Trovare il proprio posto: Italia o Giappone?

Trovare il proprio posto Italia o Giappone partire o no per il giappone inferno o paradiso panda

Ho deciso di rispondere così a una domanda ricevuta in un commento a un articolo su Le regole della società giapponese perché… perché ne ricevo tante di domande del genere via mail. Questa aveva anche un risvolto personale, emotivo, così ho deciso di rispondere in modo più ampio, con un articolo, perché… chi non vorrebbe dare i consigli giusti al sé stesso dei tempi del liceo? E così mi sono lasciato trasportare (temo). Abbiate pazienza. In compenso troverete che, come è mia abitudine fare, l’articolo è anche pieno di riferimenti alla lingua e alla società giapponese.

Ecco la domanda in questione

Be’… dopo aver letto questo ultimo post della rubrica, mi sento ancora più combattuta riguardo la società giapponese (;´∀`) Ovviamente ogni cosa ha i suoi lati negativi, ma quello che vorrei capire è se riuscirei mai a integrarmi decentemente in Giappone. In effetti io non mi trovo per niente bene qui in Italia, (quasi) tutti sono estremamente egoisti, egocentrici e str*nzi e non ci pensano due volte prima di ferire i tuoi sentimenti. Io qui sono considerata troppo sensibile, troppo empatica, troppo disponibile ad aiutare gli altri… D’altro canto però del Giappone un po’ mi preoccupa il fatto che l’individuo abbia così poca importanza, perché nonostante riesca indossare tutte le maschere sociali di questo mondo, alla fine rimango comunque “strana” (ho un modo di pensare, dei principi e dei valori tutti miei). Ovviamente non mi aspetto che tu sappia dare una risposta al mio interrogativo (“riuscirei ad adattarmi al Giappone?”), ma magari qualche suggerimento se puoi 🙂

L’idea de “il proprio posto”, il posto in cui si può stare, vivere serenamente, è ben resa in giapponese dalla parola 居場所 ibasho. E come dico spesso di recente, se in una lingua si ha una parola per parlare di qualcosa, è perché è importante nella cultura che usa quella lingua.

Parlo così, “all’improvviso” e ad inizio risposta, di questo “ibasho”, perché mi pare che sia questo il vero punto cardine della tua domanda e che sia questo, più che il Giappone in sé, ciò che in effetti speri di trovare.

Un fatto che forse non ti aspetterai è che non trovare o non avere un ibasho è diventato, in tempi recenti, un leitmotiv, un tema ricorrente, nelle storie rappresentate dai vari media giapponesi (tv, cinema, libri, anime ecc.), come vediamo anche nell’immagine a inizio articolo o in questa (va però detto che ultimamente non si nota più il martellamento continuo che era evidente fino a qualche tempo fa).

La realtà è una, ma è complessa

Ci sono dunque tanti giapponesi che non trovano “il proprio posto” in Giappone. Perché il Giappone non è il paradiso. E non dovrebbe essere una sorpresa… ne scrivevo anche mentre vivevo lì nell’articolo Portatori sani di razzismo, dove parlo per gli stranieri ovviamente, mentre per quanto riguarda i giapponesi… Be’, proprio ieri leggevo giusto giusto dei commenti su una board; vi si parlava di una ragazza che tre mesi dopo essere stata assunta in azienda si era sposata e un annetto dopo aveva partorito. Al suo ritorno in azienda dopo la maternità, però, veniva essenzialmente snobbata dal gruppo (per esempio non la invitavano a pranzo, non la aggiungevano al gruppo aziendale su LINE, un’app che in Giappone usano tutti) e così sentiva che le veniva negato un suo “ibasho”.

Cosa pensi in una situazione del genere? Poverina? Non è quello che pensa il giapponese medio. I commenti sono tutti del tipo “se l’è cercata”, “colpa sua che prima di costruirsi un posto e di dare dei risultati se ne è andata in maternità” (attenzione, parlano di quasi un anno e mezzo dopo l’assunzione); rivolgendosi a chi riferisce la storia, la consolano perché deve sopportare le “lagne” di quest’amica, rispondendo ai suoi messaggi, consolandola. Molti dicono che “per colpa di gente come lei (la neo mamma) lavorare diventa “tsurai” (doloroso e faticoso insieme)”. Una delle cose che mi ha colpito di più è che parlano di “matrimonio riparatore” (dekikon), come se si fosse sposata dopo essere rimasta incinta… ma se è andata in maternità un anno dopo il matrimonio, i conti non tornano, no?

