Miti dello studio – Studiare o no i radicali dei kanji?

Quando si affronta seriamente lo studio dei kanji, ci si scontra con il concetto di “radicale” e si leggono commenti (apparentemente) molto ragionevoli e fermissimi nell’affermarne l’importanza per lo studio dei caratteri giapponesi… fino alla fatidica frase “Devi imparare il radicale (ufficiale) di ogni kanji”, che per me è lì a fianco a “È necessario imparare il giusto ordine dei tratti di (kana e) kanji” sul podio delle boiate (nell’insegnamento del giapponese).

Il fatto è che certi “dogmi” vengono tramandati dai professori universitari ai loro studenti, che poi scrivono su internet e, in virtù della faticaccia che devono fare a scuola, si sentono adatti a pontificare sul tema. I giapponesi stessi la pensano allo stesso modo, ma hanno una tradizione in quanto a “non mettere in discussione il sistema” (scolastico o no).

E allora? Chi sei tu per dire che tutti gli altri hanno torto? …direte ragionevolmente voi.

Non che non capisca l’obiezione, ma lasciatemi dire solo un’altra cosa prima di tacciarmi di presunzione. Nessuno, né prof né studenti né i vostri amici giapponesi, NESSUNO dice mai perché tutto ciò sarebbe importantissimo.

Dell’ordine dei tratti nello scrivere i kanji ho già parlato nell’articolo La forma dei kanji: calligrafia, ordine e numero dei tratti, dei radicali parleremo oggi ovviamente, cercando di spiegare qual’è la verità alla base della leggenda… ovvero cosa è importante e cosa no. Ma andiamo con ordine e partiamo da cosa sono in effetti questi “radicali”.

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FAQ – Che livello provo al prossimo JLPT?

Siamo a Maggio, fra pochissimo saranno disponibili i moduli per l’esame di giapponese, il temuto JLPT, e la domanda nella testa di molti sarà presto “Che livello del JLPT faccio quest’anno?”.

Sembra una cosa di poco conto ma non lo è. Certo, affrontare l’esame vero e proprio è un’altra cosa, ma anche scegliere il livello giusto può lasciare dei dubbi. Provo a saltare un livello? E se non ce la faccio? Avrò studiato per niente?

Chiariamo subito che “aver studiato per niente” (l’idea di “fallire”) è un assurdo, non esiste. Se vi ricordate ne abbiamo parlato in La paura di imparare.

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I misteri dell’essere

Chiariamo. Dicendo i misteri dell’essere mi riferisco ai misteri del verbo essere in giapponese quindi, tranquilli, siete scampati alla lezione di filosofia. Per oggi. Forse. Bwah-ah! ( ゚Д゚)y─┛~~

Ma cerchiamo di restare seri. Perché questo articolo? Perché ho ricevuto una domanda in merito e mi è parsa un’idea ragionevole quella di avere da qualche parte un articolo che riassuma le conoscenze essenziali sul verbo essere …giusto lo stretto indispensabile. No scherzo ancora, vi metterò dentro anche parecchio “superfluo”, per due motivi: (1) sarò onesto, in fondo mi conoscete e sapete che mi dilungo a spiegare anche particolarità di cui non avete mai sentito parlare e che mai più sentirete^^; (2) non possiamo certo annoiare i più preparati con un post sulle basi, vi pare? Anche chi ha dato l’N1 avrà da imparare qualcosa (di sconvolgente) da questo articolo. E ora cominciamo!

Se viene chiesto loro qual è la traduzione del verbo essere molti studenti di giapponese rispondono semplicemente con “desu”.

In realtà però le cose non sono affatto così semplici, per cui seguitemi in questo articolo perché per prima cosa vedrete che è tutto un po’ più complicato di quanto sembra e, poi, resterete di stucco di fronte alla Verità ultima sul “mistero del (verbo) essere”!

