Miti – Itadakimasu vuol dire “Buon appetito”?

itadakimasu1

いただきます itadakimasu è tradotto in ogni anime o drama che abbiate visto con l’espressione “Buon appetito”. Ovviamente questo fatto ha un suo perché: semplicemente, nella stessa situazione noi diremmo proprio “Buon appetito”.

Tuttavia questa traduzione non è letterale né accurata da un punto di vista culturale, anzi, c’è davvero molto che va perso nella traduzione e per questo spesso degli utenti notano delle “stonature” nell’uso di questa parola, quando compare in contesti meno consueti.

Continue reading Miti – Itadakimasu vuol dire “Buon appetito”?

Le alternative a “no” (a parte “sì”)

Attenzione, non solo grammatica in questo post!
wagaya01

Quando vi renderete conto della battuta presente nel titolo, probabilmente vi verrà voglia di uccidermi. E lentamente. Per il momento però sono ancora vivo, alla faccia vostra 😛 , e quindi scrivo.

Allora, sia chiaro, il “no” in questione è la particella の (no), quella che chi ha studiato la mia lezione La particella の (no) del complemento di specificazione, sa bene essere una particella che usa quel che la precede per specificare (spiegare, descrivere…) quel che la segue. Esempi anyone?

  • ユー子の妹 Yuuko no imouto (imouto = sorella minore, Yuuko è nome di persona) significherà ovviamente “la sorella minore di Yuuko”
  • 私の車 watashi no kuruma (watashi = io, kuruma = macchina) significherà la mia macchina (o, a voler “tradurre brutalmente”, la macchina di me)

Quello che forse non conoscete è un altro dei suoi possibili usi. Rientra nella definizione che ne abbiamo dato, ovviamente, e sebbene non sia l’uso principale, direi che è comunque molto, molto importante (e ci serve parlarne – perlomeno in breve – per arrivare al vero tema dell’articolo).

Continue reading Le alternative a “no” (a parte “sì”)

Parole con o senza kanji?

makoto ni katte nagara

Da una domanda di Daniele

Ho una curiosità, visto che sto cominciando ora a studiare il giapponese: come mai alcune parole giapponesi non hanno kanji? Probabilmente sarà una stupidaggine, però …. Grazie o arigatoo gozaimasu!

Invece, come quasi sempre accade quando i lettori mi dicono “sarà una stupidaggine”, è una domanda molto interessante!
In realtà tutte le parole hanno/avevano un kanji proprio. Anche le posposizioni!

Continue reading Parole con o senza kanji?

Miti – Gomennasai solo per scusarsi?!

gomennasaiSì, sì, gomen nasai serve anche per scusarsi, ma non si può usare proprio sempre, quindi se avete imparato così, dimenticate questo mito

Gli usi di gomen nasai sono essenzialmente (ben!) 6, sebbene la traduzione sia spesso riconducibile a un semplice “mi scusi”.

La traduzione letterale dei singoli termini suggerisce però un qualcosa di un po’ arcaico, tipo: Per cortesia, mi faccia (la grazia di perdonarmi?).

Iniziamo parlando un po’ del termine e cerchiamo di capire da dove deriva, ma se volete saltare ai suo significati, potete già farlo si trovano più giù, dove trovate il titolo GLI USI DI GOMEN NASAI.

Questo perché nasai deriva da nasaru, il verbo “fare” in forma onorifica, e volendo mantenere “fare” non è semplice tradurre. Qualcosa di più realistico potrebbe essere ad esempio: Per cortesia mi dia il suo perdono.

Fate attenzione che uso il termine “perdono”, per restare prossimo al significato che conoscete, ma piuttosto dovremmo parlare di “autorizzazione” (ad esempio “men” si ritrova in “menkyo”, patente, licenza) o anche “permesso” (e vedrete più avanti come questo tornerà in uno dei significati).

I kanji con cui questo termine è scritto sono 御免 , go-men. Dunque per ora ignoriamo “nasai” (forma imperativa cortese di “nasaru”, fare, che però scrivo sempre senza kanji) e ci soffermiamo invece un attimo a parlare di 御 e 免.
Continue reading Miti – Gomennasai solo per scusarsi?!

Lavorare stanca (terza parte)

hatarakeInutile dire che prima di leggere questa terza e ultima parte è opportuno che leggiate Lavorare stanca (prima parte) e Lavorare stanca (seconda parte).

