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971 thoughts on “Domande

  1. Traduci “mo” come “neanche” con i verbi negativi. Quindi “mo nai” diventa “non è/non c’è neanche”. Però questa è una traduzione comoda in italiano per vari casi, ma non è sempre valida… Ma mettiamo un secondo da parte il discorso.

    Il nostro “nande” è composto: nani+de=nande
    “nani” è “che cosa”, come sai. Poi c’è “de” che viene dal verbo essere in realtà (vale in questo caso, non sempre)…
    Il tuo errore è considerare “nande” = perché. Può essere vero, è infatti il modo meno cortese/formale di dire “perché”, ma anche “attaccare” può significare sia “aggredire” sia “appiccicare”, giusto?

    Facendo una scomposizione “BRUTALMENTE letterale”, ottengo che
    “nani …. mo” = qualcosa
    Poiché “de” viene dal verbo essere (almeno in questo caso)
    nani+de+mo diventa “l’essere di qualcosa” = “il fatto che qualcosa è” o “l’esistenza di qualcosa”.

    In pratica ottengo “non c’è ( = nai) l’esistenza di qualcosa ( = nani + de + mo)”.

    Quindi nandemo (= nani + de + mo) nai diventa “non c’è l’esistenza di qualcosa”.
    “Non c’è l’esistenza di qualcosa” e “non è qualcosa” è lo stesso, giusto?
    Se poi ci ricordiamo del “trucco” citato all’inizio, che quando traduco in italiano e ho “mo” + un verbo negativo, allora “anche” (la traduzione più banale di “mo”) diventa “neanche”
    …o ci ricordiamo che, se ho “nani…mo” (qualcosa) questo in italiano diventa “nessuna cosa = niente” se in giapponese è presente un verbo negativo, allora iniziamo ad avvicinarci alla “traduzione definitiva” di nandemo nai…

    Finora infatti ti ho solo presentato la logica che ci sta dietro …e PUOI FREGARTENE^^
    Ovviamente,non tradurremmo mai in modo così brutalmente letterale come detto più sopra…
    “non c’è l’esistenza di qualcosa”… o considerando la storia di “mo” appena ripetuta, “non c’è l’esistenza di niente” (che è lo stesso, in italiano).

    Ad ogni modo alla fine “nandemo nai” si traduce “non è niente” o solo “niente (lascia stare)” o, in modo più libero “niente di importante” o “niente, non è/era importante”.

  2. Proprio non ci pensavo a nande come una cosa divisibile, io ero fortemente convinto solo della trad. che dava in PERCHE. ora è estremamente chiaro

  3. Ciao
    Se hai due secondi mi puoi spiegare come si traduce questa frase?

    ほしくてたまりません

    L’ho trovata in un libro di favole giapponesi che sto traducendo per allenarmi. Però questa frase, anche se posso capire il senso (forse), non riesco a capire come è composta. “hoshii” è l’aggettivo di volere (la puoi fare una lezione su questa cosa del “volere” usato come aggettivo? perche io proprio non ne capisco l’uso 🙁 ). “kute” è la congiunzione tra piu aggettivi ma poi, invece dell’aggettivo c’è un verbo, cioè “tamaru” messo in negativo. Cercando on line la traduzione è “accumulare” pero nel dizionario ho trovato anche una traduzione come “andare pazzo per qualcosa”. Questa mi sembra piu appropriata perche la storia è di un granchio e una scimmia che trovano rispettivamente una polpetta di riso e un seme di kaki. La scimmia vuole la polpetta “per cui va pazza” e propone uno scambio. Questa è la traduzione che do io a senso ma non capisco la costruzione della frase. Mi potresti spiegare quale è la regola?
    Ciao e grazie ancora

  4. Di hoshii parlerò sicuramente, ma per ora ti basti sapere che è un aggettivo …e tu pensalo in questo modo.
    僕は君がほしい
    Boku wa kimi ga hoshii
    Riguardo a me, tu sei desiderabile/voluta
    La struttura delle frasi con hoshii è sempre la seguente… identica a quella per “suki” (un aggettivo in -na che riferisci a qualcosa che ti piace… insomma se traduciamo “hoshii” con “desiderabile” o “voluta”, allora “suki” sarà “piacevole” o “piacente”, più o meno). Ma torniamo alla struttura, è questa:
    Chi vuoleは + la cosa volutaが + ほしい (=desiderabile/voluto)
    Ovviamente se vai a tradurre in BUON italiano non dirai come sopra “per me tu sei desiderabile/voluta”, ma dirai “io ti voglio” o “io ti desidero”… o se si trattava di una torta dirai in modo più naturale possibile, “vorrei una torta”… non dirai “io desidero una torta” o “per quel che mi riguarda una torta è desiderabile/voluta” ^__^

