Miti dello studio – L’insegnante madrelingua

kyuuryou nihongo gakkou nihongo kyoushi

Oggi parleremo di un “mito” di molti studenti di giapponese: l’insegnante madrelingua. L’ultima volta che ho trattato di miti dello studio abbiamo parlato della laurea. Ebbene, i non iscritti – ovviamente, direi – tendono a incappare in questo mito, ma è un grosso pericolo anche per gli iscritti a una laurea. Per loro infatti sono tante le “occasioni” per cadere nella trappola: hanno almeno una prof. madrelingua, forse si rivolgono a qualcuno di esterno per migliorare (ci sono sempre, in bacheca o in giro, dei bigliettini di madrelingua che si offrono per ripetizioni) e, infine, spesso desiderano buttarsi in un viaggio studio in Giappone, con insegnanti, ovviamente, madrelingua.

Oggi vedremo pro e contro dell’insegnante madrelingua e cercheremo di capire perché può essere un’idea controproducente. Temo che molti salteranno sulla sedia, come avessero sentito una bestemmia… Fidatevi, però, le cose stanno come dico. Cercherò di fornire quanti più esempi possibile. È ovvio, un esempio è un solo caso e quindi per sua natura parziale, potete solo concedermi la vostra fiducia e credermi quando vi dico che queste cose si sentono continuamente (tanto nella vita reale in Giappone quanto nelle serie tv, anime o drama che siano).

1. Gli innegabili PRO

Avere un insegnante madrelingua deve avere dei vantaggi, indubbiamente. A mio parere però sono solo due: la pronuncia precisa e la scelta naturale delle espressioni. Ma è abbastanza per scegliere un insegnante madrelingua (che a giudicare dalle offerte in giro di norma vuole almeno 30 euro a lezione)?

La mia risposta è “no”. Non a caso in università è sempre un insegnante italiano a fare lezioni di grammatica. La pronuncia, l’espressione naturale sono cose alle quali si può supplire con molto – molto! – ascolto (anime, drama, film, canzoni… NON l’audio CD di un libro di testo, sia chiaro). Viceversa ci sono aspetti per i quali rivolgersi a un madrelingua, anche se insegnante professionista, non ci aiuta.

2. Gli insormontabili CONTRO

A. L’insufficiente/assente conoscenza dell’italiano

Difficilmente uno straniero capirà l’italiano in modo così preciso da poterci aiutare davvero in varie, inevitabili, situazioni. Facciamo un esempio banale… immaginate di voler dire “c’è bel tempo”, ma di non aver studiato come dirlo. La maggior parte degli studenti italiani proverebbe a dire

kyou wa, kirei na tenki ga aru

Cioè letteralmente “c’è bel tempo”. Tuttavia un giapponese cascherebbe dal pero sentendo una cosa del genere e non saprebbe che volevate effettivamente dire. L’espressione giapponese infatti è

kyou wa ii tenki desu ne

Può sembrare un’esagerazione, ma non è così. Forse nel caso specifico, specie un insegnante con esperienza o con una conoscenza sufficiente dell’italiano potrebbe capire (le possibilità scenderebbero se si trattasse solo di un madrelingua, non di un insegnante, o anche di un insegnante ma senza esperienza con gli italiani). Tuttavia in altri casi una conoscenza insufficiente dell’italiano e/o del nostro modo di pensare sarà assolutamente deleteria… il fatto è che per la natura della lingua giapponese (e forse dei giapponesi stessi), i giapponesi faticano a capire espressioni sbagliate anche meno lontane di così dalla corretta espressione. Vediamo dunque il secondo punto, che ne è un esempio.

B. La scarsa flessibilità nel cogliere pronunce diverse

Quello che segue è un esempio dovuto ad un’esperienza personale. Quando anni fa sono andato per la prima volta in Giappone, nel 2010, avevo sì e no un anno di esperienza di studio del giapponese. Nonostante questo mi ero deciso a girare il Giappone in lungo e in largo, senza tour organizzati da agenzie o siti… che vanno sempre negli stessi posti. Tra le mie varie mete c’era Nagasaki. Appena arrivato alla stazione, disorientato (e senza gps o google maps) chiesi come arrivare a 大波止 oohato a due liceali di passaggio. Ora notate che questo posto sarà a duecento metri dalla stazione, io sono un turista ho una mappa in mano e chiedo dove come arrivare a xxxx… Come fa una persona a non cogliere che quella parola, anche se non pronunciata bene, si riferisce a un posto a duecento metri?