La volta scorsa abbiamo parlato dei termini tsutomeru e hataraku e di come essi significhino, a livello etimologico, essenzialmente “(lavorare e) prestare attenzione ai minuti dettagli” e “muoversi” o “muovere qualcosa”… Tra parentesi la stessa parola hataraku deriva da hatameku, verbo che viene dall’onomatopea hatahata, il rumore di qualcosa, ad esempio una bandiera (旗 hata) che garrisce al vento (cioè che, agitata dal vento, fa un rumore particolare, identificato dai giapponesi con l’onomatopea hatahata).
Per la precisione si riferisce a qualcosa che prima non si muoveva e che comincia a muoversi. Quindi in sostanza il kanji e la parola per hataraku presentano la stessa origine, legata al movimento.

Insomma, nessun segno di fatica o sofferenza nel modo di esprimere il lavoro per i giapponesi… a differenza di quanto avviene in italiano e altre lingue europee (come abbiamo detto invece nella prima parte di questo articolo).

Il terzo termine che vediamo è…

Continue reading Lavorare stanca (terza parte)

Lavorare stanca (seconda parte)

lavorare stancaIl titolo della prima parte di questo articolo era Lavorare stanca e quindi l’ho ovviamente mantenuto, ma la verità è che “Lavorare NON stanca i giapponesi”. Almeno su un piano puramente linguistico.

Come anticipato, per parlare del termine “lavoro” così come viene espresso in giapponese (con una breve escursione nel cinese) dobbiamo discutere dell’origine di almeno quattro termini: tsutomeru, hataraku, shigoto e… samurai.

Continue reading Lavorare stanca (seconda parte)

Lavorare stanca (prima parte)

tempi-moderniFinite le feste si dovrà ricominciare, quindi ho pensato a un post in tema, i.e. sul lavoro. Caro lettore, come diceva Battisti, “Non odiarmi se puoi”.

Come diceva Cesare Pavese – invece – “Lavorare stanca”. È facile vederci una sottile (amara?) ironia, ma ponendoci in un mindset più serio, e dovendo dare un’opinione emergeranno probabilmente due diverse posizioni:

“Lavorare stanca” è…

  • una sacrosanta verità
  • un moto (o anche un “motto”) di pura pigrizia.

Ma chi ha ragione?

Sì, perché parlare di “ragione” può suonar strano, ma a ben vedere c’è una verità oggettiva in merito, almeno all’interno della nostra cultura, ed è la lingua a fornircela.

Continue reading Lavorare stanca (prima parte)

C’è machi 街 e machi 町 …o no?!

kagoyamachi modLo shoutengai di Kagoya-machi, una zona di Tokushima (nel Nord dello Shikoku)

Oggi, come preannunciato, finita l’introduzione sugli omofoni, riprendiamo il discorso dove l’abbiamo lasciato e ci occupiamo dei due kanji di machi, 街 e 町, vedendone l’origine, le sfumature di senso, gli usi diversi e… quelli “meno diversi” e inattesi^^

Continue reading C’è machi 街 e machi 町 …o no?!

C’è machi 街 e machi 町 – Gli omofoni

machi e machi_cropAvendo notato un po’ di confusione su un altro blog, che va da aggiungersi a una vecchia domanda di Tenshi di tempo fa, ho pensato fosse bene fare un po’ di chiarezza su questi due termini… o meglio prenderli ad esempio ed introdurre, almeno per oggi, una classe di vocaboli, particolarmente insidiosa.

Se studiate giapponese sapete già che esistono degli “omofoni”, cioè vocaboli con lo stesso (omo) suono (fono), così come accade in italiano. Ad esempio il verbo “attaccare” significa sia aggredire, assaltare, ecc. sia appiccicare, incollare, ecc., no?
Similmente in giapponese ho delle parole che pronuncio allo stesso modo (o perlomeno le scrivo allo stesso modo!), ma hanno significato diverso.

Continue reading C’è machi 街 e machi 町 – Gli omofoni

Bambini rossi e verdi (prima parte)

Bambini …rossi e verdi?! (´゚д゚`)

Lo so già. Penserete che sono pazzo. Oppure razzista-in-modo-molto-strano. Ma vi dico che in Giappone ci sono bambini rossi, verdi e perfino… in parte perlomeno …blu!

images

Di cosa cavolo sto parlando?

Pensateci… non conoscete la parola giapponese per neonato? È 赤ちゃん aka-chan. Be’, questo è il termine affettuoso, probabilmente più diffuso. Più “neutro”, sempre informale, è il termine 赤ん坊 akanbou.

E allora?!

…starete pensando. Be’, guardate il kanji… 赤 è il kanji di 赤い akai, “rosso”! Sorpresi?
Però c’è un motivo, ovviamente… ora lo vederemo e prenderemo questo punto come “scusa”, per parlare diffusamente di etimologia e colori.

Continue reading Bambini rossi e verdi (prima parte)