    Veniamo a hoshikute tamaranai
    Noi usiamo espressioni come “non ci sto dentro” o “non lo reggo più” giusto?
    Tamaranai, a volte usato da solo, ha un significato simile, ma generalmente positivo…
    Come hai ben detto significa “non accumulo” o, un po’ più liberamente, “più di così non posso accumulare”, o in modo ancor più libero “è troppo per me… non resisto”.
    Cioè, nel nostro caso,diventa qualcosa tipo “più di così (di questa cosa splendida) non reggo”. Un po’ come quando si diceva “è troppo forte”. Quel “troppo” dà un po’ la stessa idea, no? Di una cosa che per noi è positiva, ma a tal punto che è un’esagerazione… no?

    Spesso, invece di trovarsi da solo (es.: aaahh, tamaranai! che puoi tradurre come vuoi, “non resisto” o, che so, “non ne ho mai abbastanza”) segue qualcosa…
    In genere aggettivi in -i, come hoshii, ma alla forma coordinativa.
    Anche aggettivi in -na, sempre alla forma coordinativa e verbi alla forma in -tai che esprime volontà… e coordinativa, quindi non “-tai” ma “-takute”.
    LA forma “coordinativa” è la forma che un verbo o un aggettivo prende quando lo si vuole coordinare a un altro verbo o aggettivo. La regola è questa, il primo cambia il secondo no (quindi per dire taberu + dekakeru (mangiare + uscire) devo scrivere tabeTE dekakeru, e così posso tradurlo “mangio E esco”). Tutto per colpa del fatto che in giapponese non ho una vera equivalente di quella nostra “e”… il più delle volte trasformo il primo verbo/aggettivo, mettendolo alla forma coordinativa.
    Dunque come dicevo tabeTE dekakeru posso dire “hoshiKUTE tamaranai”. Uso “kute” perché gli aggettivi in -i usano questa forma per coordinare, tutto qui.

    Ora facciamo degli esempi… così vediamo le forme coordinative e le vediamo insieme a tamaranai, ma prima un altro fatto importante. Nell’espressione idiomatica che coinvolge tamaranai spesso quel che lo precede viene ripetuto due volte (ma non è un obbligo).
    N.B. è un fatto che non c’entra con la forma coordinativa, vale solo con tamaranai (quindi tabete dekakeru si scrive sempre così, MAI tabete tabete dekakeru!)
    Ma veniamo agli esempi.
    Con l’aggettivo in -i “hoshii”: (hoshikute) hoshikute tamaranai
    Con l’aggettivo in -na “suki”: (suki de) suki de tamaranai
    Con il verbo “au”: (aitakute) aitakute tamaranai
    n.b. notare che i verbi alla forma -tai (es. “au”, incontrare, diventa “aitai” = “voglio incontrare”) si comportano come aggettivi in -i perché la desinenza -tai fa comportare il verbo come fosse un aggettivo in -i.

    La sostanza, forse intuibile a questo punto, è già resa nella traduzione…
    Se è vero che hoshikute hoshikute tamaranai si traduce letteralmente “è desiderabile e desiderabile e non resisto” (o ancor più letteralmente “è voluto e voluto e non accumulo”), è anche vero che arrivare da qui a una traduzione naturale non è così difficile…
    Lo/la voglio, lo/la voglio (tanto che) non resisto.
    o, con una traduzione più libera…
    La voglio da impazzire
    Certo, tutto va adattato alla situazione. Magari non tradurrai così se stiamo parlando di una torta… a meno che tu abbia un fetish in stile american pie XD

    Gli altri esempi possono essere tradotti di conseguenza in modo simile e altrettanto libero…
    Mi piace (tanto) da impazzire!
    Vorrei incontrarla, non resisto!