Quando mi è capitato che mi chiedessero come arrivare a “Stazione Cèntrale”, con l’accento sbagliato, ho capito subito lo stesso. Come mai quelle liceali hanno avuto bisogno che lo ripetessi due volte e poi glielo mostrassi sulla mappa?

C. La scarsa flessibilità nel cogliere espressioni anche leggermente diverse

Gli insegnanti, sia chiaro, non sono da meno… Anche qui posso riportare un’esperienza personale come esempio concreto (più d’una a dire il vero, ma limitiamoci). In un discorso scritto mentre ero alla scuola di giapponese c’era una frase che finiva con l’espressione

…to kangaeru no wa fushizen de wa nai to omoimasu.
Penso non sia innaturale pensare che…

La prof venne da me mentre gli altri facevano attività di gruppo a dirmi che per quanto ci avesse pensato non capiva cosa volessi davvero dire con quella frase. La guardai, mi resi conto dell’errore e restai per un attimo allibito. Nel contesto era necessario usare una diversa particella, quindi la frase corretta era in effetti diversa…

…to kangaeru no wa fushizen de wa nai to omoimasu.
…to kangaeru no mo fushizen de wa nai to omoimasu.

…ma come potete vedere la differenza era davvero minima. Non posso fare a meno di pensare che se qualcuno venisse a chiedermi “Mi scusi, dov’è IL stazione Centrale?” invece di dire “LA stazione”, capirei lo stesso senza problemi. Per un madrelingua giapponese però sembra difficile (e, ripeto, ho avuto molte esperienze del genere, ho scelto questa solo perché è quella che mi ha stupito di più e che quindi ricordo meglio).

D. La tendenza a parlare dimenticando la grammatica dei libri di testo

Il giapponese è una lingua in rapida evoluzione. Ha delle indicazioni fornite dal ministero su vari aspetti (dal numero dei kanji da insegnare a scuola, alla loro corretta grafia), ma non ha una “Accademia della Crusca” che dirime le questioni grammaticali come accade per l’italiano. Sono “autorità” come l’Accademia della Crusca a dire che qualcosa “in passato era errore ma è divenuto ormai accettabile”… il Giapponese si evolve e basta, così c’è gente che usa normalmente delle espressioni che sono scorrette per altre. Sono espressioni utili da conoscere, perché ci permettono di leggere un manga, ad esempio, ma vanno usate nel modo e nel contesto opportuno!

Se un’insegnante si lascia sfuggire continuamente delle ranuki-kotoba (parole senza “ra”) come ad esempio tabereru al posto di taberareru, qualcosa non va, perché i suoi studenti stanno cercando di imparare un giapponese che servirà loro sul lavoro o in università e in parte finiranno per imitarla. Qualcuno tra voi l’avrà già immaginato… Sì, avevo un’insegnante che usava continuamente queste ranuki-kotoba. Volendo farglielo notare in modo sottile, a la giapponese, le chiesi la differenza tra le due espressioni (che in effetti già sapevo). Con mia somma sorpresa, mi disse che non la conosceva e pensava fossero la stessa cosa… mentre le ranuki-kotoba sono grammaticalmente scorrette.

Se ci si allontana dal contesto scolastico, ovviamente aumentano esponenzialmente gli errori che un madrelingua fa (perché parla in modo colloquiale) e che ci farebbero sfigurare in un contesto cortese e/o lavorativo. Non solo, molti non sanno che un’espressione è scorretta ed è accettabile solo in un contesto colloquiale …e/o magari sbagliano nel creare una frase cortese.

Ad esempio è pieno di gente che dice 全然大丈夫です zenzen daijoubu desu, per dire “tutto a posto” …senza sapere che zenzen si usa solo con espressioni negative. Molti usano aggettivi come fossero avverbi. Altri creano espressioni cortesi scorrette come tondemo arimasen o tondemo gozaimasen (sarebbe tondemo nai desu) e altri ancora usano normalmente le espressione del baito-keigo, quel linguaggio cortese che si sente solo da chi fa lavoretti part-time e che sembra corretto e cortese, ma non lo è…

こちらはパスタになります。kochira wa pasuta ni narimasu.
こちらはパスタでございます/パスタです。kochira wa pasuta de gozaimasu/pasuta desu.
(servendo ai tavoli) Questa è la pasta.

