Ho trovato un buono spunto di discussione in un commento di Akarui 85. Nella risposta non ho potuto fare a meno di esprimersi nel mio solito modo… “poco incline ai mezzi termini”, temo.Spero che Akarui non me ne voglia, anche perché non era certo in discorso diretto a lei in particolare, era solo un’occasione di dire la mia sul tema… ehi, in fondo questo è un blog, no?! ♪~(´ε` )

Ovviamente i pareri di chiunque sono più che bene accetti. D’altronde non detengo alcuna Verità Assoluta …solo delle opinioni espresse in modo molto testardo! ((((;゚Д゚))))

Di seguito c’è il commento di Akarui (qui il link)… e qui sotto trovate la mia risposta.

3 anni fa ho deciso di studiare giapponese, ed è stato un amore folle, fin da subito. Purtroppo però, difficoltà e soddisfazioni a parte, mi sono dovuta scontrare con uno scoglio che mi sembrava ancora più insuperabile della lingua stessa: i giapponesi. Già -.- Io che se potessi, andrei in giro in kimono come nulla fosse, non dimenticherò mai la gioia provata comunicando per la prima volta con dei giapponesi, o cantando canzoni a memoria in giapponese..ho incominciato ad avere paura di non riuscire ad andare più avanti con questa lingua meravigliosa e che ho sempre amato per colpa di un aspetto dei giapponesi che penso non capirò mai. Giovani, ragazzini, harajuko girls etc a parte, che scappano un pò dai dettami della cultura classica, sono gli adulti giapponesi ad inquietarmi. Il loro modello di vita: l’uomo che lavora dovunque la sua azienda gli dica di spostarsi, la sera sempre straordinari e sempre con i colleghi per pub. La donna, se non si sposa prima dei 25 anni viene vista male, nel lavoro non conta nulla e deve occuparsi figli e della casa, mentre il marito fa la sua vita, e se fa tutto senza fare tante storie, allora è una brava donna. Fin dalla tenera età insegnano ai bambini che l’insuccesso è un disonore, e a non mostrare mai i loro veri sentimenti per evitare che il prossimo si senta in imbarazzo per noi e quindi arrecargli un disturbo. Un altro modo di dire Grazie in giapponese è infatti Scusami.
E’ questo che mi inquieta davvero: nascondere i propri sentimenti. La morte della spontaneità, della schiettezza, delle litigate costruttive, di un pianto liberatorio che dopo ti senti più felice. No, loro si tengono tutto dentro. Perchè io devo imparare una lingua straniera tanto complessa per parlare con delle persone che pensano che soffocare le loro emozioni sia giusto?
Forse è solo la notte prima del JLPT4, e sono un pò triste perchè so che ho poche possibilità di passarlo..ma non mi arrendo..e vado avanti.. Il Giappone è troppo dentro di me. E’ un amore contrastato che ho paura che possa finire. Chi di voi ha mai avuto una crisi di valori tipo questa? Scusate per lo sfogo. Questo sito è bellissimo. Grazie/Scusatemi ancora.

Ci sono due atteggiamenti che proprio non capisco.
Uno è quello d’amare il Giappone alla follia, chiudendo gli occhi di fronte ad ogni aspetto negativo, l’altro è quello di odiarlo (o “temerlo”, nel tuo caso, Akarui) per gli aspetti negativi dimenticando il resto.

Ognuna delle cose che citi, esiste. Ma non riguarda “i giapponesi”, riguarda “ALCUNI giapponesi”. Io non ho mai sopportato gli italiani arroganti, quelli che saltano la fila, quelli che credono che per loro le regole non valgano, quelli caciaroni, quelli che non pagano le tasse… ma non ho smesso per questo di studiare l’italiano! (XD)

Scherzi a parte, la logica conclusione è che …SO che ci sono anche italiani ben diversi. 60 milioni di persone non sono, non possono essere tutte uguali.
Lo stesso vale per i 128 milioni di giapponesi.

Citi i salaryman dediti al lavoro fino all’inverosimile, che fanno turni massacranti… Tanto per cominciare non vale per chiunque. Solo per i cosiddetti キャリア (kyaria) parola derivante dall’inglese “career” (carriera). I non-career, cioè quelli che preferiscono una carriera priva di rapidi avanzamenti, non sono tenuti a orari assurdi e massacranti… escono alle 5 o alle 5 e 30 di pomeriggio.
Non solo… parli dei salaryman come degli “adulti giapponesi”… ma esistono sicuramente più commercianti che salaryman… e ti assicuro che quel mondo è ben diverso dall’azienda.
Il mondo delle aziende giapponesi è completamente a parte… con comportamenti che derivano dalla cultura dei samurai. Puoi vivere una vita in Giappone e non averci a che fare.

Citi poi le donne e il ruolo a loro riservato…
Primo errore… pensare che le donne non hanno peso. Anche per vecchie tradizioni, in realtà è la donna che gestisce il denaro in casa… il marito salaryman si spacca la schiena a inchini e poi lei gli passa una paghetta e ne controlla le spese. Davvero vogliamo dire che non è considerata?
E questo, comunque, nel caso in cui lei non lavori.

È di 10 anni fa ormai la serie tv “At home dad”, con il famoso Hiroshi Abe. Una serie tv (drama) che parla d’un fenomeno che allora era emergente… quello dell’uomo a casa che bada ai figli mentre la moglie lavora. A mio parere qui è ancora del tutto impensabile: lavorano entrambi ed è comunque LA MOGLIE che pensa alla casa e ai figli… possiamo fare i superiori, ma la realtà generale è questa. Per non parlare poi degli stipendi più bassi, a parità di mansione, o delle condizioni lavorative.

Altri punti che citavi… si sposano giovani. Vero, ma vale anche gli uomini. Qui pensare a un figlio prima dei 35 anni, e di un lavoro davvero stabile, è rischioso se non assurdo. In Giappone la situazione non è questa e le famiglie nascono prima, con genitori, grazie al cielo, più giovani.
Esiste il detto che “la donna è come la torta di Natale: dopo il 25 è difficile da dare via” …ma è solo una battuta sessista, come ne esistono anche da noi. Non significa che tutto il Giappone sia così… E poi devi considerare che sono diversi per cultura anche i limiti di ciò che si considera, per esempio, sessismo. Ciò che è irritante, sbagliato, giusto, gentile… da parte di un uomo giapponese, è diverso se visto con gli occhi di una occidentale o di una giapponese.

Misurare con il proprio metro (e generalizzare) è un primo esempio di “razzismo” (senza offesa), una sorta di inevitabile tara che ci portiamo dietro. Certo, ci sono degli assoluti, non ci si può aspettare che “la donna debba obbedire e che se non lo fa l’uomo le possa schiacciare la testa sotto il calcagno” (tra parentesi è una citazione dalla Bibbia, cultura occidentale).

Infine i bambini…
I bambini giapponesi crescono con vari modelli diversi da famiglia a famiglia.
Ci sono quelli terribilmente viziati… ci sono i ragazzi di Akihabara, le gothic loli di Harajuku e le gals di Shibuya… ci sono gli hikikomori… ma ci sono anche i ragazzi che lavorano part-time nei konbini (giovanissimi, non hai idea di quanta gente giovane riesci a veder lavorare in Giappone… nel supermercato vicino casa mia ci sono 2 cassiere giovani… su 60 casse!)… e poi ci sono i ragazzi che escono dal doposcuola alle 11 di sera e quelli che stanno a casa ad ammazzarsi di videogame, quelli che partecipano ai club sportivi e quelli del kitakubu (“il club del ritorno a casa” = non fanno nulla)… e ci sono quelli che aiutano la famiglia nella fattoria in Hokkaido magari spalando letame.

Spero si capisca dove voglio arrivare: non puoi per odio verso una categoria, ignorare o “passar sopra” all’esistenza delle altre… dicevi “Harajuku girls a parte…”, perché a parte?!
Se ti piacciono le Harajuku girls, pensa a quel lato del Giappone e prosegui con lo studio! Segui LA tua passione e basta: non serve farti piacere tutto il Giappone, anzi, non devi fartelo piacere o cadresti nell’errore “opposto” che citavo all’inizio^^.

A parte il fatto che conoscere una lingua è qualcosa che fai per te e che puoi fare senza avere mai a che fare con dei giapponesi… solo perché (magari, sparo a caso) ti piacciono i film o le canzoni giapponesi… A parte questo fatto, giudicare nel complesso i giapponesi, per sentito dire, per stereotipi validi magari 10 anni fa… o validi ancora adesso, ma pur sempre stereotipi… non ha alcun senso. E’ alla stregua di “in Italia la mafia è diffusa, quindi l’italiano non mi piace perché sono tutti mafiosi”.

Finisco con “l’apertura delle persone”… ci sono le persone chiuse …e quelle aperte. Certamente i giapponesi sono meno inclini di norma al contatto fisico e ai gesti espansivi …ma falli bere un attimo e poi ne riparliamo (๑´ڡ`๑)
Certo, molti sono imbrigliati dalle regole sociali e da un’idea inflessibile del rispetto delle regole (anche non sociali, ma “legali”) che a noi sfugge, ma va provato che ciò sia un male… E comunque il fatto che molti siano imbrigliati da queste regole (dal NOSTRO punto di vista perché per loro è solo il GIUSTO modo di comportarsi) non significa che lo siano tutti… ci saranno MILIONI di persone che saranno assolutamente in sintonia con le tue idee… in genere sono proprio quelle che viaggiano all’estero e hanno più slancio verso gli stranieri… e quindi sono anche quelle che hai più chances di conoscere!

Dunque la mia domanda è: sei sicura che non valga la pena di imparare il Giapponese per colpa dell’oscura entità nota come “i giapponesi”? Non potrebbe valere la pena d’impararlo per Maiko, la tua futura migliore amica… o per Takeshi, il tuo bellissimo prossimo ragazzo, o per… per…
Ma serve davvero una ragione? Io ho iniziato per leggere i manga in originale e ormai dei manga mi importa molto poco perché tolgono tempo al giapponese…

Vorrei invitarvi a dire la vostra (senza schierarvi per me o Akarui)…

Per quale ragione studiate giapponese e/o  perché avete cominciato?
Cosa vi frena e cosa vi spinge nel vostro studio?