“Ommioddio i giapponesi sono dei mostri!” …uhm, no. A parte che molti la penseranno diversamente, ci sono dei valori dietro e una situazione sociale che fanno vedere le cose in modo diverso. Senza considerare che il disagio della neomamma in questione, poi, nasce da un suo bisogno di appartenere al gruppo, che uno straniero non avrebbe percepito, non allo stesso modo. Insomma, fossi stata in una situazione simile, forse non te ne saresti nemmeno accorta. Quindi anche se molti giapponesi faticano a trovare un loro “ibasho”, ciò non significa che tu non potresti trovare il tuo. E poi dagli stranieri, va detto, nessuno si aspetta le stesse cose che ci si aspetta da un altro giapponese: esser fuori dal gruppo, a volte conviene.

Tutta questa storia della neomamma forse stupisce, ma che ci siano certi comportamenti non dovrebbe essere una sorpresa perché una società è solo una costruzione umana, crea delle regole, da rispettare o infrangere, ma non rende la gente buona (o cattiva), prova a limitarne gli istinti, tutto qui. Accanirsi sul più debole del gruppo per sfogare delle tensioni è un comportamento umano abbastanza normale e la storia in questione non sfocia in un feroce bulleggiamento fisico, quindi la società “ha funzionato”, quello che non va sono gli esseri umani.

E poi per dirla in modo molto semplice, se tanta gente si suicida in Giappone, il Giappone non può essere il paradiso, no?

Allora è un inferno? No, perché ci sono vari altri fattori da considerare. Continuando con l’esempio del suicidio, va detto che da noi è un grave peccato, e questo ci frena, mentre in Giappone, nonostante i tentativi dei media di cambiare la mentalità della gente, resta una via d’uscita culturalmente accettabile (ne riparlerò in un prossimo articolo), tanto che le assicurazioni sulla vita pagano anche in caso di suicidio.

In breve, la gente è buona e cattiva allo stesso modo, qui come in Giappone. La scelta tra una società e l’altra è la scelta delle regole del gioco (e del gioco stesso, perché a volte cambia anche lo scopo). Il punto è, a te con quale regole va di giocare?

E allora, cos’è meglio, la società italiana, quella giapponese…?

Dipende da te! La gente cattiva, egoista, meschina, invidiosa, arrivista ecc. si trova ovunque. Le regole della società possono al più limitare il loro diverso modo di agire, il modo di comportarsi bene o male, ma non ci sono, in percentuale, più giapponesi buoni che italiani buoni, c’è poco da fare.

Quello che puoi fare però è scegliere con che regole giocare a questo gioco che ti tocca giocare. Una società o l’altra può essere più o meno adatta a noi come individui. Così come un giapponese potrebbe trovarsi meglio qui che lì, tu potresti trovarti meglio lì che qui.

Tra l’altro considera che essere straniero in Giappone porta sì a sentirsi sempre un po’ esclusi, ma ha i suoi lati positivi, in quanto nessuno si aspetta da te certe cose che sarebbe invece ovvio aspettarsi da un giapponese (le più basilari però sì, perché sono così basilari che non si pensa nemmeno possano essere diverse in altre culture).

Poi guarda i lati positivi… Ho detto che ci sono persone cattive qui, come lì. Ma questo significa che ci sono persone buone lì, come qui. Anche intorno a te. CERCALE. Perché non sei “strana”: è pieno di “strani” proprio come te, solo che non li vedi. Ci guardiamo attorno e vediamo la “normalità”, sappiamo di essere diversi, ci sentiamo soli di fronte alla “normalità” di tutti gli altri e quindi nasce spontanea la nostra idea di essere “strani”.

Sentirsi “strani” significa anche sentirsi “incompresi” e “soli” (si può essere “strani” solo in mezzo a tanti “normali”). Ma la verità è che come gli altri non ti capiscono, tu non capisci gli altri. Non esiste la “normalità” e non sono tutti ugualmente “str0nzi” come credi. Molti sono str0nzi in modo del tutto diverso, tanto per cominciare. C’è chi è cattivo di suo e chi è cattivo perché si adegua a chi gli sta intorno. C’è chi è cattivo per ripicca. C’è chi ferisce prima di poter essere ferito e chi ferisce senza accorgersene. E alla fine sono tutti soli e tutti, almeno ogni tanto, pensano di essere “strani”… posto che passino del tempo a pensare. Purtroppo non so se quelli che pensano siano ancora la maggioranza, specie in questo paese, ma voglio credere di sì. Magari una maggioranza risicata, confusa, ma pur sempre maggioranza.

