterno.

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  2. Interessante questo articolo. Anche se l’argomento è piuttosto delicato, devo dire che alcune osservazioni sembrano convincenti. Dico “alcune” non perché su altre sia in disaccordo, ma proprio perchè penso che l’argomento sia delicato e complesso.

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    • D’altronde è un articolo che parla della società giapponese… non c’è una verità univocamente definibile, ci sono delle osservazioni che ho avuto modo di fare nell’arco di vari anni e da cui ho tratto nel tempo delle conclusioni personali.
      Insomma, è un’opinione… basata su delle serie osservazioni, certo, ma pur sempre un’opinione… dunque anche se tu fossi in disaccordo non ci sarebbe proprio nulla di male^^;;

      Sono d’accordo che sia un tema particolarmente complesso… ne vedo molto meno la “delicatezza”. Un tema delicato è un tema che si preferisce evitare perché controverso… quel di cui parlo è sotto gli occhi di tutti da anni e andrebbe affrontato, finalmente, quindi ben vengano le opinioni contrarie…
      Penso che il caso della Minegishi sia nato proprio da quest’idea… sebbene assolutamente non dichiarata (o comunque questo è stato l’effetto). L’idea di far finalmente “esplodere” la situazione, che era già intollerabile per chi era coinvolto, ma continuava ad essere …non proprio “ignorata”, ma ormai “accettata” come parte di una normalità gradualmente acquisita e a cui ci si era ormai assuefatti.

      Grazie del commento… mi hai dato modo di specificare alcune cose ^___^

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      • Beh, il tema dell’amae mi risulta sia controverso… Se non erro tutta la psicologia giapponese differisce da quella occidentale per via di concetti come l’amae… O perlomeno così ho sentito dire, so che esistono dei libri a riguardo, ma non ho mai avuto il coraggio di leggerli perchè a me la psicologia fa venire l’emicrania. Anche il tuo articolo ha messo a dura prova le mie capacità di sopportazione. 😄 Però ne è valsa la pena. : )

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        • Una serie di post veramente interessante, grazie mille! E a proposito di libri sull’argomento, qualche tempo fa ho letto (o dovrei dire provato a leggere XD) “Anatomia della dipendenza”, di Takeo Doi. E’ abbastanza complicato, ma è praticamente una spiegazione piuttosto approfondita della società giapponese proprio alla luce del del concetto di amae. Grazie ancora Kaze per le riflessioni interessanti =)

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  3. Grazie Kaze, questi me li sono stampati, ci sono veramente una marea di cose interessanti nei tre post, oltretutto ho notato che li devo leggere nel silenzio più assoluto perchè richiedono una dose di attenzione elevata(anche le risposte a volte sono così),
    perciò una grazie anche a tutti voi per lo stimolante discorso.

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  4. Queste particolari fissazioni giapponesi sono sempre state per me eterni punti di domanda, e l’articolo fa veramente un ottimo lavoro per spiegarli, ovviamente per quanto possibile in poche pagine. Si è fatta l’una senza che me ne accorgessi, assorto com’ero a leggere 😀

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    • Mi fa molto piacere che ti abbia preso così tanto. Spero di leggerti ancora su altre pagine… e occhio all’articolo che esce oggi sulle superstizioni giapponesi. Penso abbia le carte in regola per essere altrettanto appassionante… e illuminante, per quanto riguarda certe stranezze che si vedono spesso in anime o drama ^__^

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