26 thoughts on “Cultura – Piccolo dibattito improvvisato

  1. La prima cosa che ho imparato sugli altri popoli è non fare l’ erba tutto un fascio, perchè come noi anche i giapponesi sono diversi gli uni dagli altri….
    Sinceramente un risposta ragionevole sulla domanda “perchè studi giapponese?” non ce l’ ho, quasi tutti la fanno e rispondo sempre in maniera diversa.
    La mia è passione è iniziata dagli anime e i manga (come quasi tutti) poi si è allargata alla coltura, gli usi e costumi, la musica, i drama ma anche per le ragazze (prima o poi riuscirò ad abbordarne una lol ). Tutto ebbe inizio da Jappop xD
    Se qualcuno me lo chiede mica rispondo da un sito tiro qualche frase a caso ahaha
    Pian piano vado avanti con la lingua, visto che non sono un mostro di intelligenza devo cercare di andare bene a scuola. Difatti i miei compagni non ne sanno nulla che io studio giapponese tranne alcuni ma a me non mi interessa nulla su cosa ne pensano a riguardo, a loro già gli fa fatica tenere una penna (non a tutti mi riferisco in generale). Vabbè mi fermo qui sennò vado OT 😀

    Ciao:)

  2. Bonne soirée!

    Ho iniziato a studiare la lingua giapponese circa due mesi fa: sfruttai il tempo libero prima dell’inizio delle lezioni in facoltà. Il motivo, comunque, è per il fatto che già da tempo la cultura giapponese, a cui ero stato iniziato anni fa dalla lettura di Mishima per approfondimenti sulla sua “Filosofia dell’azione”, mi aveva appassionato e non molti giorni fa ho deciso che era l’ora di provare ad andare direttamente alla fonte.

    Il freno maggiore che ho al momento è la mancanza fisica di tempo libero e, quando questo c’è, la stanchezza mentale che mi rallenta nell’apprendimento. Tuttavia, rendendo giustizia al principio del Judo, più il nemico è forte maggiore sarà la probabilità di sconfiggerlo (in altre parole, maggiori difficoltà incontrerò ancor più sarò motivato a proseguire).

  3. …a me ogni tanto viene il dubbio che perdo tempo… che al 99% non ho possibilità di esaudire il mio desiderio di vivere in Giappone perchè si sa è difficile andare lontano da casa definitivamente ed è ancora più difficile poter vivere a tutti gli effetti in Giappone…
    Alla fine man mano che avanzo nello studio vedo che di gente che lo studia ce n’è davvero tanta (ancora di più se consideri quelli che mollano dopo poco) quando ho cominciato pensavo che fosse una scelta molto “alternativa” e diciamo che è stato uno dei principali motivi per cui ho cominciato….

    mi sono lasciata molto scoraggiare dalla scarsa possibilità di reale utilizzo e dalle difficoltà dai fatto che a volte mi sembra di non progredire che è molto difficile e il tempo disponibile diminuisce sempre di più ma spero che prima o poi troverò un lavoro e potrò “pagarmi” qualcosa che mi faccia progredire più velocemente (che siano veri corsi o viaggi o altro)

    ma quando guardo qualche anime e comincio a capirci qualcosa è entusiasmante (non è come capire l’inglese che dovrebbero saperlo tutti e se non è così ti devi pure sentire in colpa, non è come capire le altre lingue neolatine che tanto hanno tutte le parole simili all’italiano)

    è stata una felicità immensa conoscere la prima amica con cui parlare quel poco di giapponese che ho imparato e visto che suo marito non capisce l’inglese mi impegno a mandargli qualche messaggio in giapponese in modo che mi possa capire….

    e poi non mi capita spesso di appassionarmi a qualcosa del resto c’è stata una fascia di età in cui mi piacevano i videogiochi (in molti passano tutto il loro tempo libero su questi..) mi sono sempre piaciuti i romanzi/la lettura adesso leggo delle cose particolari (la cultura giapponese) per interesse personale e per poterla comprendere meglio e perchè la sfida mi appassiona studio anche la lingua…

    spero che la mia forza di volontà si rinsaldi con i risultati che pian piano sto guadagnando 😉

  4. Trovo molto interessante il dibattito, che nasce puntualmente in moltissimi quando si tolgono le fette di prosciutto dagli occhi e capiscono che il Giappone non è il Paese delle meraviglie, né la perfezione. I più cominciano a studiare la lingua spinti da anime e manga, io – per rispondere alla domanda – ho cominciato per curiosità linguistica e culturale. La prima è nata dalla scoperta degli ideogrammi, un mondo per me che ero ancora bambina (elementari, addirittura!) assai affascinante (e ammetto che questo fascino i kanji su di me lo hanno tutt’ora…), la seconda dal fatto che fin da piccola leggevo libri anche forse non proprio adatti alla mia età (cosa capita col senno di poi…), e alcuni di questi erano di autori giapponesi: vi ritrovavo descritta una quotidianità così particolare e diversa che _dovevo_ saperne di più. Diciamo che lo shock di Akarui, quindi, l’ho evitato, ma non di rado è capitato di discuterne negli anni all’università, sia con compagni in pieno culture shock dal ritorno dal Giappone, sia perché per molti, andando avanti, veniva meno l’immagine idealizzata di un Giappone che esisteva solo nella loro testa.
    Diciamo che non potrei schierarmi con nessuno dei due, per riprendere l’ultimo rigo =P , perché per me avete ragione entrambi… I dubbi di Akarui li trovo legittimi e coerenti con quello che è stato il suo percorso (da quel poco che ne so avendolo letto qui), la tua risposta mi è parsa impeccabile ma anche un po’ … come dire? … da manuale. =D
    La questione del pregiudizio è giusta, così come quella dell’applicare i nostri valori culturali quando giudichiamo qualcosa di “altro”, ma come l’antropologia insegna, non è detto che ciò sia negativo a prescindere, né esiste un’oggettività del giudizio. Trovo dunque legittime le domande che si pone Akarui sulla società giapponese, anzi interessanti proprio nella misura in cui si è posta/o delle domande “da esterna/o”, senza avere la pretesa di oggettività ma mettendola in discussione. Quello che invece francamente capisco meno è il nesso tra questo e l’apprendimento della lingua, forse perché a me il giapponese piace proprio dal punto di vista linguistico… ma credo di aver capito che Akarui si pone certe domande perché studiando la lingua si aspetta magari di utilizzarla non solo per guardare anime o dorama, ma per comunicare effettivamente con dei giapponesi. Allora sì, be’… il nesso lo vedo. E vi dirò che conosco non poche persone che dopo essere state in Giappone hanno abbandonato lo studio della lingua perché non gli interessava più comunicare con quel popolo. I più romantici diranno che “non l’hanno capito”, io dico che il Giappone lo capisci poco anche vivendoci una vita (cit. un amico giapponese =D) e quindi si tratta proprio di un’attitudine personale. Per me il Giappone è una sfida, ad esempio: proprio il fatto che sia un paese così ermetico, cosa riflessa nella sua lingua, mi affascina profondamente. Voglio capire, sapere, conoscere come mai sono così, cosa li spinge, quali meccanismi sociali, quali riflessioni. Ma comprendo anche chi, tornato da lì, non abbia poi così tanta voglia di indagare, e magari rinuncia. E lo rispetto.
    La tua risposta, in sostanza, trovo che sia perfetta ma, appunto, da manuale. Io che ho tanto a che fare coi giapponesi, anche dopo anni continuo a meravigliarmi di certe cose, e capita che trovi certi atteggiamenti o convinzioni profondamente sbagliati. Questo non significa ergermi a giudice, o moralizzatrice, né fare di tutta l’erba un fascio, ma semplicemente applicare le doti di giudizio che fortunatamente ho. =D Ovviamente questo vale anche per altri “popoli” con cui ho a che fare (per lavoro), non solo per i giapponesi… tra cui gli italiani. In generale contesto il fatto che sì, lamentarsi dell’Italia si può fare, perché è il nostro paese, e soprattutto da queste parti altro che calcio, lagnarsi è lo sport nazionale. Ma guai ad emettere giudizi su altri popoli, che siano più o meno superficiali, perché no, spari sul mucchio, ti credi superiore o addirittura sei “razzista”. È indubbio che questa sia una cosa molto riscontrabile e, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, soprattutto sul Giappone, che probabilmente si presta particolarmente ad essere oggetto di giudizi più o meno superficiali per il suo ermetismo (ovviamente non parlo dei giudizi sulla sua “particolarità” o “stranezza”, anche se a me non disturba come a molti altri “nippofili”, perché trovo che sia semplicemente… normale! =D). Ma non mi trova d’accordo questo modo di pensare, questo modo politically correct a tutti i costi. Il “loro sono così e basta, sei tu che non capisci / non sai”. Non è detto: magari capisco benissimo, ma non mi piace comunque… quindi che si fa? Sono razzista? =P Io amo profondamente il Giappone, vi ho dedicato la mia vita a livello di studio e lavoro e ho stretto rapporti bellissimi con dei giapponesi, ma ciò non implica che non ne veda i difetti, né che condivida tutto. Né che sia ignorante o superficiale. Di recente ho letto su un famoso blog “del settore” un post che parlava degli stereotipi e lo faceva in modo veramente stucchevole e presuntuoso (anche se ben scritto). Sostanzialmente diceva questo: chi vede “oltre”, magari anche le cose negative, e ne parla, o s’interroga su di esse è una persona negativa. Una persona vuota, priva di giudizio. Seguiva una serie di stereotipi sull’italiano medio, che ne usciva malissimo. E meno male che saremmo noi altri a vivere di stereotipi…
    Insomma, quando dico che la tua risposta è da manuale e politically correct dico questo. Hai dato per scontato, rispondendole, che sia lei / lui a non sapere delle cose, ad avere convizioni errate… Ma è veramente così? Molte delle domande di Akarui se le son poste in tanti, o se le pongono, anche giapponesi stessi… son razzisti verso loro stessi? =P E nonostante sia d’accordo con te nel porre l’accento sulla relatività, sono d’accordo anche con la maggioranza delle cose percepite da Akarui. Io in Giappone, ad esempio, non credo vivrei tutta la vita pur amandolo, e sarebbe l’ultimo posto dove crescerei i miei figli. Trovo che abbia un sistema scolastico allucinante, volto alla mera memorizzazione e all’azzeramento dello spirito critico nonché dell’individualità, riflesso di una società che ha la stessa impronta. La vita di coppia di molti miei amici giapponesi sono lungi dall’invidiarla, sotto ogni punto di vista… E per quanto sia vero che è la donna ad avere potere in casa, il punto principale della questione è fino a che punto stare a casa e fare determinate scelte è… una scelta, appunto. E quanto sia invece un adeguarsi ai ruoli imposti dalla società.
    In sostanza, io trovo davvero valide le domande che si pone Akarui, tutt’altro che “razziste” o superficiali. E se esistono saggi su saggi che da sempre s’interrogano sulle stesse cose, mi guarderei bene dal banalizzare queste questioni come fece quella blogger. Semplicemente, come ogni società, il Giappone ha le sue complessità: dietro a quelli che sembrano stereotipi spesso si cela, a volte poco a volte tanto, la verità. E porsi degli interrogativi quando si ha a che fare con “gli altri” è _sempre_ una cosa positiva. Sempre.