~でよろしかったでしょうか。 …de yoroshikatta deshou ka
~でよろしいでしょうか。 …de yoroshii deshou ka

一万円からお預かりします。
一万円をお預かりします。ichiman en wo oazukari shimasu

Per finire, una parola su chi è semplicemente madrelingua… No, non è abbastanza. Non venitemi a dire “un mio amico è giapponese e dice che…”. Io conosco gente che non saprebbe usare un congiuntivo nemmeno se ne andasse della propria vita, perché pensate che sia diverso con un giapponese?

Insegnando italiano a mia moglie mi sono reso conto che anch’io, che mi sono sempre considerato un buon conoscitore e un appassionato della lingua italiana, non mi sono mai posto fin troppe domande e spesso… posso rispondere in base a quella che è la mia “sensibilità” di madrelingua ma non conosco la regola …perché non mi sono mai reso conto che fosse necessaria. In Giappone ho avuto insegnanti che si comportavano da semplici madrelingua, anche con argomenti semplici… p.e. voi sapete perché il soggetto è indicato da “ga” e non da “wa” in una frase causale? La mia 担任先生 tan’nin sensei invece non lo sapeva^^;;

Ma è normale, se non avete studiato seriamente apposta per fare gli insegnanti. E ve lo dimostro usando voi come cavie…

Sapete quando si usa “lo” e quando “il”? Sapete tutti i casi in cui si usa l’articolo determinativo? Sapete perché dico “di mia sorella” ma “delle mie sorelle”, con l’articolo? Sapete perché certi verbi in -ire terminano in -o come dormire (→ dormo), ma altri terminano in -isco come capire (→ capisco)? Spero di aver reso l’idea…^^;;

3. Come fare allora?

Come è possibile risolvere questo impasse? Perché a conti fatti avere un (bravo) insegnante privato resta il metodo più efficace per imparare in fretta (anche se la vostra costanza e determinazione non può venire mai meno): il fatto di avere tutta per voi l’attenzione di qualcuno che vi corregge ogni errore, a cui potete fare tutte le domande che volete… è qualcosa che né l’università né i corsi che si svolgono in classi vi offriranno mai.

Si deve puntare a trovare un insegnante bravo, che abbia chiaramente una vasta cultura in materia: se lo vedete appassionato, se vedete che non esita di fronte alla grammatica (né giapponese né italiana) allora probabilmente non avete davanti un insegnante della domenica, qualcuno che con 3 anni di università alle spalle crede di essere in grado di insegnare… e ciò vale indifferentemente per italiani o giapponesi (e per qualunque altra lingua o materia si voglio imparare, ma non divaghiamo).

pretask

L’ideale sarebbe, certo, avere un insegnante preparato, madrelingua giapponese che conosce perfettamente l’italiano… ma indovinate un po’: l’insegnante di giapponese non è un mestiere ambito, è considerato il ripiego di chi non è riuscito a fare l’insegnante in un liceo giapponese (un commento che ho letto e sentito già alcune volte).

Dovreste avere la fortuna di incontrare chi tra queste persone preparate ha sacrificato lo stipendio e la stabilità per la passione di insegnare a degli stranieri …cosa molto rara, anche perché il modo di fare degli stranieri a scuola è spesso inconcepibile e inaccettabile in Giappone. Tra le rarissime persone che hanno fatto questo sacrificio e sono di mente così aperta, dovreste incontrare qualcuno che non è rimasto in patria (i giapponesi non sono un popolo di emigranti) e tra tutti quelli andati all’estero, qualcuno che abbia scelto l’Italia… e tra i (pochissimi) presenti in Italia dovreste trovare qualcuno con una perfetta conoscenza dell’italiano che gli permetta di essere effettivamente utile come suggerivo alcune righe fa. Non so voi, ma io la vedo dura.

