Società – Uniformi alla moda e conformismo

Oggi polemizzo un po’, in modo positivo e informativo (spero si capisca). Eccovi quindi un’immagine, trovata su facebook di recente, che mi ha fatto fare un sobbalzo (l’ennesimo). Di quei sobbalzi che uno si agita sulla sedia e la sedia fa un rumoraccio strano che assomiglia a delle parole umane, tipo: “Macheccaz***” …un rumore così, più o meno.

L’immagine è quella che vedete qui sopra, il post originale lo trovate qui di seguito (così come la critica).


Mi rendo conto che nessuno mi ha imposto la Don Chisciottiana missione di civilizzare l’utente medio di facebook, ma sono uno a cui piace mettere i puntini sulle “i” e sfogarsi pure, ogni tanto, quindi ecco un’analisi più ragionata della questione

1. “Divise scolastiche, conformismo e giudizio altrui”

Come spiegavo nell’articolo Il sistema scolastico in Giappone, la famosa divisa scolastica giapponese, la marinaretta (sailor-fuku), nasce ad opera di un’americana (che riprende una moda in voga in America), con l’idea di creare un look ordinato, “pulito”, ma nel contempo deciso, volitivo.

Legare l’uniforme scolastica al “conformismo giapponese”, come ho letto in altri commenti su internet, non è quindi troppo corretto, perlomeno per quanto riguarda le sue origini: è americana!

Certo, dobbiamo ammettere che l’uniforme è tuttora in uso in Giappone e non in altri paesi, quindi dirà qualcosa del Giappone contemporaneo. Inoltre è vero che l’uniforme, indossata solo a partire dalle scuole medie, indica “l’ingresso in società” (in una società dove le uniformi sono davvero molto diffuse).

Dunque oggigiorno l’uniforme giapponese è conformista e i “vestiti firmati” dell’Occidente (mi rifaccio sempre ai commenti) invece non lo sono? Loro conformisti, noi creativi?

No, ovviamente. Divise scolastiche e vestiti firmati HANNO LO STESSO SCOPO! Ovvero creare un gruppo. Se fai o non fai una variazione alla divisa scolastica, se usi o no certi accessori, tutto serve a identificarti come appartenente ad un certo gruppo. Qui se indossi o non indossi abiti firmati sei in un certo gruppo. Lo smalto, il trucco, i tatuaggi… tutto concorre a identificarci e anche se ci sono minime variazioni, non facciamo altro che cercare di identificarci in un gruppo, interno o esterno alla classe.

Lo so, lo so, tanti grideranno “ma io lo faccio per distinguermi!” se sono onesti, oppure “lo faccio perché mi piace” se sono meno introspettivi. Il punto è che qualunque cosa facciate è una variazione sul tema e tra i vostri amici (o in un gruppo più ampio) qualcuno ha qualcosa di molto simile.

Ora attenzione, se vi interessa solo il Giappone, passate al punto successivo, sennò continuate a leggere

Sulla creatività…

be’ è facile esser “creativi” con un tatuaggio (ma se lo fanno in tanti dov’è la creatività?), serve però più fantasia per indossare l’uniforme e riuscire comunque a “distinguersi” (anche se poi si tratta pur sempre di rientrare in gruppo i cui membri fanno la stessa variazione alla norma).

Si potrebbe controbattere quindi che forse c’è più fantasia, e quindi creatività, nel paese del Sol Levante, dove tutto si può giocare su una variazione di pochi centimetri alla gonna, sul tipo di calze indossate, sull’uso della mascherina, sul trucco, gli accessori… sull’ultimo bottone aperto o no e/o sull’uso della cravatta nel caso dei maschi. Questione insomma di punti di vista.

Sull’odio per il conformismo e il desiderio di “originalità”

Chi sfoglia riviste di moda vuole conformarsi, c’è poco da dire:

se si imita uno stile visto su una rivista, anche con delle variazioni, si è dei conformisti, ben più che indossando una divisa imposta da una scuola. 

Questo “desiderio di conformarsi” non è altro che il desiderio di essere accettati. E il “desiderio di originalità” che tanti sembrano esprimere? Se invece che i vestiti firmati si preferisce lo stile punk, i capelli rossi o blu, o che so io? Idem, sempre conformismo, sempre desiderio di essere accettati da un gruppo. Semplicemente si tratta di un gruppo diverso che rigetta l’idea dei vestiti firmati, alla moda, o roba simile. Ma sempre “gruppo” è.

Chi non è conformista? Chi se ne frega e nemmeno ci pensa. Chi compra gli abiti al supermercato perché “ehi carino quel gattino” …e lo infila nel carrello. Ma questo non vuol dire che non essere conformisti in qualche altro ambito che non sia il vestito. Si può essere conformisti nelle idee. Pensate al tifo/calcio, pensate alla politica, alla religione e alla vita di tutti giorni: anti-immigrati? Anti-euro? Piangete quando crolla una scuola a 1000 Km da voi? Scrivete cartelli tipo “Ora che sei un angelo da lassù…” Avete detto/cambiato il vostro avatar in Je suis Charlie? Ho una brutta notizia per voi. Che poi “brutta”, ma se volete consapevolmente o no fare i conformisti, ma che vi importa, che c’è di male? E soprattutto chissenefrega!

Sulla paura di venir giudicati…

In ogni caso, qualunque sia il paese, si viene giudicati da tutti gli appartenenti agli altri gruppi. Quelle con gli abiti firmati giudicano male le altre, che a loro volta giudicano male quelle con gli abiti firmati. A qualcuno (come alla gran parte dei giapponesi) daranno fastidio, per esempio, i tatuaggi (per vari motivi logici magari), cosa che di sicuro infastidirà molta gente con i tatuaggi (che magari riterrà “non fighi” i non tatuati?).