  5. L’unica cosa che mi sento di dire riguardo il primo dei temi tirati in ballo è che non mi lascerei imbrigliare dalla necessità di accettare o rifiutare un paese. Non credo sia possibile. Non è un dogma, un principio, una tesi. Più in là guardiamo, più cose, persone, paesi conosciamo più siamo in grado di confermare o meno il nostro bagaglio di valori. Viaggiare e studiare le lingue allarga la mente come non mai, e sono sicura che conoscere sempre di più la lingua giapponese dissolverà i timori , le perplessità, i giudizi verso una cultura così differente dalla nostra. Molte delle mie perplessità iniziali riguardo degli atteggiamenti “tipicamente” giapponesi con il tempo sono diventati come familiari. E’ difficile spiegare come un modo di fare non mio sia diventato familiare, forse il fatto che mi sono più chiari i meccanismi sociali alla base della cultura giapponese, il tutto è meno inquietante. Rispondo con due righe sul perchè ho iniziato a studiare il giapponese: colmare il vuoto fra me e il Giappone, ovvero la lingua. Mi appassionano così tanti aspetti della cultura giapponese che non ne potevo più di non capirci un H di giapponese. Ciò che mi sprona: il chiodo fisso che ho del giapponese. Ciò che mi frena: sono sincera, più di una volta ho pensato: mi sto facendo una mazzo assurdo ad imparare una delle lingue più complesse al mondo e…e…poi che ci faccio?! Sarà che superati i 25 si tende a rapportare tutto al lavoro, e se dio vuole il mio lavoro sarà quello di architetto, lavorativamente parlando molto probabilmente non me ne farò niente. Ma ho da un pò abbandonato queste “….e” mentali e deciso di smettere di trovare spiegazioni per il quale studio giapponese (soprattutto in risposta alle domande degli altri). Lo studio perchè mi piace, punto, senza scopi.
    Mi scuso, mi sono dilungata troppo, mi è un pò sfuggita la tastiera. 😛

  6. Per quale ragione studiate giapponese e/o perché avete cominciato?
    Sono Romano e rispondo con delle parole romane: “perchè sono di coccio” Sono cioè una persona che quando si mette in testa una cosa deve arrivare in fondo.
    La partenza al solito con gli anime, poi la musicalità della lingua, la curiosità di capire cosa stava dicendo quel ragazzo/a senza usare i sottotitoli che molte volte (troppe) non corrispondevano a quello che sentivo dire dai personaggi, mi hanno spinto a cominciare a seguire qualche blog e forum dove si parlava di Giappone e di quello che bisognava studiare per imparare a parlare questa lingua. Diciamo che sono nato insieme a questo blog e sono orgoglioso di “appartenervi” perchè mi ha dato tantissimo, anche quando mi becco le sgridate del sensei (imparare dai propri errori vale sempre no?) a parte che ogni tanto ci ricasco pensando di aiutare qualcuno meno smanettone di me…………….
    Cosa vi frena e cosa vi spinge nel vostro studio?
    Mi frena il tempo che non ho, il lavoro che va male e devi inventarti qualsiasi cosa per tirare avanti ma non vuoi comunque mollare quell’esercizio mentale che è lo studio di qualcosa di nuovo perchè hai scoperto che ti piace e che ti aiuta a staccare la spina quando esci dal posto di lavoro. Cosa mi spinge, oramai non lo so più, vado avanti per inerzia, mi sono dato due anni di tempo per riuscire ad ottenere qualche risultato, mancano solo poco più di sei mesi e sono “indietrissimo”(nuovo termine appena coniato), ma penso che essendo io un italiano puro mi comporterò da italiano…………….e mi concederò una proroga, lunga……..lunghissima, lo fanno tutti no?

    Ultima cosa, sono un solitario eppure mi piace stare con la gente, sono da evitare?
    sono un tipo strambo perciò sono da compatire?
    Al lavoro i clienti mi adorano e mi cercano per farsi servire da me, il mio direttore dice che invece non sono un buon venditore che parlo troppo. Chi ha ragione e chi torto?
    modi di fare e di “leggere” le altrui abitudini sono presenti ovunque, non solo in altre nazioni o in altre culture, ho capito meglio il pianeta Giappone leggendo “storia del Giappone” un libro di Edwin O. Reischauer, descrive in modo preciso il Giappone tradizionale, l’ascesa del militarismo, la rinascita del dopoguerra.
    Mi ha aiutato a capire il modo di essere di questo popolo, il perchè di modi particolari e della pressochè totale assenza di comportamenti che qui da noi sono normalissimi (leggasi effusioni, ad esempio). Una volta che hai imparato il giapponese diventi come Kaze sensei?
    Preciso fino all’eccesso, pronto a difendere sempre e comunque questo paese (salvo poi prenderlo in giro nelle sue stramberie?), non lo so per certo ma di sicuro se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, magari in versione robotica o come ologramma!!!!
    Sono riuscito a rispondere sdrammatizzando? Spero di sì………..con i clienti funziona……..

  7. Bellissimo questo dibattito ♥ e bellissimi i due commenti che gli hanno dato vita!
    Sarò sincera, cose come quelle di Akarui mi è capitato di pensarle, ma non come un freno allo studio della lingua, bensì per un “se avessi l’occasione di vivere in Giappone” (un’eventualità quindi, che potrebbe benissimo non presentarsi mai xD).
    Perchè studio Giapponese? Come tanti (se non tutti) mi sono avvicinata a questa magnifica terra, cultura e popolo, tramite gli anime, poi i dorama (ta~nti dorama!) e un po’ di jpop. Ma quello che mi tiene veramente stretta, legata da un filo rosso al Giappone, sono loro: i giapponesi♥ La loro cultura, il loro stile di vita, il loro modo di vedere le cose, cioè tutto, manco lo so spiegare bene! Ma mi affascina, mi attira come una luce con la falena, e no (per ora) niente riesce a farmi desistere. Quando riesco a dire o a capire una frase in giapponese, mi sento più vicina a loro, è come aver fatto un piccolo, piccolissimo passo per raggiungerli. Quindi vado avanti nello studio, e lo faccio unicamente per passione, non pensando a se o a cosa potrà servirmi al di là del primissimo motivo: colmare il vuoto (di comunicazione) che c’è tra me e loro.
    Un freno? Bhè a volte capita che le “priorità” della vita mi portino via tempo allo studio, e questo mi scoraggia. Lo sprono è senz’altro quello che sento e non riesco a fermare quando solo penso al Giappone♥
    がんばって ねえ、 みんなさん!
    PS: Kaze-sensei, il tuo commento mi ha incoraggiata tanto! ありがとう なあ!

  8. E’ veramente un bellissimo dibattito, ne avrei di cose da dire… Ma cominciamo dall’inizio!
    Perché ho deciso di studiare giapponese?
    Be’, io nella presentazione del blog mi sono definita “yamatologa per caso” perché in effetti non è che abbia trascorso la mia infanzia e adolescenza a sognare il Giappone, anzi! Seguivo gli anime in tv come tutti i ragazzi della mia età ed ero veramente incuriosita da quei misteriosi segni che ogni tanto trapelavano qua e là… Ma in realtà nasco come linguista, quindi appassionata di lingue straniere, e quando ho deciso di iscrivermi all’università il mio desiderio era studiare lingue… però volevo cimentarmi in qualcosa di nuovo e ho pensato al giapponese, memore di quella curiosità infantile, e mi sono buttata, con l’idea che se il primo anno non fosse andato, sarei tornata alle lingue occidentali… E invece è andata bene, fortunatamente! ^^

    Però lo ammetto, io sono innamorata della cultura tradizionale giapponese, l’arte, le tradizioni e la letteratura, non amo troppo la cultura pop degli ultimi anni ma quelli son gusti!! 😛

    Per il resto, fermo restando che sono d’accordo con Kaze che ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, visto che è impensabile che un intero popolo sia fatto con lo stampino, dico che amo il Giappone ma non ci vivrei (a tempo indeterminato) né vorrei allevarci i miei futuri figli, rispetto i giapponesi e apprezzo determinate caratteristiche, ma tante altre non le sopporto, e soprattutto penso di poter dire che lavorare con i giapponesi non è affatto facile. Certo, si media e ci si viene incontro, ma talvolta si riscontra una rigidità, un attaccamento al “protocollo” che, oltre ad essere inutile, può risultare persino dannoso, ai fini lavorativi. Però “si è sempre fatto così” e punto. しょうがない。 E’ un tipo di mentalità che, per esempio, cozza profondamente con il mio modo di fare, di solito estramamente pratico, ma, appunto, non ci si può fare nulla.
    Chiaramente queste sono opinioni legate alla mia esperienza, conscia del fatto che non è così ovunque, probabilmente dipende anche molto dal settore in cui si lavora, anche se ci saranno sempre differenze tra il nostro modo di fare (occidentale, italiano e, ovviamente, personale) e il loro.

  9. Condivido pienamente l’opinione di Daniela. Anch’io ho cominciato giapponese un po’ per caso… è andata così, a scuola ero quella bravina nelle lingue straniere ed è stato piuttosto naturale per me iscrivermi a lingue dopo le superiori. Al momento dell’iscrizione ho scelto il giapponese sia per il grande interesse che ho sempre provato per il Giappone, che per la volontà di mettermi alla prova con qualcosa di nuovo, cosa che ora sto facendo con il cinese, che ho iniziato a studiare da qualche mese.
    L’amore spassionato per la cultura, in particolare quella classica e tradizionale, è arrivato con il tempo, all’inizio mediato soprattutto dai libri di Forco Maraini. Devo dire che sono sempre stata diversa dai tipici studenti di giapponese che si trovano nelle università, spesso dei veri “nippomani” da competizione. Non sono appassionata di anime e manga, nè sono mai andata al Lucca Comics (nonostante abiti in Toscana) e solo di recente ho imparato ad apprezzare in parte il J-Pop e il J-Rock.
    Sono stata diverse volte in Giappone, anche per periodi prolungati, e ho avuto a che fare spesso con la cultura di laggiù. Come dice Daniela, quello che può spiazzare più noi italiani, e forse gli occidentali in genere, è proprio l’attaccamento alla forma, che a volte per noi può risultare un po’ opprimente, e una certa cerimoniosità che noi non capiremo mai fino in fondo.
    Al di là del fatto che dare credito a stereotipi è sempre sbagliato (sarei curiosa di sapere quanti di noi si rispecchiano davvero fino in fondo negli stereotipi sugli italiani), credo che la buona vecchia regola di “avere una mentalità aperta” sia corretta. Le differenze ci sono, e sono tante, ma perchè non trattarle come una ricchezza, invece che come un ostacolo?