Dunque trovare un insegnante italiano preparato è molto più facile. Peccherà in altri aspetti, ma per i nostri fini di principiante andrà bene… posto che sappia rispondere sempre alle nostre domande per quanto (vi assicuro che spesso lo sono) inaspettate.

14 pensieri su “Miti dello studio – L’insegnante madrelingua

  1. Ottimo articolo (come sempre del resto).
    Purtroppo molti non lo sanno o non ci pensano, ma il mestiere dell’insegnante di giapponese nelle scuole di lingua è poco ambito, poco pagato, vengono richieste poche o nessuna qualifica. Prima del diploma finale abbiamo dovuto realizzare un video con interviste al personale della scuola, e ricordo ancora la forte impressione che mi fece sentire le insegnanti della mia età così sconfortate riguardo al loro lavoro, che vedevano senza prospettive, e allo stesso tempo si sentivano in ritardo per provare a vivere all’estero o cambiare percorso.
    Onestamente non so perché ci sia questa idea che qualcuno solo perché giapponese debba essere competente riguardo a cavilli grammaticali, sarà sempre per questa “aura magica” che circonda il Sol Levante per quelle schiere di appassionati/fanatici che non ne accettano i lati negativi? Tante volte mi sono resa conto che quando si arriva a studiare a livelli da N2/N1 i nativi non sono necessariamente più esperti di noi.
    È importante che qualcuno riveli i falsi miti come questo, perché se si comincia con un insegnante che ci lascia delle lacune poi colmarle in un secondo momento è ancora più difficile.

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  2. Anche io ho avuto un’esperienza simile al liceo.
    Studiavo tedesco e per tre anni (dalla seconda alla quarta) ho avuto un’insegnante madrelingua (e che era in Italia da tempo) e nonostante le continue domande, spiegazioni, e quant’altro non è mai riuscita a spiegarci una regola di grammatica. P.e. in quarta non sapevamo ancora come creare una subordinata finale (che per la cronaca è semplicissimo). Alla fine, l’ultimo anno, abbiamo cambiato insegnante (italiana che aveva studiato a suo tempo il tedesco) e devo ammettere che un solo anno è stato di gran lunga più utile di tre anni con una madrelingua.
    Qui, comunque, sto riportando un’esperienza personale (per di più su un’altra lingua) e di certo non voglio dire che nessun insegnante madrelingua di questo mondo non possa insegnare la propria lingua agli stranieri, ma per quel che si limita alla mia esperienza personale, certo è tutto vero (e non sono affatto felice di ammetterlo, dato che tre anni non sono pochi)
    Sarà stato per il diverso approccio alla classe, o per altri motivi, ma in fin dei conti il metodo di spiegazione (per la grammatica) era cambiato molto dalla prima alla seconda insegnante, eppure i concetti divennero a un tratto semplicissimi, quasi ovvi

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  3. Bell’articolo!
    Mi ha fatto riflettere sulla mia esperienza scolastica in un liceo linguistico, e devo concludere che sono sicuramente fortunata. Studio tre lingue straniere (inglese, tedesco e francese) e per ognuna ho un’insegnante italiana di grammatica e una di madrelingua. Essendo in una vera e propria scuola, non ho mai incontrato molti dei contro che hai sottolineato nel post, in quanto le due insegnanti, essendo contemporaneamente in classe, suppliscono l’una alle mancanze dell’altra, offrendoci un vasto panorama sia grammaticale sia linguistico-culturale.
    Sono perfettamente d’accordo nel dire che è meglio affidarsi a qualcuno che sappia bene, prima di tutto, l’italiano, e poi abbia anche una buona (ottima) preparazione nella lingua da studiare. Per fare un esempio, mia mamma è di madrelingua tedesca, ed io, che non avendo voluto imparare a parlare tedesco da bambina ne sto pagando le conseguenze in un linguistico, quando le pongo domande grammaticali o lessicali sia in tedesco sia in italiano non sa rispondere perché le trova “strane”, è come un’abitudine per lei parlare in un certo modo.
    Penso poi che la scelta a chi rivolgersi dipenda anche dal livello a cui si vuole arrivare; io sono interessata al giapponese solo per capire anime, drama e magari vivere in Giappone per un po’ di tempo, ma non aspiro a fare carriera professionale in Giappone. Mi basta quindi un po’ di esperienza mondana, per così dire. Invece l’inglese lo studio nei particolari in quanto vorrei trovare un buon lavoro in un Paese anglfono, e per questo mi rivolgo a insegnanti “specializzati”.
    Grazie come sempre per i tuoi post esaurienti, è sempre un piacere imparare nuove cose e condividere opinioni!