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Miti dello studio – Imparare con le app

Una delle domande che più spesso leggo nei commenti o via mail è se sia possibile o no imparare una lingua con un’app. C’è chi segnala app in particolare (Babbel, Busuu, DuoLingo, Obenkyo, JA sensei ecc.) e chi invece vuole solo sapere se vale la pena mettercisi… Oggi proveremo a dare una risposta a questi dubbi.

“Ci sono decine e decine di app!” “No, sono solo due (o tre)”

Tutti vi sarete accorti della tendenza di Hollywood negli ultimi anni a fare remake, prendere storie già scritte (spesso fumetti) e ripresentarle condite di effetti speciali. A volte i risultati sono interessanti, ma non sono quasi mai “storie nuove”, questo è innegabile.

Cosa c’entra Hollywood con le app? C’entra, c’entra. La stessa hollywoodiana tendenza si ritrova in un mare di campi diversi. Perché darsi la pena di inventare o perlmeno prefezionare se si può copiare spudoratamente? Ne ho parlato anche citando “il metodo Heisig” di Remembering the kanji, che è ben più antico di Heisig. Un altro esempio illuminante è il “metodo AJATT”, all japanese all the time, che non è altro che una full-immersion e, inutile dirlo, non ha niente di nuovo.

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FAQ – La paura di imparare

“La paura di imparare” sembra qualcosa di insensato eppure oggi vi dimostrerò che esiste. Ma andiamo con ordine. Ho ricevuto una mail da un lettore che mi ha autorizzato a pubblicarla per dare una risposta a tutti riguardo alle paure che normalmente bloccano gli studenti. Alcuni passaggi, infatti, mi hanno colpito e convinto del fatto che serve un articolo sulla “paura di non farcela” (che riassume un po’ tutte queste paure), perché la mentalità con cui si affronta la lingua può essere la migliore arma o il più grande pericolo per ogni studente.

Ciao Riccardo,
sono Marco e seguo il tuo blog da qualche giorno. … [complimenti vari] … l’ho scoperto con l’interesse di imparare il giapponese, anche se onestamente devo dire che più informazioni cerco e più mi sento sopraffatto LOL.
Tra hiragana, katakana e kanji l’impresa mi sembra impossibile. Vero che a leggerti sei sempre ottimista e giustamente dici che ognuno ha i suoi tempi e che non si possa sperare di imparare tutto in un mese ma boh… non vorrei fallire miseramente! 😅
Condivido poi la perplessità di un tuo lettore quando dice che dopo aver imparato gli hiragana teme di dimenticarli mentre studia i katakana -.-”
Giusto ieri leggevo che un bambino di 1a elementare impara tutti i kana + 80 kanji […]

Una lingua richiede tempo per essere imparata. Un bambino di prima elementare ha in realtà fatto già anni di ascolto passivo, sa parlicchiare, sa le pronunce dei kanji che incontra anche se non sapeva come scrivere quella parola… E dedica alla lingua varie ore al giorno grazie alla scuola. Quando fa intervallo chiacchiera in giapponese, quando va a comprarsi uno snack lo chiede in giapponese, quando gioca a pallone con gli amici, a baseball o con le carte dei pokemon (o del loro equivalente moderno) – indovinate un po’ – lo fa in giapponese.

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Domande – I kanji non sono ideogrammi

manabu

Di recente Matteo mi ha chiesto, in sostanza, perché il kanji di 冬 fuyu, inverno, e il kanji 変 hen, strano, hanno in comune una componente*. A senso, è ovvio, “strano” e “inverno” non hanno proprio nulla in comune… e allora perché nella loro rappresentazione capita lo stesso “simbolo”?

Perché, in breve, i kanji non sono ideogrammi, non sono più, nella maggior parte dei casi, rappresentazioni dirette di ciò che significano.

Cominciamo ragionando sui kanji, prima di passare ai “radicali”.