  10. Posso dire che io mi aggrego a tutti e perciò faccio un piccolo riassunti, io studio giapponese perche da piccolo guardavo Il grande Mazzinga e Goldrake, e per un sconosciuto motivo mi si sono inculcati dei principi giapponesi : dare il massimo sul lavoro, essere disponibile per la propria famiglia e dare un grosso aiuto e non far pesare i propi problemi, oddio quelli grossi in famiglia se ne parla e si cerca di aiutarsi.
    Ma in fin dei conti sono i principi che tutto il mondo ha, anche se i giapponesi ci mettono molto del loro.
    Io lo voglio imparare soprattutto perche voglio vedere un film di animazzione in lingua originale senza i sotto titoli e anche se è una utopia ma per la mia situazione, vorrei andar a vivere in giappone.
    Io amo il giappone per i luoghi la sua storia e tradizione, anche se sembrano cosi freddini i giapponesi una volta entrati in confidenza sono persone fantastiche e amichevoli come noi.
    Uno deve sempre inseguire i propri sogni anche se sembrano impossibili, chi si ferma gli rimane un amaro rimpianto che può portare a uno sconforto totale.
    Ho conosciuto un signore che ha inseguito il suo sogno fino a quando è morto, non me la mai detto che sogno fosse, ma mi ha sempre detto che era la speranza che gli dava la forza di andare avanti e il motivo per vivere.
    Forse sarò uscito fuori tema, ma credo che qui, noi tutti immaginiamo il giappone a modo nostro e sopratutto ogniuno di noi ha quel sogno che lo sprona a dare il massimo.

  11. Per quanto tutti gli interventi fossero molto interessanti, il dibattito ha avuto un successo tale che non penso di poter rispondere a ciascuno… e forse, anzi, di certo non interessa la mia opinione su ciascun singolo commento postato.
    Mi limito allora a rispondere dove sono stato “tirato in causa”
    >> Hai dato per scontato, rispondendole, che sia lei / lui a non sapere delle cose, ad avere convizioni errate… Ma è veramente così? Molte delle domande di Akarui se le son poste in tanti
    Le domande non sono sbagliate, sono le conclusioni che sono stereotipate e, come ho detto, se anche corrispondessero pienamente o parzialmente alla verità, restano slegate dallo studio della lingua che, con mio grande dispiacere, Akarui è tentata di abbandonare.

    Il fatto che in tanti si siano posti le stesse domande (l’ho fatto anch’io) e abbiano dato risposte simili (non l’ho fatto) non significa nulla. Solo che gli stereotipi sono diffusi.
    Personalmente ho parlato ampiamente e spesso dei difetti presenti nella società giapponese, non sono affatto sordo a certi argomenti, ma vorrei che le critiche fossero guidate da opportuni metri di giudizio.
    E’ meglio una società individualista o collettivista? Secondo il tuo parere io risponderei “non si può giudicare”, in realtà la mia risposta (già data in passato) è “dipende dall’individuo”. Non c’è società che vada bene a tutti.
    Se però mi si boccia la società giapponese (e in più lo studio della lingua) usando uno stereotipo per argomento… o una realtà (come le aziende giapponesi) che però è parziale (non riguarda tutti, ci saranno milioni di giapponesi che odiano certe cose), be’, si fa un errore, punto. L’unico argomento valido per bocciare una società è, posto che la si conosca, per quanto possibile, e si sia scelto opportunamente, l’averci provato a vivere in condizioni che ci sembravano ideali.

    Certo, posso anche, senza essere razzista, esprimere l’opinione che è meglio esternare i propri sentimenti… ma il fatto che due giapponesi “medi” non si facciano di norma delle sane litigate/scenate liberatorie, cosa ha a che fare con la mia vita? Poniamo che vada a vivere in Giappone per vari anni… se mi faccio degli amici è perché li trovo “spiriti affini”, non mi vengono “assegnati da qualcuno” e dunque non mi verrà da lamentarmi del fatto che sono “freddi con me” perché avrò scelto “persone non fredde”. O mi si vuol dire che i giapponesi sono TUTTI freddi?

    Se è vero che la società giapponese ha numerosi problemi e difetti oggettivi (razzismo, bullismo, suicidi) è anche vero che nessun paese ne è esente. Quando se ne è vittime poco importa che statisticamente un altro paese desse più possibilità di divenire vittime, no? Se mi bulleggiano in Italia o in Giappone, qual’è la differenza?
    Sarà una risposta da manuale (finalmente trovo un buon manuale! XD) ma la verità è che la società è qualcosa che esiste solo sulla carta, in realtà vivere in una zona di Tokyo o in un’altra, vivere in campagna in Hokkaido o in una città del Kyuushuu sono cose del tutto diverse. La realtà che viviamo di persona e la società descritta nei blog sono cose diverse. Tempo fa, a proposito delle “terribili aziende nipponiche” ho visto un’intervista ad un giovane CEO che permetteva ai suoi impiegati, tutti vestiti in modo casual e abituati a chiamarlo per nome, di portare il proprio cane a lavoro, per dirne una… aveva creato un ambiente di lavoro rilassato e amico della persona. Se quel luogo di lavoro diventa la propria realtà, cosa importa se statisticamente le aziende giapponesi sono peggiori?

    Se ancora mi si vuol dire che la risposta è in realtà vuota, preconfezionata o “sulla carta”, prego, ma mi si facciano degli esempi… Ho passato un periodo in Giappone, ci sono andato dopo averlo idealizzato (che si riscontra su tanti blog) e dopo aver scoperto i lati negativi (che piace diffondere su altrettanti blog). Per entrambe le visioni mi sono poi chiesto se e quanto le parole usate sui suddetti blog, corrispondessero tra loro… personalmente temo sia il diffondere le stesso convinzioni sposandole in base a una simpatia o all’umore del momento.
    Quando sono arrivato lì, sognatore disilluso ormai (ma deciso a vedere coi miei occhi) ho riscontrato tanti dei famosi difetti…. e per ciascuno ho avuto esempi che confermavano quel difetto e altri che lo negavano… ad esempio ho incontrato persone razziste e persone aperte e gentili al di là d’ogni dubbio, ho incontrato persone che temevano di scambiare una parola con me e persone che non mi volevano lasciare andare (in genere si dice “solo perché vogliono far pratica di inglese… altro “pregiudizio”, non ho parlato mai inglese).

    Tutto ciò mi ha aperto gli occhi… ma non alla bellezza e perfezione del Giappone! Alla soggettività della realtà. Quel che ho detto pare “una risposta da manuale”, politically correct ma nasce dall’esperienza… è la mia risposta personale, a me stesso in primo luogo e poi anche a tutti gli illusi, i disillusi, ai fanatici e agli haters del Giappone.

    >> se le pongono, anche giapponesi stessi… son razzisti verso loro stessi?
    Come per gli italiani ci sono giapponesi che questionano il loro sistema e certe caratteristiche più tipicamente giapponesi… tante critiche le ho sentite espresse (e forse sono nate) innanzitutto da giapponesi (es. la gentilezza che si incontra nella vita di tutti i giorni… al super, in banca, in posta, ecc. …è solo apparenza. Certo, eppure la preferisco ai toni sgarbati di tanti impiegati che ho incontrato… sarò strano io).
    Visto per altro che hai accennato agli stereotipi, tieni presente che i giapponesi amano gli stereotipi… certi giapponesi amano anche gli stereotipi sui giapponesi.
    Certamente, sarà stressante per i giapponesi sorridere, inchinarsi continuamente e fare regali per tessere una rete di rapporti sociali (con i vicini, i colleghi..), fanno tutto questo per non offendere l’altro e perché dando importanza al gruppo non vogliono ritrovarsi esclusi, all’esterno di esso… ma il fatto che sia stressante non significa che sia sbagliato.
    Se un tizio mi sta antipatico ho tutto il diritto di trattarlo male? Chi lo ha detto?
    Nel mio condominio i vicini si evitano come disperati… magari ne vedi chiacchierare un paio, pensi che sono davvero amici, ma per contro ne vedi altri che accelerano il passo per evitare di salutare qualcun altro. Tutto ciò è meglio?

    Quel che contesto ad Akarui è il fatto di aver smesso di idealizzare il Giappone (SE mai e nella misura in cui l’aveva fatto) ed esser passata a stereotiparlo (lo stesso percorso fatto da me)… Mentre per contro ha cominciato ad idealizzare, non l’Italia, ma quelli che sono i rapporti personali cui è abituata. Li ha descritti in modo addirittura poetico. Se sono reali, buon per lei, non è la mia realtà, ma se la sua realtà è quella fa bene a sentircisi a suo agio, ad amarla… e a restarci!
    Quel che ho detto, poi, però è il punto principale: se si ama la propria realtà più di un’altra società, non si deve abbandonare per questo lo studio di una lingua che non ha a che fare con gli stereotipi di cui sopra. SE si è deciso di usarla nella realtà di tutti i giorni, la lingua ha a che fare con le singole persone! E le singole persone, più o meno simpatiche, “te le scegli”. Imparare il giapponese non ha NULLA a che fare con le rigide regole di comportamento che esistono nelle aziende giapponesi, né con il sistema educativo giapponese.
    Dopodiché ripeto, lo studio di una lingua non deve per forza aver a che fare con le persone… e non si deve portare vanti perché si ama un paese. Non può piacermi la Germania se odio il tedesco? E permettetemi di tornare un attimo agli stereotipi: non posso trovare sexy la lingua francese e antipatici i francesi?
    Di più! Lo studio di una lingua è DAVVERO (non per stereotipo) studio della cultura d’un popolo. Parole come okusama, kanai e kashimashii parlano del sessimo in Giappone: non posso studiare giapponese per imparare queste cose, sottolinearle, fare critiche costruttive?
    Vogliamo vederla al contrario? Cosa hanno a che fare le brutture dell’Italia, l’evasione fiscale, la piccola e grande criminalità, gli episodi di razzismo e la violenza negli stadi (e fuori)… con Leopardi?
    Ho tutto il diritto di indicare le brutture della società italiana, non sono certo stereotipi, sono notizie, Storia, a volte… ma ciò non significa che non ci voglia vivere e ancor meno che non mi piaccia l’Italiano o la letteratura italiana.

    1. Capisco quelo che vuoi dire, infatti sul fatto che le domande siano slegate dall’apprendimento della lingua un po’ è vero… ma dato che poni tanto l’accento sulla relatività, è vero per me, per te… ma magari per Akarui no. =P Magari le domande che si è posto/a e le risposte che si è dato/a non l’hanno soddisfatto/a e non ha più interesse a studiare quella lingua (cosa peraltro non vera, l’ha scritto lui/lei stesso/a… ragionavo per iperbole). Poi tu magari lo/la conosci meglio di me, ma io non posso sapere come ha ottenuto quelle risposte: se le ha ottenute leggendo, studiando oppure sono cose che ha dedotto in base alla sua esperienza, vivendole sulla sua pelle. Non potrebbe essere? Chi sono io per dirgli/le che sono balle? Ripeto: ne ho conosciute di persone così, che anche dopo anni di studio si sono rese conto di non sentirsi “a loro agio” (ci starebbe meglio l’inglese “fit”) nell’avere a che fare con una cultura (non necessariamente quella giapponese) e hanno abbandonato tutto (studio della lingua, porpositi di studiare nel Paese o di trasferirvisi). Succede!

