Lavorare stanca (prima parte)

tempi-moderniFinite le feste si dovrà ricominciare, quindi ho pensato a un post in tema, i.e. sul lavoro. Caro lettore, come diceva Battisti, “Non odiarmi se puoi”.

Come diceva Cesare Pavese – invece – “Lavorare stanca”. È facile vederci una sottile (amara?) ironia, ma ponendoci in un mindset più serio, e dovendo dare un’opinione emergeranno probabilmente due diverse posizioni:

“Lavorare stanca” è…

  • una sacrosanta verità
  • un moto (o anche un “motto”) di pura pigrizia.

Ma chi ha ragione?

Sì, perché parlare di “ragione” può suonar strano, ma a ben vedere c’è una verità oggettiva in merito, almeno all’interno della nostra cultura, ed è la lingua a fornircela.

Lavoro deriva da “labor” ed ha a che fare con tre diversi concetti: il “lavoro”, la “fatica” o strenuo “sforzo”, e la sofferenza di una “malattia”. Se uno straniero leggesse queste righe, probabilmente passerebbe subito a qualche cattiva battuta sugli italiani fannulloni, ma la verità è che per via del latino (ma non solo), un identico concetto esiste in tutte le altre lingue europee. Proverò a darvene una panoramica, per poi fare, ovviamente, un confronto con giapponese e cinese.

Limitiamoci al termine “lavoro” e al suo etimo latino labor, laboris. Abbiamo vari equivalenti in varie lingue (anche se non sempre sono i termini più usati) labeur in francese, labor in spagnolo e portoghese (che ha anche lavor) e labour o labor in inglese. Giusto i tedeschi (che potevi aspettarti?) si limitano ad usare werken (di cui potete notare la somiglianza con l’inglese work).

Consideriamo ora un attimo i dialetti italiani. Ecco che lavorare si può dire ad esempio “faticare”, ma anche “travagliare”. Quest’ultimo termine in particolare è interessante. Lo ritroviamo in francese (travailler), così come in spagnolo (trabajo).

In italiano il termine “travaglio” è limitato in genere ad indicare il parto (e la sofferenza che lo precede…) oppure una serie di sofferenze (peripezie e vicende viste come sofferenze). Non si può dimenticare, ad esempio, Meriggiare pallido e assorto, di Eugenio Montale:

“…sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

Queste accezioni si ritrovano nei termini derivati da labor in uso nelle altre lingue europee. Inoltre, sebbene in inglese termini come work e job siano più comuni per indicare i concetti di “lavorare” e “lavoro”, esiste anche il termine “toil”, che richiama l’accezione usata da Montale, oltre al concetto di lavoro (per i miei anglofoni lettori, “to toil” significa “to work”, ma anche “to struggle”). L’altra accezione, invece, quella dei dolori del parto, si ritrova nell’inglese “labour” (e nell’americano “labor”).

Insomma, in breve, è fatica e sofferenza, il lavoro nella cultura europea. Direi la cultura “d’origine latina”, visto il discorso fatto finora, ma per il greco vale esattamente lo stesso: basta vedere termini come kopiao, simile a “toil”, che implica l’estenuarsi, “l’esaurire le forze” (anche per un dolore), oltre a “lavorare”… o ancora, δουλειά (douleia), lavoro, da δούλη (doule), che significa “schiava”.

Ok, ma il giapponese?! – direte voi, giustamente spazientiti… Pensavo di sfiancarvi passando al cinese e di tenere il giapponese come dulcis in fundo, ma non vorrei irritare nessuno.

Per parlare del termine “lavoro” in giapponese dobbiamo vedere quattro termini.

Il primo, tsutomeru, è 3 termini in uno, poiché ha 3 possibili scritture: 勤める・務める・努める

Il secondo hataraku 働く è altrettanto interessante, poiché riguarda unicamente la cultura giapponese, in quanto non esiste questo kanji in cinese (quindi in linea di principio non lo si può nemmeno definire 漢字 “KANji” poiché “kan” si riferisce alla Cina).

Il terzo è shigoto 仕事 e si lega direttamente al quarto… samurai 侍.

Sfruttando questi ultimi due punti parleremo poi brevemente del cinese e di come anche in giapponese, tramite il cinese, la citata accezione di labor, quella che si riferisce al parto, torni curiosamente in campo.

Tutto questo però non oggi, per evitare che questo post diventi uno dei miei soliti poemi di dieci mila parole.

6 pensieri su “Lavorare stanca (prima parte)

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