  5. Ciao
    Grazie per la esauriente risposta. Mi dispiace che hai perso tanto tempo per scrivere. Mi sembra di capire che mi sono imbattuto in qualcosa di abbastanza “avanzato”. Grazie a quella traduzione “aggiuntiva” che ho trovato nel dizionario (andare pazzo per qualcosa) sono riuscito a capire il senso ma se lo dovevo tradurre dall’italiano non avrei mai pensato di scriverlo così (bella scoperta, dirati tu, sei uno studente ma che pretendi?) ^_^
    Grazie ancora

  6. おねがいします
    Kaze scusami se ti sommergo di domande, ma sto cercando di capire il più possibile, sto studiando i vari verbi e per capirli meglio mi sono messo a scrivere su un quaderno le loro coniugazioni compresa la forma -te.
    Ma per il verbo essere o meglio DESU non c’è la forma -te ?
    2 domanda se ho un verbo con la forma -te e metto la particella Kara, questa non ha più il significato di origine di un’azione o meglio da qui a ….. ?

  7. Non ti preoccupare Massimo… anzi, scusa tu se a volte mi lascio andare e faccio risposte mega lunghe^^

    Se volessi farla breve ti direi solo “sì, esiste: è で (de)” e tutti i libri dicono così.
    Non è vero, però, nel senso che “de” non è la forma in -te del verbo “desu”, né di “da”, però si usa sempre “de” come se fosse la forma in -te di desu/da.

    Volendo possiamo approfondire, ma è una cosa che nessuno ti chiederà mai… io te la scrivo e vedi tu, però non dannarti l’anima se non la capisci: non è importante.

    Dunque… provo a spiegarla.
    Ricordi quando parlavo di nandemo = nani+de+mo e dicevo che “de” viene dal verbo essere?
    Oggigiorno, chiariamoci, si dice che “nandemo” è una parola unica, però in realtà “de” viene dal verbo essere.
    Quando coordini due aggettivi usi di solito la forma in -te del primo, come useresti la forma in -te di un verbo per coordinare due verbi.
    Se il primo dei due aggettivi, perlomeno, è un aggettivo in -na (come “shizuka na”), nella forma coordinata avrai “shizuka DE” ….perché quel “na” è in realtà una forma del verbo essere (questa cosa, “l’origine di NA”, è spiegata nel corso JLPT N5 – Grammatica, quello non sintetico) e quando coordini due aggettivi trasformi quel “na” (forma del verbo essere) in “de” (un’altra forma del verbo essere).

    Troverai sempre scritto che “de” è la forma in -te del verbo essere… Perché dove si usa la forma in -te dei verbi, per esempio per coordinare due frasi (tabeTE dekakeru = mangio E esco), se il verbo che va coordinato è il verbo essere, allora si usa DE.
    Sensei DE kenkyuusha toshite tsutomemasu
    Sono un insegnante E lavoro come ricercatore

    SEMBRA la particella “de” e invece è il verbo essere… ma non è DAVVERO la forma in -te del verbo essere come dicono i libri di solito.
    La forma in -te di “desu” è “deshite” e la forma in -te del verbo “da” è “datte” (ti ricordo che “da” è un verbo diverso da “desu” anche se significa sempre “essere”!)
    “Deshite” si ritrova nel linguaggio formale, “datte” non è usata granché (forse la sentirai spesso negli anime, ma si tratta in realtà di un’altra parola con lo stesso suono).

    Però appunto tieni presente questo fatto. Le forme in -te di desu e di da sono deshite e datte, ma tutto sommato non si usano spesso. Per questo motivoe tutti i libri ti diranno che la forma in -te del verbo essere è “DE”… la trovi più spesso es è usata come se fosse la forma in -te, con gli stessi utilizzi della normale forma in -te.
    In realtà questo “de” è la ren’youkei (più spesso nota come “base in -masu”) del verbo essere “da”… quindi, come detto sopra, “deriva dal verbo essere, ma non è la sua forma in -te… anche se la si usa COME SE LO FOSSE”.