      Quello che contesto della tua risposta è proprio questo: sembra che porsi certe domande e darsi delle risposte sia un delitto. Perché? Perché _secondo te_ sono risposte errate. Il tuo discorso, come prima, non fa una piega: è ineccepibile. Perché nessuno potrebbe mai eccepire nulla ragionando su base individuale! È un po’ “vincere facile”, dai!
      Ognuno di noi è unico, ognuno fa esperienze diverse, ha valori diversi, mestieri e interessi differenti, anche se siamo tutti italiani. Dunque? Ragionando così che abbiamo risolto? XD Come le scienze sociali insegnano non si può fare alcuna analisi utilizzando come parametro valutativo quello individuale, perché non ha senso, non porterebbe mai ad alcun risultato se non: è tutto relativo, siamo tutti diversi! Sulla relatività di tutte le scienze sociali siamo d’accordo, ma ciò non toglie che sia possibile studiare una società nel suo complesso, e la società giapponese per fortuna o purtroppo non è differente, su questo, rispetto alle altre. È innegabile che alcuni fenomeni sociali abbiano una vasta, maggiore o minore incidenza lì, che i valori condivisi della popolazione sono diversi rispetto ad un altro popolo, così come la percezione e il trattamento dell’altro, il ruolo della donna, dei media, il sistema scolastico e altre cose come ad esempio certe abitudini. Il fatto, dunque, che ogni giapponese sia diverso dall’altro non implica che la società giapponese _nel suo complesso_ non abbia determinate caratteristiche. E lo stesso dicasi per ogni società, no?
      Quindi chiaramente esiste il giovane CEO che ha un’azienda con management di stampo occidentale, come esiste la grande azienda con una cultura lavorativa tradizionale, e c’è l’artigiano, o l’agricoltore. Essendo persone come tutti noi XD, è ___OVVIO___ che ogni giapponese ha il suo carattere! XD Ma ciò non toglie che possano essere ritrovate determinate caratteristiche generali. Come la condivisione di valori, aspettative, idee, abitudini eccetera, tutte cose che fanno parte della cultura e che si formano nell’individuo vivendo in una determinata società!
      A me sembra che sia su quelle che si sia concentrato/a Akarui, sul ruolo della donna, sui rapporti umani in generale e sui ritmi di vita. E le risposte a cui è pervenuto/a saranno anche stereotipate, ma fino ad un certo punto.
      Certamente esiste il manager che si fa chiamare per nome, ma quanti sono? Esistono sempre più donne che continuano a lavorare dopo il matrimonio, anche… ma quante sono? E soprattutto, la donna amministra il denaro in casa, quindi non è vero che è una società sessista… ma quanto è frutto di una vera scelta? Esistono giapponesi che parlano perfettamente inglese, ma quanti sono? Esistono giapponesi easy going ma, a parte i giovanissimi, quanti sono? Esistono giapponesi che hanno amicizie “di tipo occidentale”, ma quanti sono? Io ho esperienza così solo con giapponesi vissuti lungamente all’estero, magari altri saranno stati più fortunati… Lo stesso dicasi per cose come “la concezione della coppia”.

      Ragionando in modo individuale si possono trovare tutti gli esempi che si vogliono, su qualunque cosa, ma trovo sbagliato negare cose evidenti basandosi su altre che sono chiaramente (ancora) eccezioni, senza porsi delle domande per capire veramente la portata di certi fenomeni (vedi questione delle donne, o il bullismo, che sarà uguale in ogni parte del mondo ma le cause magari non lo sono).
      E poi perché farlo? Perché sì, magari è anche vero che è così, però finché la cosa non ti riguarda in prima persona che t’importa? Be’ scusami ma non sono proprio d’accordo su questo. Allora vado in Giappone a lavorare per una grande multinazionale dove il management è in stile occidentale, sposo un connazionale, mando i miei figli alla scuola internazionale e frequento solo expat come me. Altrimenti, se così non fosse, per quanto le amicizie si scelgano, la vita non è solo amicizie e con certe cose dovrei prima o poi fare i conti. E potrebbero non piacermi, o comunque potrebbero stranirmi, mi porrei delle domande (come potrei pormele in Francia vedendo che mangiano lumache, per dire! O n Spagna perché c’è la Corrida e uccidono animali per divertimento. Oppure… ecc. ecc.). Non vedo perché per questo motivo dovrei sentirmi dire che sono razzista, o ingrata perché quel Paese mi ospita, o che “allora tieniti l’Italia”.
      Poiché la vita non è solo cose e rapporti che si scelgono, quindi, dovrei socializzare e imparare a capirli, e tutti sappiamo quanto possa essere complesso, tra no che significano sì, allusioni, ironia totalmente diversa dalla nostra, cerimonie e altro. Dovrei anche adeguarmi alla loro cultura lavorativa, perché le possibilità che trovi uno che si fa chiamare per nome mi sa che sono bassine =P, imparare come funziona il processo decisionale delle aziende, cozzare con la loro formalità e intransigenza (come diceva benissimo Daniela qua sopra) e staccare sì presto da lavoro … ma non sempre, perché se non fai lo straordinario o sei anche solo il primo ad andartene dall’azienda non va bene… e a non poter andare a casa perché ci sono le bevute e le cene rituali tra colleghi (altro stereotipo, per molti: macchè, è verissimo). Poi se uno ha figli immagino debba adeguarsi e mandarli alla scuola giapponese (io non lo farei mai, ma vabe’…) eccetera. Dire che una cosa non ti deve interessare solo perché non ti riguarda in prima persona e magari potrai viverci una vita, in Giappone, e non sperimentarla mai per me ha poco senso. Ci sono delle cose, anche limitandosi a semplici rapporti di vicinato, che hanno un rigore tutto loro… non si può “scappare” da certe cose. E non ha molto senso studiare una lingua che ha un legame così profondo con la cultura che l’ha generata e poi ignorare certe questioni, oppure mettere gli occhialini rosa e guardare tutto con quelle lenti lì come fanno alcuni (non te, eh =) ).

      Poi io non ne fare un discorso comparativo con l’Itaia: ogni Paese e ogni cultura hanno i loro lati positivi e quelli negativi. Nessuno, tantomeno Akarui, ha celebrato la scortesia italiana negl uffici pubblici… che c’entra? Anch’io preferisco l’efficienza “fredda” al caos generalizzato italiano, quindi? Anche in Svezia c’è un alto tasso di suicidi, eppure è una delle società prese ad esempio in tutto il mondo, di certo non è solo quell’infamante statistica a qualificarla come Paese. A me sembra che buttare tutto sulla comparazione sia controproducente e banalizzi un po’ tutto; è un po’ ciò che accade quando parli con expat che sputano sentenze sull’Italia a distanza, dall’alto della perfezione (idealizzata al massimo) del loro nuovo Paese. Appena qualcuno osa aprir bocca, criticando qualcosa (anche sciocca, tipo il clima!), che sia degli USA o dell’Australia o altro, subito parte la solita offensiva carica di eloquenza e profondità: “ehh allora tieniti l’Italia, perché voi sì che state bene! Vi piace il sole e il clima mite, tenetevelo che poi avete *elenco disgrazie italiane che per alcuni saranno stereotipi, ma che come sempre hanno grande verità in fondo*”. XD Non è che esprimere un giudizio su qualcosa, o una critica, o anche solo porsi delle domande su un qualcosa di “altro” significa screditarlo _in toto_, né celebrare la propria realtà. Io mi guardo bene dallo scadere nella retorica, dico solo che si può amare un Paese anche riconoscendone le complessità, e che il concetto di “stereotipo” è a mio avviso fin troppo abusato. Si fa presto a ricorrere alla frase “non è vero, sono stereotipi” (o ancora peggio al “sei razzista”) per stroncare sul nascere ogni sforzo critico, e secondo me non è giusto e soprattutto non fa bene a nessuno, perché è proprio ancorarsi su certe posizioni, che siano estreme da una parte o dall’altra non importa, che conduce ad una banalizzazione di tutto il discorso… in questo caso del “dibattito improvvisato”.

  12. Intanto ti tolgo il dubbio… è una ragazza, perché parlava al femminile.

    “Il Giappone non è un posto dove vorrei crescere i miei figli” è una tipica espressione su internet. Non trovi delle vere variazioni a questa frase, non viene detto “non vorrei crescere i miei bambini”, ci credi?
    Lo stesso vale per altre obiezioni sul tema. Queste obiezioni sono quasi certamente preconfezionate… un poliziotto dubita di un alibi se tutti i sospettati raccontano la stessa storia con le stesse parole. Ovviamente qui non c’è dolo, si usano delle frasi per sentito dire però.
    Poi la sensibilità della persona fa sì che quella frase, quell’idea risuoni più o meno forte in lei, le metta il terrore per un paese o viceversa un ingiustificato amore, tutto può essere.

    Dunque porsi delle domande è SACROSANTO, darsi delle risposte preconfezionate è INUTILE, non “un delitto” (esagerato). Significa accettare il luogo comune e perdere la possibilità di una bella esperienza (o brutta, ma pur sempre esperienza)… significa non andare in Francia perché i francesi puzzano e deve esserci un tanfo terribile.

    Parli di “risposte errate” e di “balle”: così le avrei bollate, evidentemente. Non ho mai detto niente di tutto ciò! Ho detto che molte di queste cose (per quanto la società giapponese come la sua lingua tenda a cambiare velocemente) hanno un fondamento di verità, ma sono verità parziali, statistiche (i.e. sì, valgono in generale). Non sono la Realtà della persona.

    Su tutto questo volevo avvertire Akarui! Non posso sapere se le sue considerazioni sono dettate da esperienza o no, posso solo immaginarlo… e siccome dal discorso mi è parso non lo fossero, volevo avvertirla, avvertirla di non lasciarsi fuorviare dalle chimere né dalle tante cassandre! Sia perché nessuno può dirti in anticipo quale sarà la “tua Realtà giapponese”, sia perché lo studio di una lingua, letteratura e cultura ha tanto in più da offrire rispetto all’ambito limitato di cui si stava parlando.

    Certo che al discorso della “propria realtà” non possiamo applicare qui le scienze sociali! Non dobbiamo. Come ho detto la società esiste sulla carta, è statistica… e come ho detto, se sei vittima di, per esempio, bullismo in Italia o in Giappone, dov’è la differenza?
    Se trovo o no una vera amicizia (per come io la intendo) qui o là, cosa mi importa di dove era statisticamente più probabile? @_@
    Il fatto che non cogli, temo, è: cosa ce ne frega qui delle scienze sociali? Ci interessa scrivere una tesi in merito o vivere la nostra vita?
    Perché dovrei smetterla con le mie ambizioni, che siano di studio o d’esperienza di vita all’estero… perché il Giappone non è il paradiso in terra? Perché così facendo li punisco per essere una cattiva società? o_O Secondo me conoscendo meno sono io l’unico a perdere… e ripeto, si può anche studiare e conoscere al fine di poter criticare (perché la critica senza conoscenza -diretta o indiretta, non pretendo si viva tutti in Giappone 20 anni prima di parlare- è pettegolezzo).
    E, lasciamelo ri-ripetere, possiamo ri-ricordare che tutto ciò non deve per forza avere a che fare con lo studio della lingua e cultura? Il prossimo autore che vorrei qui sul blog è un mio amico che ha studiato giapponese per più di 15 anni, ha una cultura vastissima, dall’etimologia dei kanji alla poesia classica… ma non è mai stato in Giappone… se non aveva intenzione d’andarci, doveva smetterla con lo studio?