“Quello che non mi uccide…”

Essere feriti fa parte della vita. Per certi versi è perfino positivo, sempre che si impari dai propri errori. Questo non vuol dire però che sia il caso di buttarsi a capofitto, senza maschera sociale e armatura emotiva. Di solito si viene feriti se si apre troppo la guardia troppo presto. Detto da uno che ha vissuto una vita senza facebook… gli Amici di una vita si contano sulle dita di una mano, non possono essere 853 come sui nostri profili. E addirittura la persona giusta, be’, lo dice il termine, è una sola. Guardati attorno, cerca di capire, di scoprire chi ti stima, è gentile di natura, tiene a te. Se sei una persona sempre disposta ad aiutare, be’, non è possibile che tra chi hai aiutato non ci sia nessuno che senta della riconoscenza. Se non c’è, hai sbagliato ad aiutare quelle persone, se invece c’è, be’, se è riconoscente non può essere poi una pessima persona.

E, su tutto, non lasciarti trasportare troppo. So di andare controtendenza e che a molte non piace sentire di queste cose… o meglio preferisce sentir dire l’opposto, ma è qualcosa che devo dire. C’è una deriva emotiva ultimamente, tutto intorno a noi. Il sentimento è positivo, va vissuto, ma non è assoluto. Basta con i “va’ dove ti porta il cuore”, perché un tuffo al cuore, un istante, uno sguardo, non è Amore, è un biglietto di sola andata per un cuore infranto, un doloroso divorzio o un titolo di cronaca nera. Le persone che ci stanno intorno non sono tutte cattive, ma nemmeno tutte buone, vanno capite perché sono “strane” quanto noi, non basta un tasto per capirle, non bastano due chiacchiere e forse nemmeno due anni.

Ma non voglio fare di questo articolo una “rubrica sentimentale”, senza contare che non so nulla, in realtà, della tua situazione e forse hai già cercato in lungo e in largo e piuttosto che cercare ancora vuoi solo prendere e andartene.

Come capire se per me è meglio l’Italia o il Giappone?

Sono davvero molti quelli che vorrebbero partire e spesso mi viene chiesto per questo della società giapponese. E più o meno rispondo la stessa cosa: il problema è come ti ci troveresti tu, quello che vale per uno non vale per un altro, quindi puoi scoprirlo solo tu. E poi… L’Italia la conosci già. Ma il Giappone?

Perché affidarsi a un mio consiglio, invece di provare a scoprirlo da sé? E non parlo (solo) di andarlo a vedere e, un giorno, di andarci a vivere.

Un paese si scopre anche sui libri (a volte su un sito 😉 ), per cui interessati al Giappone, studia (da) giapponese, cerca di capire i giapponesi, trovati degli “amici” giapponesi con cui conversare in inglese (o in italiano, capita). Se dopo tutto ciò il tuo interesse non sarà sopito (ci scommetto), parti.

Se riesci a studiare una lingua straniera come il giapponese… ma chi può più fermarti? Cosa importa cosa dicono una, due o tutte le fonti? Prendi e vai a scoprire il Tuo Giappone. E se non ti piace torna. Sarai una persona diversa per allora, più ricca (dentro), più interessante… e allora magari riscoprirai i pregi dell’Italia (a me è successo) oppure ti accorgerai che il Francese ha un suono bellissimo e la Provenza in primavera assomiglia al paradiso… e partirai per un altro viaggio, prima con la mente e poi, poi si vedrà.

Spero che questa risposta ti soddisfi, ma comunque fosse, intanto ti faccio un enorme in bocca al lupo e poi… come dicono in Giappone: なんとかなるさ ovvero “in qualche modo andrà (bene)”  🙂

9 pensieri su “Trovare il proprio posto: Italia o Giappone?

  1. Wow… La mia domanda era lunga, ma la tua risposta mica scherza! Innanzitutto, grazie mille per tutti i consigli azzeccatissimi che mi hai dato 😀 Non so proprio come tu abbia fatto a capirmi così bene da subito…
    Questa tua risposta era proprio quello che mi ci voleva oggi per ridarmi la speranza dopo l’ennesima delusione; non devo arrendermi, prima o poi troverò qualcuno come me (giapponese o italiano che sia!). Ora mi sento, non solo ottimista, ma anche piena di energie. Studierò giapponese con impegno (ho già cominciato da una settimana circa) e mi sforzerò di capire e conoscere sempre più la cultura giapponese. E ovviamente miro a diventare una professionista nel disegno di anime e manga! 😉
    Grazie ancora~

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  2. Un piccolo Consiglio da uno strano come te (o quasi) vai a leggerti tutti”dico tutti” gli articoli di Kaze Sensei, scoprirai tante piccole cose che ti aiuteranno a studiare più facilmente, a capire più facilmente chi hai intorno, tante persone amanti del Giappone come te e che forse stanno aspettando una come loro con cui interagire. Per le basi dello studio ci vuole solo pazienza, una penna e un quaderno, magari come consigliarono a me all’inizio, uno di quelli con i quadretti grandi da un Cm.
    In bocca al lupo per il proseguo, spero che ti RI leggerò ancora per molto qui o altrove nel sito e nel blog, ciao.

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