Insomma, non si scappa. È un circolo vizioso di spocchia e fastidio/odio ingiustificato che in realtà ha senso quanto l’odio tra tifoserie avversarie: non ne ha proprio. È inutile anche dargli un peso perché è odio praticamente fine a sé stesso, che serve solo a cementare i rapporti tra persone dello stesso gruppo dando loro un “nemico esterno”: non ha a che fare con la persona “oggetto dell’odio in questione”.

E il bello (quasi comico) è che siamo tutti assolutamente uguali, specie nella nostra paura di venir giudicati diversi quando ci proponiamo come diversi nella nostra ansia di non venir giudicati speciali. Queste paure si esprimono alla fine in vestiti firmati o nel loro rifiuto, ma sono le stesse identiche paure! Siamo già tutti parte di uno stesso gruppo, quindi: siamo tutti persone che condividono, più o meno consciamente, le stesse paure.

2. Come la divisa scolastica viene imposta ALLE scuole!

La divisa scolastica giapponese è voluta dalla scuola perché a partire dalle scuole medie si entra nella società e quindi si deve indossare un’uniforme, ricordarsi di appartenere a un gruppo, a un’istituzione. Quindi sì, è simbolo di un gruppo e in questo senso servirebbe ad obbligare gli studenti a conformarsi, ma…

Le ragazze e (meno) i ragazzi hanno ormai fatto proprio il concetto stesso di divisa scolastica. L’hanno trasformata in uno status symbol, che è trasversale e prescinde dalla scuola. L’hanno trasformata in una moda.

Le scuole che avrebbero voluto imporre le divise scolastiche per obbligare gli studenti a conformarsi a un gruppo ora sono sempre più spesso obbligate ad assumere designer per creare divise carine, alla moda, perché le studentesse scelgono la scuola anche in base all’uniforme e le scuole (spesso private) devono attrarre studenti se vogliono sopravvivere.

È venuto quindi meno anche il concetto di “obbligo”. In questa situazione, chi obbliga chi?

Quanto al conformarsi a un gruppo… abbiamo già detto come questo fenomeno ci sia a prescindere dall’uniforme, con una serie di altri accorgimenti e “trucchi” (più o meno in barba alle regole di abbigliamento della scuola).

3. In conclusione

Lasciatemi chiudere con una parola di avvertimento.

Se la vostra paura prima è quella di esser giudicati e quindi guardate al Giappone… non mi basterebbero altri 10 articoli per spiegarvi quanto vi sbagliate, per cui, fidatevi, lasciate stare ogni idea di trasferirvi. Il Giappone è il paese dove per tenere in riga le persone al posto del concetto religioso di “peccato”, tutto cristiano, si è sempre usato “il giudizio della gente”.

Qualunque sia la vostra crisi giovanile (che vi giuro è passeggera perché fra 10 anni sorriderete ripensando all’ingenuità con cui credevate di avere il mondo contro), che vogliate tatuarvi, tingervi i capelli di rosso, vestirvi con abiti stracciati, succinti, di pelle, con le borchie o che so io… restate qui. Qui sarete giudicati giusto dai vostri genitori e dai vostri coetanei appartenenti ad altri gruppi… a tutti gli altri, al 90% della società, non frega assolutamente nulla di come vi vestite, zero.

Sapete qual è qui la reazione dell’uomo/donna comune quando in centro incrocia un/a punk, emo, uno/a con gli abiti tagliuzzati, o QUALUNQUE altra moda… ecc.? È una reazione tipo “Oh, guarda in quel negozio fanno i saldi”. Ecco, ci siamo capiti.

Viceversa in Giappone, la maggior parte della gente penserà male di voi …e per estensione di tutti gli italiani e/o di tutti gli occidentali (vedasi l’articolo Portatori sani di razzismo). Certo, non lo ammetterebbe mai, ovvio, non lo darà a vedere (anche perché il Tokyoita medio tende a ignorare ostentatamente l’esistenza di ogni essere umano intorno a sé), ma lo penserà. Perché

la spinta al conformismo in Giappone non è nelle uniformi alla marinara, no, più semplicemente è come l’aria. Non c’è nemmeno bisogno di “spingere al conformismo”: conformarsi al proprio gruppo è la Via naturale delle cose.

Se saltate all’occhio in qualunque modo, turbate l’armonia del gruppo e allora sì che verrete giudicati. Vi piace la moda di Harajuku? Prego. Ma attenzione a sfoggiarla al di fuori di Harajuku.

Quindi, in sostanza e in conclusione… Fregatevene, rilassatevi e buona vita.

3 pensieri su “Società – Uniformi alla moda e conformismo

  1. L’ha ribloggato su Bibliotecamente Ioe ha commentato:

    Anche io da ragazzina pensavo con nostalgia alle divise. Non tanto quelle giapponesi ma più che altro quelle inglesi. Mi svegliavo la mattina mezza rimbambita e non avevo voglia di aprire l’armadio e cercare qualcosa da mettere. Quanto sarebbe stato bello avere già pronto l’abito da indossare, senza perdere tempo per ricordarsi che i pantaloni rossi non li puoi mettere con la camicia arancione. Ora sono cresciuta e, se da un lato la divisa mi affascina ancora, dall’altro… bé, leggete l’articolo in cui mi sono trovata davvero molto.

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