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  4. Mi aspettavo qualche protesta, mi fa piacere trovare invece gente che la pensa allo stesso modo. D’altronde spero di aver spiegato al meglio cosa intendo… Ovvio che uno straniero non arriverà mai (o impiegherà 15-20 anni) al livello di un native speaker se si tratta di esprimersi in modo naturale, specie se ad alto livello… ma la grammatica e ancor più saper spiegare in termini chiari, capendo le difficoltà dello studente, quello è qualcosa che un native speaker farà un’enorme fatica a fare. Difatti c’è anche qualche libro per spiegare agli insegnanti giapponesi, oltre alle tipiche difficoltà del giapponese (delle quali per l’appunto i giapponesi non sono consapevoli) anche il modo di chiarire certi concetti a persone di diversa nazionalità e le differenze tra il giapponese e la loro lingua… cinese, vietnamita, coreana, inglese… perché queste sono le lingue più diffuse tra chi studia il giapponese… ma, no, mi spiace, non c’è niente per permettere agli insegnanti giapponesi di venire incontro agli italiani. Secondo la mia esperienza, tra i non-asiatici gli italiani sono una delle nazionalità più rappresentate, ma evidentemente non se ne è ancora accorto nessuno… o forse era solo la situazione della mia scuola^^

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  5. A me pare che il punto sia non l’essere madrelingua, ma l’essere insegnanti, come dici nell’articolo. Non necessariamente chi è madrelingua conosce la sua lingua e tantomeno la sa insegnare. Se un giapponese (che insegna) non conosce la differenza tra が e は, insomma, non è un insegnante. Lo stesso se un italiano (che insegna) non sa perché “mia sorella” è senza articolo e “le mie sorelle” ce l’ha, non è un insegnante. Oppure non sono bravi insegnanti.
    Credo che per insegnare una lingua bisogni non solo saperla parlare (e leggere, e scrivere, etc…), ma anche conoscerla negli aspetti più intimi e misteriosi per gli stessi madrelingua. Ad esempio, a me (quando insegnavo italiano agli stranieri in Italia) spesso capitava la domanda “perché i sostantivi non hanno sempre l’articolo?” (e la risposta non c’è in nessun testo di grammatica che io conosca).
    Un’altra differenza fondamentale credo che sia il luogo in cui si studia: una cosa è studiare giapponese in Italia (e va bene anche un italiano), un’altra studiarlo in Giappone (e qui, secondo me, deve essere madrelingua: sennò che ci sono venuto a fare?).
    Baci.

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  6. L’ha ribloggato su Corsi di Giapponese per Tutti!e ha commentato:

    Non mi aspettavo che qualcuno pubblicasse un articolo del genere, ma sono ben felice che sia stato scritto. Sinceramente, penso che l’importante sia insegnare con passione, anche perché laddove un insegnante italiano pecca in pronuncia, può sopperire con la volontà e lo studio, ed in più conosce bene le sfide a cui va incontro chi si avvicina alla lingua…

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  7. Credo che l’espressione “Kochira wa pasta ni narimasu” non sia sbagliata, o meglio, credo che sia una sorta di linguaggio specifico dei ristoranti e simili, e che può a ben diritto essere considerata corretta.
    Un’eccezione, in pratica.

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    • È baitokeigo, si sente ma non è corretta. Qualche ristorante la avrà nei manuali di conversazione coi clienti, ma comunque non è giapponese corretto… Suona solo cortese per assonanza con una certa espressione del keigo (v. alla forma in masu + ni narimasu). Forse hai chiesto a un madrelingua per questo insight, ma no, se è così si sbaglia.
      Tieni presente che io prendo le mie info da libro di grammatici e linguisti giapponesi autorevoli e più moderni possibile, quindi fidati… Non è che non faccia errori, ma normalmente viene tutto da testi seri, niente sentito dire e niente conoscenza di seconda mano dal web… Per me è questione di professionalità (insegnare è anche il mio lavoro), dal canto tuo devi solo scegliere se fidarti… Non farlo sarebbe una scelta legittima, mi rendo conto che è un salto nel buio, ma io posso solo i miei metodi e professare la mia buona fede, poi sta a te o ti fidi (come io mi fido che sei stato nei paesi dove sei andato, per capirci) o mi snobbi… Nel qual caso comunque non te ne avrei a male.