    Ma uno straniero dovrebbe rinunciare a visitare Roma o, poniamo sia un appassionato di Opera, a imparare l’italiano… solo perché in Italia c’è la mafia?
    Come si fa a non vedere l’errore di questo ragionamento? Se il discorso è ineccepibile, credo ci sia una ragione e mi stupisce tu… eccepisca ^__^
    Spero sia chiaro ora cosa io intendessi… se la trovi ancora una risposta “perfettina”, francamente non so che dirti…

    p.s.
    >> Poi io non ne fare un discorso comparativo con l’Itaia: ogni Paese e ogni cultura hanno i loro lati positivi e quelli negativi.
    Ma se ho detto espressamente “nessun paese è esente da difetti”. Il discorso comparativo con l’Italia – che chissà perché fa saltare i nervi a tanti – non c’era. Non era “Ehi, l’Italia è peggio! Buh! Buh!” (-__-)
    Dicevo solo che TUTTI i paese hanno i loro problemi, spesso non ti accorgi dei problemi del tuo perché ci sei abituato e ci vivi immerso, mentre i problemi altrui sono ingigantiti dalla lettura delle statistiche e/o dai media: ho trovato opinioni di giapponesi che vedono l’Italia come il far west, un posto “dove puoi morire ad ogni angolo di strada” (letta su un forum) e “la vita non ha valore” (letta in un manga, Tokyo Esp).
    In quest’ottica aveva senso far risaltare qualche problema dell’Italia: solo per far notare che tutti i paesi hanno i loro alti e bassi e quindi farsi prendere da certe comparazioni (e tacere su altre) per “bocciare un paese”…. HA senso, ma non in assoluto, solo nei limiti della tua “Realtà personale”: se ti piace così com’è, fai bene a non trasferirti …ma, e ri-ri-ripeto, consiglio di ripensare l’idea di abbandonare lo studio in conseguenza di queste considerazioni, che pur se vere non sono esattamente correlate… non si “punisce” la società giapponese per le sue “inefficienze” in questo modo, si “punisce” solo noi stessi… o perlomeno per me è così poiché penso che (in ambito culturale perlomeno) non sapere sia sempre peggio che sapere.

  13. Non ci capiamo proprio… e mi dispiace, perché alla fine siamo accomunati dalla stessa passione, e in teoria dovrebbe essere un dibattito. XD
    La cosa dei figli io non l’ho mai letta, ho sempre sentito dire: ci vivrei ma non per sempre, come diceva qualcun altro qui sopra. Poi non capisco cosa c’entri: vuoi delegittimarmi come interlocutrice? Non ho bisogno di copiare frasi altrui, scusa… “preconfezionate” e ho ben spiegato nel primo commento perché lo penso. Sarà banale o… stereotipata, non importa. =P
    Le altre obiezioni sul tema se sono così numerose, forse hanno una base di verità, no? Poi che c’è di male? Esistono obiezioni su tutto, perché la società giapponese non può essere criticata e viene preso sempre tutto così… male? È incredibile questa cosa. Si può parlare male dei francesi, perché sì sono snob. Ah, gli spagnoli… son casinisti, e ora come ora stanno peggio di noi! I tedeschi poi, così austeri e che bistrattano i poveri greci… Ma tocca il Giappone e diventi il Nemico Pubblico numero 1. =)

    Io non ho mai inteso incutere terrore a nessuno.
    Tra l’altro quanto devono essere debole una passione e un amore se vengono scalfiti da una frase scritta dal primo che passa? Non credo proprio che sia così. Non credo proprio che l’appassionato vero (come Akarui, che studia da 3 anni… son tanti!) si lasci abbattere per così poco e rinunci a tutto per puro pregiudizio (infatti scrive che non intende abbandonare). Credo semplicemente che Akarui abbia sperimentato delle cose, la realtà giapponese, e come tutti o quasi si sia sentita smarrita e si sia posta qualche domanda. Ed è lecito. =)
    Insomma, nessun terrorismo psicologico. Davo per scontato che questo fosse un luogo di confronto tra appassionati… o no? Se poi sembro un troll, mi dispiace… ma non perché ho osato non essere d’accordo sulla risposta non vuol dire che odi il Giappone oppure ne voglia parlare male a prescindere. =) Non vorrei ripetermi, perché l’ho scritto proprio qua sopra, ma mettere in luce anche delle caratteristiche che non “ci convincono” di un Paese, non significa non amarlo. Non significa spararne a zero. Non significa odiarlo in toto. Io amo profondamente il Giappone e la sua lingua e la sua cultura, l’ho anche scritto. Mi piacerebbe andare oltre il bianco e nero e vedere anche il grigio. Vedere anche il “lo amo ma non è perfetto”… come l’oggetto di ogni amore. =) Non è possibile? Bisogna per forza ricorrere a “no, sono pregiudizi”, “no, non sai / non capisci” oppure al “sei proprio razzista”? Io non credo…

    Non ho detto che sono balle, al massimo ho detto che sono eccezioni.
    Se qualcuno mi chiede: “voi italiani conoscete l’inglese?” Io rispondo: “be’, i più lo parlano in modo maccheronico”. Ciò non toglie che la persona venendo in Italia chieda informazioni al primo che passa che ha un dottorato in linguistica inglese! Ma quella persona non sarà l’italiano medio. Capisci cosa voglio dire? È così irragionevole?
    Allo stesso modo, puoi dire che la realtà lavorativa giapponese è varia, e che se vuoi puoi farti amici solo freeter, ma ciò non toglie che per il momento sono una minoranza e che comunque, anche tra lavoratori a contratto, gli orari di lavoro restano massacranti o comunque lontani dai nostri.
    Akarui ha accennato all’orario di lavoro, risponderle: sì ma c’è anche l’agricoltore, per me è fuorviante. Perché chiaramente c’è, ma chi è impiegato nel secondario o ancora meglio nel terziario (la maggioranza) fa orari massacranti… e in generale loro sono stakanovisti di per sé, qualunque tipo di lavoro facciano! Sarà uno stereotipo? Io lo riscontro eccome… solo perché è una cosa risaputa ed è stata oggetto anche di ironia in passato, non vuol dire che sia falsa o sia uno stereotipo, non credi? ma poi che c’è di male, se lavorano tanto? Boh! In sostanza, è vero che lavorano tanto, e anche se staccano presto da lavoro non è “staccare” come da noi in Italia, ma spesso fai altro… ma in azienda/ditta/negozio. Oppure vai a bere coi colleghi (rituale che fa parte comunque della sfera lavorativa) o, spesso, fai semplicemente gli straordinari. Che esista una minoranza che non lo fa, o lavori meno (ma quanto è una scelta? E siamo di nuovo lì…) non implica che sia “la normalità”.
    Allo stesso modo, se lei pone una domanda sul ruolo della donna in Giappone, mi ripeterò, ma il punto è quanto sia una scelta quella di stare a casa e quanto non lo sia. Dirle: “sì la donna sta a casa ma è lei che gestisce i soldi” è parziale, non trovi? Perché sta a casa? Perché esiste questa prassi? Esiste ancora? Sì, esiste tutt’oggi. Sempre meno e le cose stanno cambiando, ma per ora sono eccezioni. perché girdare allo stereotipo? Tra l’altro più uno grida allo stereotipo, più dà alla cosa una connotazione negativa… ma non è detto che sia così. Questi sono giudizi di valore, lei chiedeva riscontri sulla realtà, ma spero che si apisca cosa intendo. =)
    Tu parli di realtà della persona, e chiedevi di farti esempi. Io te l’ho fatto e ho anche argomentato, però non te lo sei filato. =P Puoi dire che le scienze sociali non servono perché non sono la realtà, io le ho citate solo perché dietro a ciò che tu chiami “semplici statistiche” ci sono persone… che siano italiani, francesi o giapponesi. =) E appunto ti ho detto che secondo me non puoi “sfuggire” a ciò che è ancora “normale” nel senso di “preponderante”, ed è sbagliato far passare eccezioni come regole… perché non lo sono, almeno non oggi. E che puoi crearti una realtà tutta tua (vedi esempio mio), ma sarà una realtà personalissima e di nicchia (vedi mio esempio). Il fatto che poi queste cose siano evidentemente oggetto di discussioni e ampi dibattiti su internet non implica che debbano essere sbagliate a prescindere (ma in base a cosa?), semplicemente fa parte della normalità delle cose: come lo faceva il Valignano nelle sue lettere, oggi gli stranieri raccontano ciò che vedono sul web (ma anche giapponesi che fanno sana autocritica lo fanno ). Ma perché screditare certe cose come “preconfezionate”? Solo perché lo notao in tanti sono false o stereotipi… ma perché? XD Perché screditarle, soprattutto se sono cose oggettive? È questo che no capisco… boh. =(

    Sul nesso tra questo e la lingua ti ho già risposto, e se hai letto… siamo d’accordo. =)
    Come ho detto, non credo che basti così poco per scoraggiare un appassionato. Ma credo che un amante di una cultura diversa che si ponga delle domande faccia sempre bene.

    Il discorso comparativo sull’Italia ho ben spiegato perché lascia il tempo che trova, imho. Sì, sono una di quelle a cui fa saltare i nervi, soprattutto quando viene inserito a casaccio nei discorsi: però non è che te l’ho scritto così e l’ho lasciato cadere lì, ho argomentato… mi piacerebbe che ci leggessimo per discutere. Non mi pare di aver detto assurdità, anzi.

    In sostanza, lungi da me nel fare l’errore di molti sedicenti espertoni sul Giappone, residenti e non, che guardano le cose solo da una prospettiva: lenti nere o lenti rosa. La realtà è più complessa. E proprio perché è complessa che un appassionato sente il bisogno di interrogarsi e di cercare risposte come può. =) Io ho solo contestato il fatto che molte domande poste da Akarui, e a cui hai ribattuto mettendone in luce la relatività, in realtà non sono poi così relative. Mi sembrano cose piuttosto oggettive: poi chi porta gli occhiali neri vede SOLO QUELLE e le ingigantisce, chi porta gli occhiali rosa minimizza tutto. Tutto qua!