    La forma in -te + kara
    E’ molto semplice e non richiede molto tempo per spiegare… semplicemente se hai un verbo alla forma in -te + kara traduci DOPO CHE+verbo. Es.:
    tabete kara dekakeru
    Dopo che mangio, esco
    o meglio
    Dopo aver mangiato uscirò.
    Non penso ci sia altro da dire, è solo un particolare uso di “kara”. Perché usano kara è abbastanza semplice. Se consideri “tabete KARA dekakeru” e diciamo che “kara” = da (un certo punto), possiamo dire che nella nostra frase si intende che “uscire” è un’azione che faccio dal punto in cui l’azione “mangiare” è conclusa.
    Immagina di mettere tutto su una linea del tempo (…..→)
    ——————-X・・・・・・・・・・Y―――→ (tempo che passa)
    L’azione taberu (mangiare = ——–) prosegue e finisce dove c’è la X.
    DA QUEL PUNTO (Xから) arriva l’azione “dekakeru” (uscire = ・・・・・)… il punto Y sarà il momento in cui torno a casa, ma non ci interessa.

    ATTENZIONE! “Tabete kara” non è la stessa cosa di “Taberu kara”.
    Taberu kara significa “Poiché/perché mangio”

    1. Ok perfetto ho capito, grazie davvero, ora sto scrivendo a penna la magior parte dei verbi ichidan che sono piu facile nella loro coniugazione, perdero del tempo ma cosi riesco a memorizzare bene, Ciao e grazie

  8. Ciao Kaze volevo chiederti, e forse da questa domanda mi dirai ” ma hai imparato qualcosa?”
    Ho notato che ci sono sempre le particelle davanti ai verbi tranne solo per il verbo desu, c’è qualche altra ececcizione oppure sono io che non ho capito la costruzione grammaticale

  9. Hai notato bene, “particella+verbo” si trova, “particella+verbo essere” invece no…
    Con le dovute eccezioni.

    Ho capito quel che intendi, ma c’è una cosa che vorrei specificare prima, per sicurezza…
    È bene vedere una frase giapponese come se fosse composta di blocchi.
    Per esempio
    Vado io oggi al mercato
    kyou watashi ga konbini ni ikimasu
    (avverbio) + (sostantivo+particella) + (sostantivo+particella) + (verbo)
    Le posposizioni o “post-posizioni” si chiamano così perché si mettono DOPO (=post) un sostantivo (e non prima come le nostre PREposizioni, cioè: a, di, da, in, con, su, per, tra, fra).

    Per questo motivo suggerisco sempre di considerare le posposizione come fossero parte di un “blocco” che comprende il sostantivo e la posposizione. Il verbo è a sé, separato.
    E’ molto importante anche nel parlare… poniamo che tu dica la frase di prima, ma con un attimo di pausa per pensare… capita no?
    Ecco, non devi assolutamente fare una pausa come questa:
    …..konbini -pausa- ni ikimasu
    o
    watashi -pausa- ga konbini ni ikimasu
    La pausa va sempre dopo la posposizione (Es.: watashi ga -pausa- konbini ni ikimasu)
    Insomma, il sostantivo e la particella sono un “blocco” unico e vanno detti insieme… come fossero una sola parola!
    Per questo motivo parlare di “particelle davanti ai verbi” non è opportuno: le particelle vengono sempre – a un livello di logica – “dopo qualcosa”, mai “prima di qualcosa”. Spero sia chiaro^^

    Torniamo alle particelle che puoi trovare “a contatto con i verbi”.
    Come visto trovo:
    …konbini NI ikimasu
    Ma non trovo:
    ……… NI desu.
    Giusto?
    Vero, QUASI sempre.
    Le particelle con due kana (almeno da quanto ho notato mi pare così)… Ma SOLO quelle che creano complementi (es. kara, made…), non quelle che congiungono due frasi (es. noni)… in genere POSSONO trovarsi subito prima di desu:
    kaigi wa juuji kara desu = la riunione è dalle 10 (inizia alle 10).
    Se voglio dire che una cosa “è qui”, posso dire “koko ni arimasu” oppure “koko desu”, ma non “koko ni desu”!
    L’unica particella che può andare prima di “desu” è “no”, ma lì il discorso è un po’ diverso. Vedrai che si può fare perché sottintende qualcosa.
    “watashi no desu” = “è il mio” (il mio… cosa? E’ ovvio che qualcosa è sottinteso, forse era “è il mio ombrello”, forse era “è il mio gatto”, non possiamo saperlo).
    Ovviamente esiste anche la forma “no desu” che non ricordo se hai già trovato, ma non ti interessa, perché è una forma a parte.

    In rari casi, nel linguaggio colloquiale capita di trovare particelle, anche “ni” a contatto con “desu”, ma è abbastanza raro e davvero un discorso a parte che eviterei.