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      • Cribbio, mi hai sgamato subito. L’ho letto su un manuale di conversazione coi clienti… >_>
        … Ma sono sicuro di averlo sentito dire anche nel dorama “Nihonjin no shiranai nihongo” (che se non erro tu conosci perché mi sembra che lo citasti in un post)!
        Cmq, secondo me sarà anche sbagliato grammaticalmente, ma se tutti pronunciano una cosa in un certo modo – e non stiamo parlando di analfabeti, ma di persone che mirano ad usare un particolare registro cortese, che manisfesti un certo riguardo nei confronti dei clienti – beh, allora come si fa a dire che è sbagliato?
        Poi non so neanche se è corretto considerarlo baito-keigo, al limite sarà shigoto-keigo. 😄

        Comunque mi ricorderò di questa tua precisazione e farò attenzione in futuro…

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      • EDIT:
        Risposta inutilmente lunga, scusa: se mi appassiono finisce sempre così

        Lo conosco, sì sì, è vero ne parlano anche lì! Forse è anche una delle prime volte che ne ho sentito parlare… a dire il vero nel manga, perché nel drama non ci avevo fatto caso (sono anche molto diversi, quindi se ne hai l’occasione, te lo consiglio).

        Ad ogni modo gli errori del baitokeigo sono un classico punti dei libri per insegnanti di giapponese… Sia in questi che, se non sbaglio, in nihonjin no shiranai nihongo si dice giustamente che “lo si fa per esser cortesi, quindi, certo, non si può biasimarli”… e d’altra parte non è nulla di grave; un po’ come se uno mi serve un piatto e mi dice “questa sarebbe la pasta” (in italiano spesso si usa il condizionale per esser cortesi), tecnicamente è sbagliato, se ci pensi dopo ci ridi su (viene da chiedersi “E non ufficialmente invece, cos’è? Pizza?”), ma insomma, chi ci fa caso? Ciò non toglie che è un po’ fuori posto.

        Ora, se vuoi ritenerla una piccolezza perdonabile, ok, nessuna obiezione. Nessuno dice siano analfabeti per questo… in Italia ministri e presidenti di confindustria (Squinzi) non usano i congiuntivi come si deve, ma non posso in tutta onestà considerarli “analfabeti”.
        Perdoniamo di queste cose, continuamente, anche con l’italiano …a volte anche di peggio. Ad esempio proprio di recente ho rinunciato a far notare a qualcuno che “come un pugno in un occhio” è un modo di dire molto comune, mentre il suo “come un pugno NELL’occhio” è una concreta metafora di qualcosa di quantomeno assai doloroso… non quello che lui intendeva dire.

        Ad ogni modo, su questo sito spiego la lingua, devo indicare cosa è giusto e al più cosa “viene detto spesso anche se scorretto”; così uno può regolarsi e decidere come esprimersi, anche in base al contesto. Se uno va a fare un colloquio di lavoro e butta lì un zenzen daijoubu desu, secondo me non fa buona impressione (c’è chi – o ci sarà ancora per un po’, perlomeno – storce il naso)… O magari io sono l’unico grammar nazi rimasto e a nessuno interesserà, ma perché rischiare? ^^;;;

        P.s. se poi il manuale di un ristorante contiene certe espressioni… non c’è nessun biasimo per chi le usa: il personale non potrebbe esprimersi diversamente, nemmeno volendo; le regole imposte dal locale vanno seguite e se il manuale prevede certe frasi, non seguirlo può solo servire a rendersi la vita difficile! (>﹏< ”)

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  8. Ah, segnalo un errore nella frase:
    Non solo, molti che un’espressione è scorretta ed è accettabile solo in un contesto colloquiale e/o sbagliano a creare una frase cortese.
    Non so cosa volevi dire, ma mi sembra che la frase non fili bene. : )

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