    Non era mia intenzione né scatenare un polverone, né passare per un troll che usa frasi ad effetto scopiazzate da google. Mi piacerebbe che come ho letto i tuoi post con molta pazienza, facessi lo stesso coi miei, anche perché a me sembra proprio che su molte cose siamo d’accordo. =P

    Concludo augurando ad Akarui di continuare i suoi studi e di non lasciarsi intimorire da nessuno. Tocca con mano, studia tanto, trai le tue conclusioni. Non lasciarti abbindolare da chi porta lenti scure o lenti rosa… perché al 99,9% è nel mezzo che troverai il giusto equilibrio. Non è detto che del Giappone, così come di ogni Paese – compreso il nostro – debba piacerti tutto: le cose che nomini esistono, ma ogni Paese ha le sue complessità e i suoi difetti. Questo non significa che non ci siano tantissimi lati positivi da scoprire, in ogni cultura. 頑張って!!

  14. Delegittimarti? Ma come ti viene l’idea? No, era solo un esempio di una delle tante frasi diffuse sul Giappone… che è ricorsa anche in questo “dibattito” (leggi tutti gli interventi o cerca la parola figli) ma avrò letto sul web, non so …30 volte? sempre uguale. E considera che non seguo granché i blog…
    (NB Questo non significa che l’idea in sé sia sbagliata o che la persona non la pensi così, ma che la persona che fa delle scelte di vita deve riflettere chiedendosi “perché dico così? Su cosa mi baso in concreto?”)

    Anche per quanto riguarda il resto parlavo di quel che diceva Akarui e, come hai notato, tanti altri in rete: non ho fatto un riferimento diretto a quanto hai detto, salvo quando citavi la mia risposta come “politically correct”, ecc. D’altronde entrambi parlavamo di quanto detto da lei.

    Per il resto ho già espresso la mia opinione nel massimo dettaglio e con la massima chiarezza possibile. Ora leggo che non avrei letto con attenzione quando sono due post che penso la stessa cosa… mi dici “Le altre obiezioni sul tema se sono così numerose, forse hanno una base di verità, no?”, accidenti, nonostante io le abbia riportate come “verità” (per quanto parziali).
    Senza considerare che alcuni tuoi punti appaiono in palese contraddizione… “la realtà è più complessa” è esattamente il mio punto di vista, ma per contro ritieni verità oggettive quelle che sono delle semplificazioni statistiche/sociologiche come qualunque parere riguardi un’intera società. Certo che sono “verità”, ma sono parziali, quindi non possono essere la risposta ad una domanda che riguarda la soggettività di una persona.
    Se continui a dire possono e io dico non possono non facciamo progressi però… Per cui dirò qualcosa di più definito, ma prima fammi aggiungere un pensiero personale…
    Se queste “verità” sono espresse con parole altrui, anche se vere in sé, c’è il rischio che siano “risuonate” nella persona per le condizioni in cui si sono sentite quelle parole (esempio stupido: perché di adora la tizia che scrive quel dato blog), allora queste “verità” non possono essere la risposta personale a domande come: “mi troverei bene in un paese simile?”. Se tizio si è trovato male, non è detto che io, in un altro posto circondato da diverse persone, mi debba trovare male.
    Non è detto che questo sia il nostro caso, ma aveva senso parlarne visto che dici “se tanti dicono la stessa cosa” (tanti sono cristiani, ma non uno di loro ha visto Dio …se capisci che intendo).

    MA riprendo dove avevo lasciato. NON puoi parlare di verità oggettive, ma solo di verità parziali …perché riguardano tot persone, non chiunque, ma soprattutto non (necessariamente) la persona in questione (che potrebbe considerare di trasferirsi). Fossero oggettive (universali) sarebbe un guaio, ma sono parziali mentre a noi interessano verità soggettive per fortuna, cioè “Io, Mario Rossi, come mi trovo in Giappone?”
    Dunque, per quanto banale “yatte minakereba wakaranai” (@ tutti: “se non provi non puoi sapere come andrà”).
    Quindi per insistere sul nostro punto di disaccordo (che -se ho capito- credi io non abbia notato?), no, queste verità parziali non possono essere la nostra Risposta personale. Anche se in tanti la affermano e mi fanno venire dei dubbi (che è sempre doveroso avere).

    Per quanto banale, da manuale o vuoto questo pensiero possa apparire, spero risponda a quanto dicevi… questo pensiero per me è (diventato di recente) un’evidenza lampante, anche per questo insisto, ma se non ti convinci, non è che ti voglia imporre qualcosa.

    Per il resto mi metti in bocca parole che non ho detto, come quando dici “mettere in luce anche delle caratteristiche che non “ci convincono” di un Paese, non significa non amarlo”… quando il tutto verteva sul fatto che stereotipi e/o verità parziali (che potrebbero non riguardare la propria vita in Giappone) non possono essere un motivo per abbandonare lo studio.
    Il discorso sul paragone con l’Italia, anche a rileggerlo, mi pare bello che concluso: non ho citato l’Italia e i suoi difetti con la finalità che credevi e quanto ho detto nel post prima a riguardo, e dove ho citato la mafia, penso che sistemi la questione …proprio perché pongo i vari paesi sullo stesso piano (tutti hanno pro e contro) e vado a dire “non c’entrano questi aspetti” (spesso ingigantiti dai media ecc.).

    Posso dirti una cosa… ho l’impressione che, specie dopo aver letto queste mie “critiche” (funzionali al mio discorso non certo del tipo “be’, ok, allora tieniti l’Italia coi suoi difetti”), tu mi volessi vedere con addosso le lenti rosa. Specie quel “criticare un paese non significa non amarlo” mi dà da pensare… Ancor più visto che ho scritto che ho criticato vari aspetti del Giappone, più e più volte su questo blog (e non solo).
    Pur leggendo che non avevo le suddette lenti, non essendo io “inquadrato” trovavi “vuote” (altra parola equivalente al tuo “da manuale”) le mie argomentazioni… che portano a una conclusione banale come dici, se proprio vuoi, ma “banale” = “vera” (anche se vinco facile^^). E francamente il fatto che non l’abbia mai trovata scritta tra i tanti che blaterano di Giappone indossando queste o quelle lenti… be’, mi fa credere che non sia poi così banale.

    Bene, anche se è stata una bella chiacchierata (non ho spesso l’occasione di esprimermi in dettaglio su certe cose) concludo qui perché mi pare opportuno visto che ormai la mia proverbiale verbosità ha preso il sopravvento.

    A rived… risent… rileggerci(?)

  15. Ho provato a fare un giro su qualche altro blog, più o meno similare, discussioni del genere non ne ho trovate. Vorrà dire che siamo un gradino sopra gli altri? Che forse(dico forse) le persone che frequentano questo blog riescono a pensare con la loro testa cose che gli altri non riescono neppure a leggere?
    Alcuni interventi li ho riletti due volte, perchè concetti complessi o parole che non sono abituato a sentire od usare, vi ringrazio tutti, avete arricchito la mia mente e la mia “grammatica”!! Vi prego di continuare così, tutti hanno (o possono avere) bisogno di tutti, ed è bello sapere che chi segue questo blog ha un cervello e sa farlo funzionare.
    Saluti da Diego

    1. Grazie delle belle parole, Diego. Anch’io sono rimasto molto sorpreso dal livello di questa discussione (oltre che soddisfatto e contento, ovviamente)… e di questo ringrazio Akarui e AW, in primis, con cui ho discusso in particolare, ma chiaramente anche tutti gli altri partecipanti, te compreso (sono felice anche d’aver aggiunto i voti ai commenti: si vede subito che la tua e altre risposte sono state davvero molto apprezzate anche da persone che forse non avevano tempo di commentare ma si sono riconosciute in determinati discorsi).
      Non so se siamo un gradino sopra gli altri, mi piace pensare che ci sia sempre qualcuno migliore di me che devo sforzarmi di raggiungere… però certamente ci siamo distinti, in questa e altre occasioni… e con la collaborazione di tutti si spera che continueremo a farlo ^__^

  16. Ciao,
    intanto metto subito le mani avanti: sono stata io a dire che non crescerei i miei figli in Giappone!!! 😛 Anche se non so se nella discussione lo ha detto anche qualcun altro perché non sono riuscita a leggere tutti i messaggi! Ovviamente, dietro quella frase c’è una serie di ragionamenti e ripensamenti che si basano in parte sulla mia esperienza (Ovvero: riuscirei a vivere tutta la mia vita in Giappone? Che in parte vuole dire “in Giappone, in quanto tale” e in parte “al di fuori del mio paese natio”) in parte sull’esperienza di persone che conosco. Certo, Kaze dice bene: si tratta sempre di verità parziali, tra l’altro io non credo nell’esistenza di una verità unica e valida per tutti, il mondo è fatto di verità parziali e ognuno decide (o dovrebbe decidere) la strada da prendere in base a quello che vuole e che ritiene più giusto per sé, ma questo è un pensiero abbastanza scontato. Come è sacrosanto che l’esperienza di uno non è detto sia uguale a quella di un altro, ed è giusto quello che dice Kaze, se ho ben compreso: se non provi non sai.
    Su alcune cose però concordo con AW, nel senso che è ovvio che ogni persone è un caso a sé e che non tutti i giapponesi (come gli italiani, francesi, spagnoli ecc.) sono uguali, e penso che su questo concordiamo tutti, almeno spero! Però è anche vero che in ogni società esistono determinate caratteristiche, positive e negative, perché purtroppo il paradiso in terra non esiste, altrimenti sarebbe troppo facile! 😛 Quindi, per fare il primo esempio che mi viene in mente, è chiaro che gli italiani non sono tutti furbi, ma è vero che in Italia c’è una buona dose di furbizia a tutti i livelli. E questo vale per tutti i paesi e le società, poi certo, questo mica vuol dire che quella determinata società è da buttare in toto e da escludere dal resto del mondo, oppure che quella determinata caratteristica debba diventare motivo di pregiudizio nei confronti di un popolo. Anche perché, come avete giustamente sottolineato entrambi, la realtà è molto più complessa e sfaccettata di così.
    Poi secondo me Aw ha detto cose molte sensate sul mondo del lavoro in Giappone, ma qui si parla già di un altro “livello”, perché studiare il giapponese e avvicinarsi alla cultura di questo paese non vuol dire necessariamente desiderare vivere in Giappone, ognuno di noi, come è emerso dai commenti a questo topic, ha i suoi buoni (e diversi!) motivi per studiare questa lingua. Certo, poi se qualcuno che desidera lavorare in Giappone mi chiedesse un parere, gli direi esattamente quello che penso e non gli dipingerei una realtà di rose e fiori, ma ovviamente sottolineando che questa è la mia personale opinione basata appunto su quella che è stata la mia esperienza, ma se a me un determinato aspetto della vita giapponese non piace, non è detto che alla persona in questione possa invece non piacere, o magari che si possa trovare meglio di quanto sia successo a me.
    Quindi, e qui concludo, è giusto porsi domande e cercare un riscontro in chi magari ha più esperienza di noi (di vita, lavoro o studio che sia), ma non è detto che le risposte che riceviamo siano quelle poi più adatte a noi e al nostro modo di essere, alla fine l’unico modo per saperlo con certezza è provare sulla nostra pelle! 🙂
    E ad Akarui, da cui è partito il dibattito, auguro il meglio, sperando che i dubbi (legittimi) che si è posta non l’abbiano bloccata nel suo studio e che questa discussione sia servita anche a lei!
    Saluti! 🙂