    1. Si chiaro, per le particelle è ormai assodato che vanno sempre dopo ma vedevo sempre Desu vicino a un sostantivo senza questo avesse la sua particella, ora so anche che le uniche particelle che desu puo incontrare prima del sostantivo sono Kara e Made e NO che davanti ai pronomi li trasforma in pronomi possessivi es. mio, tuo.

  10. Ciao

    Rieccomi anche io a disturbare con le domande. Ovviamente se non hai tempo/voglia di rispondere non ti preoccupare. Ogni goccia di sapere che ci elargisci è comunque tutto di guadagnato. ^_^

    Sono sempre alle prese con la famosa favola giapponese che sto straducendo. Ho trovato un’altro punto che non capisco. Nella fattispecie la frase:

    でも、 かには 木に のぼる ことが できません

    In pratica la traduzione a senso sarebbe “però, il granchio non riesce a salire sull’albero”. Tutto ok tranne per quel こと che, secondo il dizionario, significa “cosa”. Ma nella frase che senso ha? Non capisco come tradurlo (se c’è una traduzione…). E poi perche è contrassegnato come il soggetto della frase?

    Ciao e grazie ancora sensee!

    1. koto = il fatto
      è un sostantivo a cui il verbo si appoggia creando una relativa. Usare koto è un tipico modo di sostantivare il verbo in determinate costruzioni.
      Letteralmente avrai
      riguardo al granchio, il fatto di salire sull’albero non è possibile.
      LA traduzione libera è quella che dicevi ^__^

      1. Ciao

        Grazie di nuovo per la risposta. Ma è obbligatorio in giapponese sempre complicare le cose in questo modo? ^_^ Cioè, non potevano semplicemente scrivere:

        でも、 かには 木に のぼる できません

        Però manca il soggetto? Comunque, in sistensi, la domanda sarebbe: c’era un modo piu semplice di scrivere la stessa cosa oppure va scritta solo nella maneira precedente con ‘koto’?

  11. Questo Koto fa un po’ impazzire anche me… ogni volta che credo di aver capito come si usa e lo metto in una frase mi dicono che non va bene e che ci va solo il verbo quando metto solo il verbo no ci va anche koto… 🙁

  12. Noboru dekimasen equivale a “ricalcare” la costruzione del verbo servile “potere” dell’italiano…
    noboru dekiru = può salire
    …ma noboru non è infinito!
    noboru esprime un’azione compiuta da qualcuno al tempo presente/futuro, mentre “salire” all’infinito è non ha un tempo… l’infinito si chiama “infinito” perché il suo tempo è indefinito (lett. “non compiuto”). Sì, l’infinito può essere presente o passato, ma io sto parlando della “natura del modo”, non in senso letterale del “tempo”.
    Un simile modo verbale non esiste in giapponese… per renderlo come idea generica, “il salire” e non “io salgo” o “egli sale”, devo sostantivarlo in giapponese…
    A maggior ragione in questo preciso caso, dove “il salire” è o non è possibile (ti ricordo che il verbo dekiru usa per soggetto ciò che è possibile, quindi la sua traduzione non è “potere” ma “essere possibile”). Poiché la frase letteralmente tradotta dev’essere
    “Riguardo al granchio il salire non è possibile”
    “il salire” deve essere soggetto di dekiru e per renderlo la generica azione “salire” (non io salgo/tu sali/egli sale…) e per di più il soggetto, devo sostantivarlo E renderlo soggetto.
    Quindi lo lego a un termine come “koto” e aggiungo “ga” per renderlo soggetto.

    Per rispondere anche a Tenshi, koto si usa solo in determinate costruzioni (es. koto ga dekiru, koto ga aru, koto kara, …) e con verbi di pensiero come kangaeru, omou, shiru… o di espressione (se vogliamo definirli così) come iu o kiku…
    Ma questa è una differenziazione che vale tra koto e mono, ad esempio, in base al verbo a seguire.
    Poi ho una distinzione da fare tra koto e no, in base al verbo che precede… spiegare tutto ora è impossibile, mi servirebbero vari esempi, senza considerare che ci sono le situazioni in cui vanno bene entrambe le cose… Ad ogni modo stai sicura che prima o poi faccio una lezione extra in merito.