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Domande – Come regolarsi con le pronunce di 4 e 7?

suuji

Che pronuncia scegliere per leggere i numeri 4 e 7? Se avete studiato le pronunce dei numeri ve lo sarete chiesto, perché vicino a queste cifre (e al 9, ma poi ci torniamo) sono presenti sempre due pronunce (almeno!).

Questi due numeri usano molto spesso, molto liberamente, anche la pronuncia kun’yomi (pronuncia di origine giapponese)¹, rispettivamente yon e nana, a differenza di quanto succede agli altri numeri che di norma usano solo la pronuncia on’yomi (pronuncia di origine cinese)².

In una domanda, fatta di recente da Maurizio, mi è anche stato chiesto cosa succede con i numeri grandi che coinvolgono il 4 e il 7, come 40, 70, 77 …dubbio non solo legittimo, ma decisamente intelligente, che prima o poi tutti gli studenti si trovano ad affrontare, quindi, mi sono detto, è proprio il caso di trattare questo tema.

¹˜² Per un approfondimento su pronunce di origine giapponese e cinese controllate le FAQ o saltate all’articolo La differenza tra pronunce ON e kun.

Di numeri a dire il vero ho già parlato, per provare a chiarire, tra le altre cose, perché il 4 è letto così spesso yon e non shi; forse vorrete dare un’occhiata a questi due articoli, davvero bellini a mio modesto parere:

…sono sicuro che non ve ne pentirete, perché i riferimenti al Giappone passato e moderno, alle usanze dei giapponesi, ai proverbi, ecc. si sprecano! Fidatevi, dategli davvero un’occhiata e poi mi saprete dire 😉

Quello che però ancora manca è un discorso più dettagliato proprio sui numeri e sulle pronunce, come regolarsi insomma… e manca perché è un discorso per nulla semplice. Ma d’altra parte se fosse stato semplice, non sareste qui a cercare una risposta, no? 🙂

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Miti – Chi non ha la forma in -te iru e chi ha solo quella (seconda parte)

shiru ka boke

Eccoci a concludere quanto iniziato nel post precedente. Oggi ci concentriamo su 知る shiru, un altro verbo che, come nel caso di naru, ha la fama di comparire solo alla forma in -te iru… e invece, lo vedete nella vignetta sopra, le cose non stanno come dice il vostro corso di giapponese (^__^ “)

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Miti – Chi non ha la forma in -te iru e chi ha solo quella (prima parte)

sekai wa kotoba de dekite iru

Un mito che certi testi propinano agli studenti è che certi verbi abbiano esclusivamente la forma in -te iru …O viceversa non si possano trovare mai alla forma in -te iru… Ok, non è del tutto un mito, c’è il suo bel fondamento di verità, ma non è nemmeno del tutto vero, quindi non si dovrebbe scrivere cose come “知る shiru non si usa mai così, si usa solo nella forma 知っている shitte iru” oppure “できる dekiru si usa solo così, mai alla forma in -te iru”. Dunque oggi prenderemo in esame proprio questo fatto e tre verbi importantissimi e spesso maltrattati, cercando di capirli un po’ meglio.

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Anomalie temporali (2) – 前に mae ni

L’espressione 前に “mae ni” significa “prima (che/di)” ed è una congiunzione che ci permette quindi di creare frasi temporali che cominciano, appunto, con “prima che” o “prima di”. A sinistra di 前に “mae ni” si usa sempre la forma piana presente, qualunque sia il tempo del verbo della frase principale!

ルームメートが10時に寝る前に、私はテレビを見ます。
Ruumumeeto ga juu-ji ni neru mae ni, watashi wa terebi wo mimasu.
Prima che il mio compagno di stanza vada a dormire alle dieci, guardo la tv.

I tempi verbali di questa frase non ci creano nessun problema, è tutto molto naturale. Ho due verbi al presente in italiano e due verbi al presente in giapponese: i conti tornano.

Se però guardiamo la frase successiva, il discorso cambia e i più attenti si accorgeranno di certo che qualcosa non torna…

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