    1. Direi che quest’ultima tua frase:
      “è giusto porsi domande e cercare un riscontro in chi magari ha più esperienza di noi (di vita, lavoro o studio che sia), ma non è detto che le risposte che riceviamo siano quelle poi più adatte a noi e al nostro modo di essere, alla fine l’unico modo per saperlo con certezza è provare sulla nostra pelle”
      Ha riassunto perfettamente il succo e quel che intendevo…
      Le statistiche sono vere? Sì. E’ giusto chiedere ad altri della loro esperienza? Sì.
      Posso decidere solo in base a queste cose? No, perché le statistiche sono verità parziali e se chiedo a 4-5 blogger che hanno vissuto in Giappone ho solo l’opinione di 4-5 persone (che non conosco nemmeno di persona).
      Ecco… giusto per ridire in breve (finalmente!) qual’è il mio pensiero.

      p.s.
      non avevo fatto caso che quella dei figli fosse una tua affermazione, perché mi sono trovato a leggere 10 e passa lunghi commenti in un giorno e… capirai, mi sono “perso” alla fine sul chi aveva detto cosa^^.
      Da un lato so bene che lavori a stretto contatto con dei giapponesi, dall’altro io stesso probabilmente sarei della tua stessa opinione; non “sfiderei la sorte”, trattandosi di mio figlio, facendolo crescere in un posto dove ci sono tanti episodi di bullismo, ad esempio, pur essendo convinto che saprei dargli i mezzi per non essere vittima né carnefice… perché tu citi i ragionamenti dietro la scelta, ma c’è anche una giusta componente emotiva (troppo ovvio) in una scelta simile.
      Ci tengo però a dire che la frase in questione, e questo resta valido, era presa ad esempio per un solo motivo… ricorre praticamente uguale in molti blog e forum, e se tu hai l’esperienza per formularla, visti i tuoi contatti di lavoro, non credo che chiunque l’ha scritta la dicesse, come te, a ragion veduta… ed è solo una delle tante frasi e pareri ricorrenti sul Giappone di persone che se non hanno le lenti nere, le hanno d’una qualche gradazione di grigio.

      1. Non so, capisco che ognuno abbia le sue idee, capisco che ognuno abbia le sue paure, è vero anche che i giapponesi sul lavoro amplificano tanto le loro aspettative ma, è anche vero di giapponesi che vivono nelle province che non hanno intenzione di carriera e vivono più serenamente.
        Poi io ignoro il Giappone perche non ci sono mai stato, posso solo parlare di quello che ho letto in giro e di esperienze di altri, poi il giorno che ci andro in vacanza potrei rimanere deluso.
        Comunque vedendo dall’Italia il Giappone e facendo vedere l’Italia al mondo intero conpreso il Giappone, cioe quello che noi mostriamo dell’Italia atraverso la Tv i telegiornali e le notizie di stampa, non è differente da tutti gli altri.
        Parlero solo di pochi punti: il tanto temuto bulismo giapponese, certo in italia noi non siamo da meno, ricordate i tanti fenomeni di bulismo italiani in special modo a quel povero ragazzzo portatore di handicap finito prima su youtube e poi al TG per non parlare dell’ultimo di quel ragazzo di pochi giorni fa che incominciava a farsi notare come omosessuale ed è stato maltrattato dai suoi compagni?
        Il super lavoro giapponese : in Puglia ho dei parenti che hanno delle piccole attivita lavorano dalla mattina le 8 fino a sera le 8 con una pausa pranzo che la fanno a casa propria, si è anche vero che giù hanno l’abbitudine di mangiare alle 9 di sera, ma tutti sono dei super lavoratori.
        Per le altre cose non trovo differenze tra noi e loro, solo che loro sono più industrializzati sono meno evasori e non dannegiano il proprio paese.
        Ma essere italiano un qualcosa vorra dire nel bene e nel male, questa non è una critica a noi e un elogio a loro, è solo un analisi noi siamo cosi e loro in un altro modo, ma nel generale ci asomigliamosu tutti i temi, poi un consiglio a Akarui, se pensi che le donne giapponesi sia sminuite dal sesso opposto pensa al sud anche se ora molto meno ma che in alcune province venivano considerate molto inferiori agli uomini.
        Poi anche se si volesse vivere in Giappone non è detto che uno debba seguire completamente tutte le regole giapponesi, uno in casa propria fa quel che vuole, quando si esce di casa il massimo rispetto per tutti e tutti porteranno il massimo rispetto per noi,un esempio banale se io sono in giro in giappone e mi offrono il sushi cosa che è l’unica cosa che non mi piace del giappone, lo rifiuto con garbo chiedendo scusa ma la roba cruda non mi piace ( anche qui in italia neanche la carne cruda mangio figuriamoci il pesce) mica mi crocifiggeranno perche ho rifiutato o perche non mangio sushi.
        Allora direte che ci vai affare in giappone, perche mi ispira i luoghi le storie e alcuni anedoti culturali, per qualcuno sara poco ma se uno ha dei sogni perche reprimelrli
        , forse sono stato ripetitivo ma solo ci si era fissati su dei temi che perme non erano diversi da quelli italiani, stessi problemi stesse paure, in findei conti siamo tutti esseri umani anche se di idee differenti, non è che se uno al mio fianco lancia delle bestemie su Dio perche lui è di un’altra religione io gli sparo, ci rimarro male e magari lui si scusera dicendo che non condivide le nostre idee religiose, se per questo io non condivido le idee dei nostri politici di entranbi gli schieramenti ma tanto a loro che gli frega la poltrona non la mollano.
        Scusate se ho parlato a sproposito o vi ho irritato su qualcosa ma credo che queste siano le mie idee non le vostre, ma anche se non le condividiamo, spero di rimanere vostro amico di blog, comunque il giappone è il mio sogno e anche se tanti diranno cose bruttine, fin quando non ci vado e le vedreo con i miei occhi non potro dare un opinione rispettosa.
        Mata ne

  17. Apro la pagina e vedo una marea di post kilometrici *__*
    Solo io non riesco a scrivere piu di tanto T.T
    Scusate per ‘ OT ritornate a dove eravate rimasti io vi seguo da dietro il sipario u.u

  18. X Akarui un libro per farla riflettere :
    Tokyo sisters. Reportage dall’universo femminile giapponese
    by Julie Rovéro-Carrez – Raphaelle Choel
    pubblicato da O Barra o Edizioni.
    Intro del libro o meglio prefazione.”Ma a Tokyo ci sono soltanto donne?”, si domanda ogni straniero in visita in Giappone, stupito di fronte all’esorbitante presenza femminile nelle strade. “Tokyo sisters”, reportage di due giovani e curiose giornaliste francesi, racconta la complessità della città di Tokyo attraverso la voce delle sue abitanti, donne dai quindici ai sessant’anni, single e sposate, casalinghe o businesswomen. Il risultato è una brillante e ironica guida antropologica al femminile per orientarsi nei luoghi simbolo della megalopoli (ristoranti, karaoke, love hotel, terme, sale da pachinko, grandi magazzini) e scoprire come la donna modesta e riservata che vive all’ombra del marito, immortalata nei film di Yasujiro Ozu, abbia fatto ormai il suo tempo. Nuovi stili di vita e abitudini di consumo, differenti rapporti con il corpo e la sessualità, contaminazioni incessanti tra influenze occidentali e immaginario manga creano modelli di cittadine che, oscillando con grazia tra tradizione ed estrema modernità, incarnano tutto il fascino della cultura giapponese.

  19. Salve a tutti!
    è da un po che seguo questo blog e mi piace tantissimo! ancora complimenti per tutto il lavorone che fa/hai fatto /farai!
    io studio il giapponese per capire i genitori del mio compagno!
    ma anche per guardare gli anime senza sottotitoli, potermi vantare con gli amici!
    ma torno al primo punto, il mio compagno è giapponese, da una vita in italia (un bilingue completo) ma rimane pur sempre un giapponese!
    dal commento di Akarui mi sono sentita un po’ in dovere di rispondere, anche se è passato un sacco di tempo dal post, dato che effettivamente molte cose le rivedo nel comportamento del mio compagno e nei suoi genitori, ma le ha male interpretate come spessi succede con i comportamenti nei giapponesi.
    La freddezza nei comportamenti e evitare le discussioni chiassose, non è una legge, ma fa parte dell’infinito rispetto che nutrono i giapponesi verso il mondo in generale. Ovviamente ci sono anche le eccezioni, per non ricadere dei discorsi sui preconcetti. Quello che ho capito stando tanto tempo accanto al mio compagno, è che ogni nostra azione ha una ripercussione sull’altro o sugli altri in generale, quindi prima di arrabbiarsi o di fare scenate che non hanno senso, vedere come sta l’altro.
    faccio un esempio: se io ho auto una giornata del cavolo e arrivo a sera stanca e stressata questo non mi legittima ad essere antipatica e scontrosa con il mio compagno che non c’entra nulla, perchè magari lui ha avuto una giornata peggiore della mia ma non me lo fa vedere perchè vuole solo stare tranquillo quando ci si vede io e lui. è non è un essere freddi o non far vedere i propri sentimenti, è un rispetto profondo che si ha epr l’altra persona e per noi stessi.
    sembra quasi che una coppia per stare bene tra di loro debba litigare, se non si litiga non è vero amore… ?????
    e

    1. …e poi il mio pc ha deciso di non funzionare più!
      scusate!
      in ogni caso la conclusione era che se non si ha rispetto per gli altri non si riesce nemmeno a riconoscerlo quando lo si vede. E non è colpa di nessuno, non si sa cosa si sta guardando, punto!
      se si fa di tutta l’erba un fascio è bene che poi ci si picchi anche con questo, tanto a che altro ti può servire?
      e se proprio non si capisce una cosa si chiede, non si accusa… si indaga, non si prende la prima opinione per vera! non perchè il primo con cui si parla mente, ma solo perchè ognuno di noi ha la propria verità! e uno deve cercare la propria a partire da se stesso non da cosa gli ha detto qualcuno..
      insomma, Giappone o no, ovunque ci sono stereotipi ed eccezioni.
      Parlo per esperienza diretta i giapponesi non sono freddi, sono solo molto rispettosi e prima di fare qualcosa di cui si potrebbero pentire, o qualcosa che potrebbe non piacere all’altra persona, ci pensano bene. ogni azione è ponderata, pensano tanto, tantissimo ma meglio che non pensare affatto!
      so di non essere stata chiara e me ne scuso!
      grazie per l’attenzione!
      lee <3

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