  13. sì infatti quello che avevo capito è che il verbo alla forma base (-u) + koto diventava il vero infinito ma in alcuni casi mi hanno detto di mettere solo il verbo alla forma base… anche io come massimokun devo fare una bella tabella dei verbi è solo che sono indecisa su come partire: se copio dai siti, o anche il mio superdizionario su Ipod la coniugazione penso che ci capirò poco o se partire dagli esempi (ad esempio il corso NHK si chiama “easy japanese – yasashii nihongo” e da qualche parte credo che ci sia scritto che è per principianti eppure qua e là ho trovato delle strutture più difficili che nei 3 moduli di pimsleur…

  14. Dunque, nell’ordine Tenshi – Sakura – Massimo

    x Tenshi
    >> sì infatti quello che avevo capito è che il verbo alla forma base (-u) + koto diventava il vero infinito ma in alcuni casi mi hanno detto di mettere solo il verbo alla forma base…
    NON esiste un infinito, proprio il concetto di “verbo all’infinito”, questo lo specifico perché dev’essere chiaro. Esistono delle situazioni in cui puoi tradurre con l’infinito in italiano… se consideri le traduzioni più libere, sono molte situazioni tra l’altro…
    L’uso delle “forma base”, come la chiami, rentaikei come ti consiglierei di chiamarla (forma del dizionario, se preferisci, perché chiarisce al volo di cosa parli), cioè quella forma in cui i verbi terminano col suono U, per esempio taberu, nomu, ecc. non è mai usata come infinito… se non consideriamo le traduzioni libere di cui sopra.
    Questo se consideriamo l’idea di “infinito” come corrispondente all’uso di verbo + particella …dove la particella non è una congiunzione, ma una posposizione.
    Quindi in “taberu kara” kara fa da congiunzione, e io non considero taberu un “infinito”.
    “taberu no” la particella “no” non è la particella del complemento di specificazione “di”, è una particella pronominalizzante, serve a fare l’infinito di norma e lo escluderei dal nostro discorso, perché è la cosa più banale.
    Di norma perché una particella, o meglio una posposizione, segua un verbo è necessario che ci sia “no” di mezzo, cioè…
    “taberu wo” non è possibile
    “taberu no wo” è possibile (“il mangiare” come complemento oggetto)
    La particella “ni” può seguire il verbo, tradotto all’infinito in italiano, ma è un caso davvero a parte, lasciamo stare.

    x Sakura
    >>il koto va anche con i verbi tipo suki, no?
    suki è un aggettivo in -na. Alcuni libri lo definiscono “verbo blabla” con definizioni assurde connesse, ma solo perché traduce il verbo like o piacere dell’inglese/italiano. Suki però è un aggettivo e va pensato come tale o rischiamo di sbagliare in un sacco di situazioni… per esempio prima della forma in “no desu” un verbo si “attacca” direttamente (taberu no desu) mentre suki, da bravo aggettivo in -na, pretende “na” (suki na no desu)

    L’uso di “(no) koto” dopo un sostantivo/pronome… KIMI no koto ga suki invece di kimi ga suki …rende il tutto meno diretto, meno brusco, più delicato… In questo aspetto ci faccio rientrare il fatto che non dico
    yakisoba no koto ga suki, dico solo yakisoba ga suki
    …è un’opinione sul cibo, dov’è il problema… perché cercare d’usare un certo tatto nel dirlo? Non ha senso… no?
    …sempre in quest’ambito faccio rientrare il fatto che se devi dire al tuo fidanzato geloso “mi piaci tu! (non Antonio!)” o “Sei tu quello che mi piace”
    dirai “anata GA suki” e non “anata no koto ga suki”.
    …il secondo è più indiretto, quindi ha meno senso nel contesto che ho descritto.

    Tuttavia ho letto distinzioni più approfondite… a questo indirizzo E’ una domanda, quindi ti tocca leggere le risposte più giù (partendo dal fondo se ho capito).
    C’è chi dice che implica una differenza, tipo… l’aggiunta di koto, “kimi no koto”, non indica solo “tu” , ma tu e tutto quel che ti riguarda.
    A essere onesto mi pare una vaccata o un eccesso di approfondimento, quanto meno.
    C’è una cosa molto interessante da dire però.
    Se suki è usato in posizione attributiva… es, suki na hito (la persona che mi piace), come ogni aggettivo in questa posizione può avere un soggetto e “creare” una frase relativa:
    kare ga suki na hito
    …significa sia la persona che piace a lui (ma attenzione di norma avrai kare NO suki na hito per esprimere questo fatto) sia la persona innamorata di lui.
    Tuttavia se dici kare no koto ga suki na hito significa solo la persona innamorata di lui.

    p.s. x Massimo: “suki na no” è un’espressione femminile per “suki na no desu”. A breve uscirà una lezione su “(na) no desu”, ma devi comunque considerare che negli anime “nano” è usato del tutto a sproposito, spesso senza un vero valore grammaticale.

  15. mi hai fatto accendere una lampadina dicendo “na no desu”… mi sembra di aver capito che “na” è spesso verso la fine della frase come particella enfatica (a parte i casi degli aggettivi in na ovviamente) e che sia “na no desu” che solo “no desu” (e anche ndesu come troncamento del precedente) sono in fin dei conti solo enfatici… a me sembra una definizione un po’ riduttiva… o è davvero così e in pratica ai nostri occhi non servono a niente?!

    1. ah. però per quanto riguarda il commento di massimokun [io ho sentito anche “suki na no”] in questo caso non è il modo di creare il pronome? (spero di non sbagliarmi perchè è su questo sito che sto imparando le “definizioni grammaticali”) intendo dire: visto che suki è aggettivo in na “suki na no” non è “QUELLO che mi piace” tipo “dono kuruma desu ka” “kirei na no desu” o sto facendo confusione?

  16. allora per aprire io so che ci sono aku (intransitivo) e akeru (transitivo) però ho trovato più spesso hirakimasu (hiraku?) anche se con lo stesso kanji.
    cmq ho trovato in NHK 口座を開きます (ne deduco che è sicuramente un verbo transitivo) un altro sito dice ぎんこうはなんじにひらきますか (ma visto che è la banca che apre immagino che non va bene… o forse come al solito non ho capito niente?!?)
    questo sito l’ho trovato come hai detto tu guardando delle belle immagini… ci sono poche lezioni e come al solito è la roba base ma sto dando un’occhiata ai verbi visto che ho sempre problemi… il punto però è che è così pieno di errori che se me ne sono accorta io con una letta veloce non immagino neanche tu con più attenzione quanti altri ne puoi trovare…
    cmq li sto segnalando perchè il giapponese è difficile se poi si studia su qualcosa di sbagliato è un guaio!!!

  17. 1. Risposta al tuo primo commento più su…
    La particella “enfatica” che trovi a fine frase è una particella che conferisce una sfumatura particolare: equivale a “ne” (come il “ne” dei piemontesi). Se è detta con lo stesso tono di “ne”, infatti, cioè un tono “quasi-interrogativo”, che cerca conferma nell’interlocutore, allora ha questo significato, come dicessi, “vero?” o “no?” (cioè “non la pensi così anche tu?”).
    Se il tono è molto più brusco e segue un verbo alla forma del dizionario (rentaikei), allora può formare l’imperativo negativo (es. “taberu na!” = NON mangiare). Le due cose non si confondono perché l’imperativo è molto brusco e deciso, mentre l’altro “na” (=vero?) ha quel tono quasi interrogativo, e con un che di sospensivo. Queste particelle, “na” e “ne” sono essenziali in giapponese e servono a far procedere la conversazione insieme alle risposte pro-forma come “sou desu ne…” che darà la persona con cui parli (sto parlando di termini detti “aidzuchi”, あいづち). Noi li sostituiamo con il linguaggio del corpo, più che altro.

    “no desu” non aggiunge enfasi… aspetta qualche giorno che esce finalmente la lezione in proposito… l’avrei messa prima ma volevo un giorno libero in cui potessi mettere una lezione importante (gen. le metto di mercoledì o sabato, se ricordi).

    2. Risposta al tuo secondo commento
    suki na no come dicevo viene dalla forma in “no desu”, prima della quale trovo un aggettivo in -na o un nome…….. SE quel “nano” è a fine frase.
    Se trovi invece una particella subito dopo, es.:
    “SUKI NA NO WA kocchi no hou da”
    QUELLO CHE MI PIACE è quest’altro qua
    …allora quel “no” serve a rendere pronome l’aggettivo in “na”.
    Perché questa coincidenza? Perché la forma in “no desu” deriva dal rendere pronome qualcosa. Ho scritto una lezione in proposito ma ero indeciso se utilizzarla o no… magari dopo quella sul nodesu dirò anche come nasce in un’altra lezione…

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